Occhi di Miele

“Guarda dentro

ancora più dentro

finché avrai gli occhi di Dio

finché amerai

col cuore di Dio.”

(Luigi Verdi)

Seb e Tito

https://occhidimiele.org/

***

Grazie Sébastien!

Grazie per “quegli” occhi

per “quel” cuore…

per il tuo naso rosso

per quella sciarpa “arcobaleno”.

***

Grazie Sébastien…

Per la dolce tua “Figura”.

Per il chiaro sorriso…

d’un  raggio di luce,

in un giorno d’inverno!

***

Ciao Sébastien!

Fraternità di Romena

(Rita/Nives)

 

 

 

 

Il babbo di Duranti

(Brano …di  RENZO PEZZANI)

Risultati immagini per renzo pezzani poesie per bambini

“Una sera, dopo cena, la signora maestra s’era messa a correggere i compiti. Era quella l’ora più dolce della sua giornata. Se chiudeva gli occhi, le pareva di aver intorno tutti i suoi scolari, diventati a un tratto silenziosi.

Talvolta parlava a voce alta, come se qualcuno stesse per ascoltarla. – Bruno, non hai ancora capito l’uso dell’apostrofo…Maddalena, Maddalena, santa pazienza, non vuoi fare il più piccolo sforzo per trovare un’idea piccina così…

Ad un tratto, sentì bussare alla porta. Chi poteva essere a quell’ora?

– Avanti, avanti! – aveva risposto, senza voltarsi a guardare chi sarebbe apparso alla porta.

Era entrato un uomo dai capelli rossastri e arruffati, mal messo, torvo di sguardo e pieno di sospetto.

La signora s’era voltata a guardarlo e, non ricooscendolo per uno del paese, era rimasta un attimo turbata. Ma poi, con semplicità, disse:

– Avete bisogno di me? Mi sembrate in grandi angustie, ed io vorrei davvero fare qualcosa per voi. Sedete, vi prego. Stavo correggendo i compiti dei miei ragazzi. Ne ho trentasei, e a tenerli, vi dico io, ci vuole una bella pazienza! Della fatica che faccio sono tuttavia ripagata dal bene che tutti mi vogliono.

Il forestiero si era messo a sedere nel cantuccio più oscuro della stanza, disarmato dalla coraggiosa semplicità della maestra.

Questa soggiuse:

 – Accostatevi! Non abbiate soggezione. Io intanto finisco di correggere i componimenti. Poi mi direte che cosa posso fare per voi…

Vediamo Borghetti. Oh, sentite cosa scrive:

“La più bella cosa è l’arcobaleno: il nonno dice che è un fazzoletto di colore che il cielo tira fuori per asciugarsi gli occhi dopo il temporale”.

C’è grazia, sentite? C’è grazia davvero! Gli do nove perché lo merita. Vediamo Duranti…

L’uomo aveva di colpo alzato il capo ed era rimasto a bocca aperta a guardare quel foglio che ora la maestra sollevava dal mucchio. – Lo conoscete questo piccolo orso? E’ forte come una quercia, scontroso come un riccio, ma che cuore! Neppure so dove stia di casa. Viene di lontano, ogni mattina, col suo tozzo di pane e il libro. Piova, nevichi, faccia bello, non manca un giorno. Dicono che sia figlio di un uomo che cerca di vivere come può. Ma che ingegno quel ragazzo! Sentite cosa scive:

“Mio padre ama la terra e la lavora cantando. E’ bello e generoso mio padre: non l’ho mai udito dire una cattiva parola. Io spesso l’aiuto, porgendogli gli strumenti da lavoro, portandogli il secchio dell’acqua fresca, perché si ristori dal gran caldo che fa. Se mi domandassero: – Vorresti essere figlio di un re? – io risponderei: – Sì, se fosse mio padre il re.”

Il forestiero guardava la signora, incantato.

