Dignità della materia

 

“Quella bellezza che non sanno creare né la natura né l’arte,

e che si dà soltanto quando queste due s’uniscono;

quando all’abborracciato e spesso ottuso lavoro dell’uomo

viene a dar l’ultimo colpo di cesello la natura,

e allegerisce le masse pesanti, toglie la cruda regolarità

…conferisce un meraviglioso tepore a ciò

che fu concepito nel gelo della spoglia, rigida esattezza.”

(Nikolaj Gogol’)

Pianeta Terra

“Ogni pianta che si prepara a fiorire è un fenomeno straordinario: è una nota di perfezione, una strofa d’oro nel poema della vita. Forse l’albero della magnolia fu il primo ad esprimere un fiore; uno solo e bianco con profumo di anemoni e di zagare. Poi i fiori si sono moltiplicati e i colori dal bianco, si sono variamente dipinti; quel profumo delicato apparso per la prima volta non tardò a sciogliersi in una variazione mirabile di fragranze.

Allo schiudersi dei  fiori, insieme con le infiorescenze ricche di nettare e di polline, sono comparse le farfalle dalle ampie ali colorate, e coorti di api e di insetti alati ancora oggi fanno a gara nel favorire la fecondazione volando di fiore in fiore.

La sinfonia dei colori va dal turchino al giallo, dal violetto al bianco, dal rosso purpureo all’amaranto, diversi nello stesso fiore. Se guardi nel fondo del calice del tulipano, rimani sorpreso: qui gli òrafi hanno appreso per la prima volta come il nero dia risalto all’oro. Alla sinfonia dei colori risponde una sinfonia di profumi.

Entro le erbe si annidano spesso fiorellini quasi invisibili dall’intensa anima odorosa che si rivela soltanto quando li calpestiamo. Gara di profumi e di colori in un prato e gara di piccoli esseri volanti (api, bombi, ditteri, coleotteri, farfalle) che vanno e vengono. Fiore  e insetto, sono forme viventi tanto diverse, eppure così legate tra loro. E’ la legge della vita…

Mentre tutta la creazione canta le meraviglie dell’universo, un vero “olocausto” ambientale sta avvenendo sotto gli occhi di tutti; la distruzione della natura, creatura di Dio, avviene in sfregio al Creatore e autore ne è l’uomo stesso, il quale invece dovrebbe difenderla per il bene comune. Il tempio della natura oggi appare devastato, frantumato, con l’ascia e con la scure…bruciato…distrutto; l’uomo, inebriato dall’orgoglio di sentirsi dominatore ed esaltato dal mito del progresso, aggredisce in modo irresponsabile le ricchezze della Terra. “Dove sono i placidi paesaggi della mia infanzia? Dov’è il silenzio della mia terra natìa?

Dove sono i fiori che raccoglievamo lungo il torrente quando eravamo bambini? Dov’è il bianco della neve? Vive soltanto nei dipinti? Il volto della Terra è simile a quello di un essere umano.

La Casa di Claude Monet

Non dimenticare che sei soltanto il viaggiatore su questo pianeta e che niente ti appartiene” (Ivan Lakovic, pittore jugoslavo).

Laghetto di Claude Monet

Nel corso dei secoli, la natura è stata via via considerata dall’uomo come forza sacra, come potenza minacciosa, come madre-padrona, come oggetto da usare e di cui abusare. Se l’uomo un tempo appariva minacciato dalla natura, ora è la natura stessa a essere minacciata dall’uomo, il quale plasma con le sue mani un mondo sempre più artificiale, e non sa più ascoltare il linguaggio genuino del creato.”

(Angelo Viganò – Da: “Pensieri per l’estate” – p. 42)

 

(Foto personali scattate nell’ottobre 2017, a Giverny – Francia)

Biodiversità e Monoculture

 

http://coltivarcondividendo.blogspot.it/

Brano tratto dal Libro di Vandana Shiva:

MONOCOLTURE DELLA MENTE – Biodiversità, biotecnologia e agricoltura “scientifica”

(Pagina 64/67 della Prima edizione del 1995)

La crisi della diversità

“La diversità è il carattere distintivo della stabilità ecologica. Diversi ecosistemi danno luogo a forme di vita e culture diverse. La coevoluzione delle culture, delle forme di vita e degli habitat mantiene intatta la diversità biologica del pianeta. Diversità culturale e diversità biologica si tengono.

