Archive for settembre 2012

Itinerario

DI UN’ANIMA

“Lasciami andare a vedere il sogno,

la velocità, il miracolo, non fermarmi,

con uno sguardo triste, questa notte

lasciami vivere laggiù sull’orlo del

mondo, solo questa notte, poi tornerò.”

dal romanzo QUESTA STORIA di Alessandro Baricco



“………….Sentivo da lontano, tornare una forza che avevo smarrito,

e vedevo ricomporsi in quel mozzicone di strada brandelli di mondo

che avevo subìto per anni, senza riuscire a tenerli insieme……..”

SCAVARE NEL CUORE….COME UN’ARCHEOLOGO

L’universale al centro del cerchio

SIMBOLI

Testo di    Franco Cardini

“Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro”: in questo modo, e con l’uso di due sostantivi che si direbbero complementari, Dante (Paradiso XIV,1) descrive l’ordinamento di uno spazio chiuso, perfettamente concepito come tale. Così l’universo aristotelico-tolemaico, ch’è in effetti concepito come sferico, appare circolare quando viene rappresentato bidimensionalmente. E se la Terra ne è il centro immobile, la sua periferia circolare (in realtà sferica) è rappresentata da tutti i punti equidistanti da essa che costituiscono il confine del Primo Mobile, il cielo che velocissimammente ruota allinterno dell’Empireo in quanto a muoverlo è l’Amore, il quale vorrebbe che tutti i punti della superficie di un cielo fossero a un tempo congiunti con tutti i punti dell’altro: cosa che costituisce manifestamente un adynaton, un’impossibilità, ma che dà il senso della vorticosissima velocità di quel rotare all’interno d’un cielo perfettamente immobile, il quale a sua volta è infinito, e difatti “solo Amore e Luce ha per confine” (Paradiso XXVIII,54).

Per quanto si debba esser cauti prima di definire qualcosa come “universale”, presente in tutte le culture e in tutte le epoche, bisogna riconoscere che la nozione di centro (e quella, complementare, di cerchio) è una delle poche e forse l’unica a poter ambire a tale qualifica. Un bastone fissato in un qualunque punto della terra, se lo si usa come perno e lo si collega tramite una corda a un altro bastone, farà sì che quest’ultimo tracci sul suolo un cerchio perfetto, se si sceglie un terreno piano e liscio. Allo stesso modo, facendo passare per il centro due linee perpendicolari, si forma una croce perfetta.

Cerchio e croce sono alla base di qualunque costruzione geometrica e archittonica: esse hanno, come origine o come punto di convergenza, un centro. Il centro è pertanto presente a livello ideale in tutte le forme simboliche la cui funzione sia assiale, concepita come pieno (roccia, pertica, albero, montagna, onfalo, menhir) oppure come vuoto (lago, pozzo, cisterna, caverna).

Un cerchio con al centro un punto costituisce l’antica raffigurazione astrologico-alchemica del sole come sorgente dell’energia e simbolo divino (come dice Francesco d’Assisi di Frate Sole: “de Te, Altissimo, porta significatione”).

Un punto o un cerchio possono essere immagine dell’onnipotenza e dell’immensità divine: circolari s’immaginano il Paradiso e l’Eden, circolare è l’aura sulla testa dei santi dall’India al mondo cristiano. Il Deus Geometra creatore è raffigurato con un compasso nella destra.

Circolari sono le raffigurazioni dell’universo e delle terre emerse circondate dall’anelo oceanico nella tradizione cartografica medievale.”

Il Mar Rosso

è blù, verde e giallo

testo di Roberto Mussapi

“L’effetto è stupefacente ma, per chi ha conoscenza della realtà del mare, non imprevedibile: sappiamo che nel fondo marino brillano capolavori di bellezza, perle e coralli. Non fermi e morti, ma vivi e in continua metamorfosi: lo racconta Shakespeare, uno affidabile, nella Tempesta, quando per bocca di Ariel, demone dei venti, soffia la melodia nelle orecchie del naufrago, alludendo ai prodigi del fondale marino. che, come suggerisce ancora Ariel (anch’egli un tipo credibile), essendo meraviglie di bellezza sono garanzia di vita e rinascita.

 

La poesia sapiente ricorda che nel fondo del mare si celano i segreti della bellezza e del colore, come raccontano i narratori di mare che identificano nella Balena Bianca e nel tesoro di un pirata su un’isola lontana un mondo prodigioso, precluso agli occhi del terrestre. Il mondo sottomarino, poi, ha il tempo della poesia, poichè è muto ai nostri orecchi e parla solo per forme, colori, movimenti, fluttuanti o rapidi, saettanti o di straordinaria lentezza.

 

Certo, vedere il verde, il turchese e il blù dei calami verso l’alto del pesce pappagallo del Mar Rosso significa scoprire il segreto di Matisse, intuire dove attingeva la quintessenza felice del cromatismo acquatico e della sua inscindibile vitalità.