La maestra aveva voltato il foglio ed era uscita in una esclamazione quasi accorata:

– No, Duranti, questa macchia non ci voleva! La diligenza conta anch’essa. Ti dovrei dare dieci, ma non avrai che nove…

L’uomo che fino allora aveva taciuto s’era fatto animo per dire: – Dategli dieci, signora. Ve ne prego.

La signora lo guardava sorpresa.

– Quella macchia l’ha fatta per colpa mia.

– Per colpa vostra?

– E’ mio figlio. Egli ha detto di me ciò che vorrebbe ch’io fossi, ma non quel che sono. Non ho terra da coltivare, né finora l’ho amata da lavorarla con gioia. Nulla ho mai dato a mio figlio per meritarmi il suo amore. Io non conoscevo il suo cuorec ome l’avete conosciuto voi. Lasciatemi andare. Ero entrato qui con diverso animo. Non sapevo che vi avrei incontrato l’amore di mio figlio.

La vecchia signora aveva scritto un bel “10” rosso sul compito dello scolaro Duranti.

– Prendete. Portate questo foglio al vostro ragazzo.

La maestra sollevò la lucerna per far lume all’uomo che usciva; poi riprese la correzione dei compiti, ma dovette asciugarsi gli occhi per certe lacrime che la indispettivano, ma che le facevano bene.”

amore

 

Educare significa ferirsi

ERALDO AFFINATI   (Insegnante – Scrittore)

– TESTIMONIANZA –

Educare

“Dietro ogni adolescente, dietro ogni ragazzo diffcile c’è sempre una bellezza, un tesoro, una motivazione che noi dobbiamo scoprire. Dobbiamo accendere un fuoco dentro questi studenti per farlo divampare. Però è un lavoro che richiede impegno, forza, consapevolezza anche degli ostacoli che si trovano, perché non tutte sono storie belle.

Ci sono anche fallimenti, ci sono amarezze, ci sono momenti di sconforto e l’insegnante deve sapere che educare significa ferirsi. Ferirsi perché quando insegni ti devi mettere in gioco. Non puoi essere solo il depositario di un regolamento da applicare.

Educare vuol dire condurre mano per la mano il ragazzo lungo un’esperienza conoscitiva. E’ un percorso a ostacoli, lui si può rifiutare, ti può anche combattere. E tu devi essere amico, nel momento in cui condividi i suoi entusiasmi e le sue malinconie, ma devi essere anche maestro, cioè portarlo a capire che la libertà, per ogni persona, non consiste nel superamento, ma nell’accettazione del limite.

I ragazzi e la scuola

I ragazzi di oggi sono cresciuti in un vuoto dialettico, per questo non hanno ancora preso coscienza della loro identità e spesso non hanno senso del limite. Il loro smarrimento denuncia una crisi antropologica. Questi ragazzi hanno avuto una deflagrazione del desiderio. Tutto è possibile, tutto è accessibile. L’informazione? Vai su google e trovi tutto. Ma poi chi ti mette in squadra questo mare magnum, chi ti ristabilisce le gerarchie di valori?

La scuola ha questa responsabilità. Dobbiamo far amare di nuovo ai nostri ragazzi il processo conoscitivo. La scuola deve recuperare quello che un tempo si chiamava lo spirito critico.

La responsabilità della parola

Quando chiesero ad Albert Camus nei “Discorsi in Svezia” perché scrivi? Lui rispose: “Io scrivo in nome di chi non può farlo”. Quando lessi questa frase a 17 anni capii che la letteratura deve essere questo, deve parlare a nome di chi non può farlo.

Scrittore e insegnante sono custodi della parola. La responsabilità della parola è fondamentale sia per chi scrive che per chi insegna. Quello che dici e che fai in aula può incidersi in maniera indelebile nella percezione dell’adolescente. Le parole sono importanti. Se tu non hai un sistema verbale, come fai ad esprimere un’emozione? Quell’emozione resta un grumo emotivo, non si traduce in niente, in nessuna forma espressiva. Insegnare le parole è importante per condurre alla maggior età i ragazzi che hai di fronte.