Le comunità, dovunque nel mondo, hanno sviluppato un proprio sapere e hanno trovato il modo di ricavare i mezzi di sussistenza dai doni ricevuti dalla diversità della natura, sia nella sua forma selvatica sia in quella addomesticata. Le comunità di caccia e raccolta usano migliaia di piante e di animali per procurarsi, cibo medicine e riparo. Anche le comunità pastorali, agricole e di pescatori hanno sviluppato i saperi e le attitudini necessarie per ricavare il sostentamento dalla diversità vivente della terra, dei fiumi, dei laghi e dei mari. La loro conoscenza ecologica approfondita e sofisticata della biodiversità ha fatto nascere regole culturali di conservazione, che si riflettono in nozioni di sacralità e tabù.

Oggi, tuttavia, la diversità degli ecosistemi, delle forme di vita e dei modi di vivere delle comunità è minacciata dal pericolo di estinzione. Gli habitat sono stati privatizzati e distrutti; la diversità è stata impoverita e i mezzi di sussistenza derivanti dalla biodiversità sono a rischio.

Le foreste umide tropicali coprono ormai solo il 7 per cento della superficie della Terra, ma in esse vive almeno il 50 per cento delle specie viventi. La deforestazione va avanti a un ritmo sostenuto: stime molto prudenti suggeriscono tassi del 6,5 per cento in Costa d’Avorio, e dello 0,6 per cento all’anno (pari a 7,3 milioni di ettari), in media, per tutti i paesi tropicali. A questo tasso netto che tiene conto sia della riforestazione sia della crescita naturale, tutte le foreste tropicali indivise scompariranno entro 177 anni. Raven ha stimato che il 48 percento circa di tutte le specie di piante del mondo sono nelle foreste o in areee limitrofe, il 90 per cento delle quali sarà disboscato nei prossimi venti anni, con la perdita di circa il 25 per cento di tutta la specie. Wilson ha stimato che il saggio di estinzione attuale è di mille specie all’anno. Negli anni novanta questo valore è destinato a salire a diecimila specie all’anno (una ogni ora). Nei prossimi trent’anni, un milione di specie potrebbe essere cancellato.

La diversità biologica degli ecosistemi marini è anch’essa notevole; tavolta le barriere coralline sono paragonate alle foreste tropicali, sotto il profilo della diversità. Gli habitat e la vita del mare sono però gravemente attaccati; con la distruzione della diversità, la pesca locale è sull’orlo del disastro nella maggior parte delle regioni costiere.

L’erosione della diversità è molto avanzata anche negli ecosistemi agricoli. La varietà dei raccolti è scomparsa: nel periodo della Rivoluzione verde, la coltivazione di centinaia e migliaia di raccolti si è ridotta a quella del grano e del riso, tratti da una ristretta base genetica. I semi di grano diffusi in tutto il mondo dallo International Centre for Maize and Wheat Improvement, attraverso Norman Borlaug e gli “apostoli del grano”, sono il risultato di nove anni di sperimentazione sul grano giapponese Norin. Il Norin, brevettato nel 1935, è un incrocio tra il grano nano giapponese denominato Daruma e quello americano denominato Faltz, cheil governo giapponese aveva importato dagli Usa nel 1887. Il Norin fu introdotto negli Usa nel 1946 dal dottor D.C. Salmon – un agromono che operava in Giappone come consigliere militare degli Usa – e dopo fu incrociato con semi americani della varietà chiamata Bevor, ad opera del dottor Orville Vogel, ricercatore del Dipartimento dell’Agricoltura. Negli anni cinquanta Vogel inviò questa varietà in Messico, dove fu usata da Borlaug . un dipendente della Rockefeller Foundation – per sviluppare le sue ben note varietà messicane. Delle migliaia di semi nani creati da Borlaug, solo tre furono impiegati per creare piante di grano della Rivoluzione verde, poi diffuse in tutto il mondo. La disponibilità di cibo di miloni di persone dipende ora precariamente da questa base genetica ristretta e straniera.