Certo, vedere le labbra di argo, dalle macchie azzurre, la croce del sud, ventaglio corallino dei Caraibi, la cresta di drago, pesce farfalla del Mar Rosso, ci insinua il sospetto che gli uomini che anticamente decisoro di istoriare il corallo, il nobile e splendido sangue del mare, con miti, leggende e racconti, avessero scoperto quelle storie nel paesaggio del fondale  e a quel paesaggio volessero legarle per sempre. Corallo e perla, infatti, sono simboli di rinascita e vita eterna.

 Bellezza e vita coincidono”

 

avversari della presunzione

PARADOSSO E MERAVIGLIA

“Se anche parlassi la lingua degli uomini e degli angeli….”Che è come dire: se anche scrivessi la migliore delle poesie possibili. “E se avessi il dono della profezia….” Che vuol dire: se avessi la luce di ogni sapere nelle mie frasi. “Ma non avessi la carità….”. Senza la carità, ogni dono di espressione e di sapienza è vano. E’ inghiottito nel vuoto. I poeti lo sanno. Paradosso e meraviglia. La carità, dice Paolo, non è generosità, non è nemmeno dare tutti i propri averi. E’ un amore all’Infinito che s’incarna. Lo hanno presentito o mormorato tutti i grandi poeti, da Dante a Baudelaire, da Eliot a Claudel, da Leopardi a Rebora, da Pasolini a Luzi. Non è vero che la bellezza salva il mondo, ci vuole la carità. Paolo sa di essere imperfetto, di essere “un aborto”, ma sa che la sua debolezza è abitata dalla forza di un Altro.”

testo di Davide Rondoni

il mondo degli uomini bambini

……che vincono il male……..

COL SORRISO DELLA SPERANZA

il disincanto è astratto

ALBERTO BURRI

“Alberto Burri fu uno dei tanti prigionieri che, racimolati dagli americani sui campi di battaglia della Tunisia, vennero nell’estate del 1943 condotti a convivere nel recinto numero 4 del campo per prigionieri di guerra di Hereford, Texas, dove furono costuditi fino alla primavera del 1946. Così ricorda: “Dipingevo tutto il giorno. Era un modo per non pensare a ciò che mi stava intorno e alla guerra. Non feci altro che dipingere fino alla Liberazione. E in quegli anni capii che dovevo fare il pittore….Ricordo che continuavo a cambiar soggetti, a dipingere nuovi quadri e a cambiarli ancora, un’infinità di volte. Quello è stato il mio vero esordio di pittore, e non c’entrano le garze medicali, il sangue e le bruciature della guerra. Tutte storie.”

“Tutte storie.” Pare di sentirlo, questo artista dalla personalità schiva e tenacemente coerente, che ha segnato in maniera indelebile la cultura, e non solo l’arte, del Novecento. “Il più grande astrattista”, ebbe a definirlo Renato Guttuso. Pochi italiani, tra i quali certamente Giorgio Morandi e Marino Marini, possono vantare una rinomanza e un mercato internazionale tali da essere presenti nelle migliori raccolte d’oltreoceano. Pochissimi, poi, hanno intrapreso una ricerca tanto penetrante da lasciare un segno riconoscibile e unico, capace di influenzare le generazioni seguenti, ieri e oggi.

Nella sua ricerca “il più grande astrattista” lavorò sempre in solitaria, tranne nel 1950 quando aderì al Gruppo Origine, insieme con Ballocco, Capogrossi e Colla. Un’esperienza unica per la cultura italiana di quegli anni.

Dal cretto, dallo spazio bianco raffermo, ferito e venato dallo scorrere ineluttabile del tempo, ai rifiuti e ai materiali di recupero come sacchi o ferri, fino alle muffe: un’interpretazione, a firma di Alberto Burri, del segno cromatico che svanisce, dell’esistenza e della sua potenziale infinita autorappresentazione.

Tutte storie, nel disincanto estremo dell’artista capace di intuire, ma anche consapevole che tutto passa.

testo di Luigi Marsiglia

Tu sei Jeeg…

Ti chiami Luce, perchè sei nato dalla fulgida luce di un Sogno.

Il Tuo cuore è d’acciaio come quello di un Robot…che lotta contro il Male.

Mentre è dolce, come il cuore di un Bimbo che soffre, gioca, ama, suona e canta alla Vita.

Tu sei Jeeg! Che…corre col cuore, più veloce di quella Luce che trasfigura la moto…e la paura.

Ti chiami Luce dell’Oltre…dell’Invisibile agli occhi….

Il Tuo mantello è nero……ma bianco e puro è il cuore….come la neve!

Ti chiami Luce di un Sogno…ma sei Jeeg, e Remì, e Capitan Harlok….

o forse Uomo Tigre?

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