Il futuro

La scuola italiana corrisponde soltanto in minima parte alla sua immagine mediatica. Vedo professori che non si limitano a svolgere il mansionario.

Esistono ragazzi e ragazze che sono spugne, pronte ad assorbire l’acqua che tu riesci a versare. La nostra provincia è vitale. Le metropoli sono piene di giovani attivi.

Per questo non dobbiamo mai soccombere alla brutalità e alla volgarità del nostro tempo, ma provocare un contagio, dando luce a quest’Italia più bella e più vera. Un’Italia che spesso non compare, che non viene rappresentata in Tv. Ma che esiste.

Ed è questa l’Italia in cui credo. Se non avessi fiducia in quest’Italia non entrerei in classe ogni mattina.”

 

(Sintesi dell’incontro “Osare passi nuovi”)

(Giornalino Fraternità di Romena – n° 3 – 2014)

Pieve di Romena - Arezzo

 

Poeti bambini

“Il pensiero c’è in poesia, la poesia è senz’altro

una forma di pensiero, ma quale?  Le poesie in

cui il pensiero sta prima dello scritto, fronteggia

la poesia, sono roclami, editti che vanno a

capo.  Ma un pensiero che nasce dalla poesia, che

sorprende chi scrive, questo è sentimento che

conosce, conoscenza del mondo attraverso i

sensi, la sensibilità, le antenne.”

(Chandra Livia Candiani)

Chiamati dal futuro

“Il fiume comincia con la prima goccia d’acqua,

l’amore con il primo sguardo,

la notte con la prima stella,

la primavera con il primo fiore.”

(Primo Mazzolari)

Coppia di cigni

“Il futuro entra in noi molto prima che accada”

(Simone Weil)

“Il tempo vitale, il tempo vissuto,

non parte dal passato verso il presente

ma parte dal futuro verso il presente.

Il seme che cresce nei nostri campi

perché sviluppa ora le sue radici?

Perché c’è il tempo vivente

che lo chiama dal futuro,

e il grano che cresce

“sogna” la figura, la spiga,

che un giorno riuscirà a raggiungere

nella sua maturazione.

Il presente è una risposta

nella vita concreta, nel reale,

agli appelli che ci vengono dal futuro.”

(Giovanni Vannucci)

Nuova vita sul fiume Sile

Brani scelti dal libro:

“Il futuro ha un cuore di tenda”

di Ermes Ronchi

 

Nei solchi del silenzio

………..

l’ANIMA AFFIORA

“L’anima affiora

su un mare infinito

cristallo di sale, conchiglia

filo d’erba o uomo

incede nell’eco

frantumata del tempo

con passo di canto

cerca pregando

il primo fratello

cristallo di anima e sale

in uno specchio d’acqua

infinito

di mare.”

………..

……….

PIEGO

“piego

sottili veli di senso

e apro

conchiglie vaghe di mare

ardo

incerte fronde di tempo

nel focolare inerme

del mio silenzio

la parola stormisce

ciottoli d’anima

sull’acqua indugia

un mormorio di canto

è l’incedere sacro

del tempo.”

……………

OLTRE OGNI CERTEZZA

“oltre ogni certezza

nella gemma schiusa

del silenzio

mi scelgo cammino

nell’imbrunire del vento

fra radici immerse

nel suono dei torrenti

attenderò

il nome dell’alba

fino a quando

dal deserto di ogni terra

emergerà la parola attesa

allora

ogni gesto avrà suono

di sponda che sorge

lungo acque terse

d’anima.”

………..

( NEI SOLCHI DEL SILENZIO – Raccolta di Poesie di CRISTINA MORANDI)

Fiume Sile

Il flauto

NEI SOLCHI DEL SILENZIO

canneto sul fiume Sile

“Il flauto geme, sognando il

canneto da cui fu reciso, e il

suo suono è nostalgia del canto

dell’acqua dov’è cresciuto, del

vento che dolcemente e fortemente

giocava con lui, del sole che cangiava

in oro la sua veste.”

(Giovanni Vannucci)

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