Nell’ultimo mezzo secolo, in India, sono cresciute probabilmente 30.000 diversità indigene – o ceppi locali – di riso. La situazione è cambiata radicalmente negli ultimi quindici anni, e il dottor H.K. Jain, direttore dello Agricultural Research Institute di New Delhi, ritiene che in questi quindici anni questa enorme varietà di specie si ridurrà a non più di 50, con le prime dieci che coprono tre quarti del terreno coltivato a riso nell’intero subcontinente.

Anche le popolazioni di bestiame sono state omogeneizzate e la loro diversità è andata perduta irrimediabilmente. Le razze pure di bovini, formatesi nel tempo in India, sono in via di estinzione. Sahiwal, Red Sindhi, Rathi, Tharparkar, Hariana, Ongole, Kankreji e Gir sono razze bovine sviluppatesi in specifiche nicchie ecologiche, dove ciascuna di esse poteva sopravvire e soddisfare i bisogni di comunità locali. Oggi esse sono sistematicamente sostituite dalle razze incrociate Jersej e Holstein Cows.

Con la scomparsa degli animali – che sono una componente essenziale dei sistemi di coltivazione – e la sostituzione del loro contributo alla fertilità agricola da parte dei fertilizzanti chimici, anche il suolo, la flora e la fauna sono andati perduti. Si sono estinti, o hanno subìto una forte riduzione della loro base genetica, i batteri azotofissatori specifici dei diversi luoghi: i funghi che in associazione favoriscono l’assorbimento dei nutrienti; i predatori d’insetti nocivi, gli impollinatori, i diffusori dei semi e altre specie coevolutesi nel corso dei secoli, dalle quali dipendeva la protezione ambientale degli agrosistemi tradizionali. Privati della flora con la quale coevolvono, sono scomparsi anche i microbi del terreno.

L’erosione della biodiversità avvia una reazione a catena. La scomparsa di una specie è connessa con l’estinzione d’innumerevoli altre specie, con le quali la prima è interrelata attraverso le catene alimentari, fatti che l’umanità ignora totalmente. La crisi della biodiversità non significa solo la scomparsa delle specie che hanno il potenziale di portare dollari alle imprese, rifornendole di materie prime industriali. E’ un problema di fondo, è una crisi che minaccia i sistemi di supporto della vita e dei mezzi di sostentamento di milioni di persone nei paesi del Terzo Mondo.”

 

 

Stelle di cannella

Per non dimenticare:

Letteratura infantile – “Premio Elsa Morante” – 2003

Fritz e David giocano a palle di neve, come ciascun bambino ha fatto almeno una volta durante quel rigido inverno. Vivono a Wilmersdorf, un quartiere piuttosto benestante della Berlino del 1932.  Due famiglie diverse, per ceto sociale e appartenenza religiosa, con in comune però l’amore per i gatti, tanto che i loro giocheranno e diverranno adulti insieme ai figli. Poi accade qualcosa che non c’entra nulla, e cioè che il partito nazista vince le elezioni affidando le chiavi del popolo a Hitler. E da quel momento si sciogono tutti i legami, perfino quelli tra i gatti le cui code non si intrecciano più a formare avvolgenti figure mitologiche. I ragazzi tentano di osservare “l’altro” con gli occhi nuovi, secondo i dettami del regime politico, governati dagli istinti più bassi,  tanto che Fritz rinnega David, in quanto ebreo, e arriva a compiere qualcosa di imperdonabile: uccidergli nientemeno che il gatto…
La Schneider ritiene i bambini super partes nel valutare l’amicizia, ma purtroppo, quando si tratta della guerra, il grano viene mietuto strappandolo alla terra, sia esso maturo oppure no. Anche in una zona della pacifica Berlino in cui le famiglie vivono allietandosi l’un l’altra, in cui le differenze sono soltanto peculiarità, l’ingiuriosa lotta bellica trasforma invece le persone. O forse le rende sincere, come solo il dolore acuto si permette di fare. Chi è un po’ intollerante diventa fanatico, chi è ribelle sovversivo, il più timoroso un servo dello stato. Anche se nella quarta di copertina è riportata una ricetta per le “stelle di cannella” tradizionali, non viene la classica acquolina in bocca; ma restano vaporosi i pensieri, sopra lo zucchero e prima della cannella, e non si vogliono depositare.

Considerazioni

Nel complesso l’autrice scrive con un linguaggio semplice e immediato che alterna descrizioni a dialoghi che ti fanno entrare nella realtà del romanzo, coinvolgendoti.

La storia è semplice e perciò ancora più triste: racconta la vittoria della forza della propaganda, della paura e dell’egoismo.

Grazie alla semplicità del testo e alla profondità dei contenuti che ne esaltano la drammacità, questo libro è stato molto piacevole da leggere e ci ha coinvolto molto emotivamente, perchè  è riuscito a condurci a profonde riflessioni sui concetti di giustizia e ingiustizia, bene e male.

Introduzione di Mariangela Campo

Recensione e considerazioni di Jennifer Rusconi e Elyass Mouhamadi

 

 

Helga Schneider

Fonte: Wikipedia

Nasce nel 1937 in Slesia, territorio tedesco che dopo la seconda guerra mondiale sarà assegnato alla Polonia. Nel 1941 Helga e suo fratello Peter, rispettivamente di 4 anni e 19 mesi, con il padre già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre che arruolatasi come ausiliaria nelle SS diverrà guardiana al campo femminile di Ravensbrück e successivamente a quello di Auschwitz-Birkenau.

Helga e Peter vengono accolti nella lussuosa villa della sorella del padre, zia Margarete (dopo la guerra morirà per suicidio), in attesa che la nonna paterna arrivi dalla Polonia per occuparsi dei nipoti. La donna accudisce i bambini per circa un anno nell’appartamento situato a Berlin-Niederschönhausen (Pankow), dove i piccoli avevano vissuto in precedenza con i genitori.

Durante una licenza dal fronte, il padre conosce una giovane berlinese, Ursula, e nel 1942 decide di sposarla. Ma la matrigna accetta solo il piccolo Peter e fa internare Helga prima in un istituto di correzione per bambini difficili, e poi in un collegio per ragazzi indesiderati dalle famiglie, o provenienti da nuclei familiari falliti.

Dal collegio, che si trova a Oranienburg-Eden, presso Berlino, nell’autunno del 1944 la zia acquisita Hilde (sorella della matrigna), riconduce Helga in una Berlino ormai ridotta a un cumulo di rovine e macerie. Dagli ultimi mesi del 1944 fino alla fine della guerra, Helga e la sua famiglia sono costretti a vivere in una cantina a causa dei continui bombardamenti effettuati dagli inglesi e dagli americani, patendo il freddo e la fame.

Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia Hilde collaboratrice nell’ufficio di propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti, insieme a molti altri bambini berlinesi, per essere “i piccoli ospiti del Führer“, null’altro che un’operazione propagandistica escogitata da Goebbels, che li porterà nel famoso bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona, descritto dalla scrittrice come un uomo vecchio, con uno sguardo ancora magnetico ma dal passo strascicato, la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia.[2] [3] Nel 1948 Helga e famiglia rimpatriano in Austria stabilendosi in un primo momento ad Attersee am Attersee, accolti dai nonni paterni.

Dal 1963 Helga vive in Italia, a Bologna.

Nel 1971, venuta a sapere dell’esistenza ancora in vita della madre che l’aveva abbandonata sente il desiderio di andarla a visitare a Vienna dove vive la donna. Scoprirà che la madre, condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra, dopo 30 anni, non ha rinnegato nulla del suo passato, di cui conserva orgogliosamente come caro ricordo la divisa di SS che vorrebbe che Helga indossasse, e vuole regalarle gioielli di ignota provenienza.[4] Stravolta da quell’incontro tuttavia Helga vorrà, con gli stessi risultati, tornare a trovare la madre nel 1998. Da questo secondo incontro negativo e traumatico a causa della fede irriducibile della madre nell’ideologia nazista nasce il libro Lasciami andare, madre uscito in Italia nel 2001.

GIORNO DELLA MEMORIA – 27 GENNAIO 2019

 

Il pastorello povero

“La notte che nacque Gesù, gli angeli portarono l’annuncio ai pastori, e questi vollero andare subito a visitarlo. Ognuno prese un dono da offrire al Bambino. Ma uno di loro era poverissimo e non voleva andare perché si vergognava di presentarsi a mani vuote. Quando gli altri pastori vennero a saperlo, tanto fecero che riuscirono a convincerlo ad unirsi a loro. Arrivati alla grotta tutti si inginocchiarono poi cominciarono a presentare i loro doni. Il pastorello povero stava a distanza e osservava tutto, ma non osava avvicinarsi. Quando la Madre, Maria, lo vide gli fece cenno di accostarsi. Il pastorello si guardò intorno: gli altri erano abbastanza discosti, chiamava proprio lui! Allora si avvicinò tremante e Maria, con estrema tenerezza, gli depose il Bambino tra le braccia. Poi si mise ad aiutare Giuseppe a ricevere i doni dagli altri pastori.”

(Brano tratto dal Calendario di Frate Indovino – Mese di Dicembre 2018)

Con il cuore coperto di neve

 “Con il cuore coperto di neve” 

di Silvestro Montanaro

Prefazione del Libro:

“Quando conobbi Silvestro, molto tempo dopo aver visto tutte le sue inchieste in quel programma di Rai tre, quel fiore all’occhiello di quello che fu il servizio pubblico di questo Paese, che si intitolava “C’era una volta”, mi ricordo che gli domandai: “Come fai? Come si sopravvive a tanto orrore? Come si torna a una vita “normale” dopo aver visto tutto questo?” Vidi una nube nera nei suoi occhi onesti, che mi fissarono trapassando i miei, ci vidi tutto il dolore del mondo e mi ricordo che mi rispose, “non si torna più a una vita normale, ci sono volti, storie, persone…che non si dimenticano, te le porti dentro per sempre e di notte spesso vengono a farti visita, impari a conviverci”. So che non potevo e non potrò mai capire, per quanto mi sforzassi, non potevo entrare nei suoi occhi, ma ogni volta che lo rivedo, in questa che si è trasformata in una vera amicizia, la nostra, ne percepisco il dolore, come un vento gelido e per quanto lui si sforzi di non farlo trapelare io lo sento, anche se non glielo dico. Se avete paura di guardare nell’abisso non leggete questo Libro, se preferite non sapere e vivere la vostra vita, nella superficialità quotidiana di questi tempi, non aprite queste pagine, voltate pure la testa dall’altra parte: Ma se scegliete la “pillola rossa” della conoscenza, se il vostro cuore è pronto per sopportare la verità su che cosa vuol dire nascere donna nella parte povera e dimenticata del mondo, e qual’è il prezzo che queste nostre povere sorelle sfortunate devono pagare, il prezzo di un orrore che pesa come un macigno sulla coscienza di ognuno di noi, e di ogni uomo che vorrà leggere quanto riportato in questi racconti, vi commuoverete come è successo a me, e ogni volta che guarderete i vostri figli, e sopratutto le vostre figlie, crescere felici, ringrazierete gli Dei per avervi dato la fortuna di nascere in questa piccola privilegiata parte del pianeta. Nessuno è in salvo. I lupi e le iene che spesso, sempre più spesso, sbranano vite innocenti in terre apparentemente lontane vivono tra noi. Alle volte, addirittura, a casa nostra.”

Fiorella Mannoia

 

Anch’io ho conosciuto il giornalista Silvestro Montanaro, anch’io ho letto il Libro….e senza parole, condivido i sentimenti di Fiorella!

(Nives)

 

 

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