Archive for dicembre 2013

Il coraggio della bellezza

rondini felici

“La nostra parola iniziale si chiama bellezza. Essa incorona il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto.

Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi.

giove 1

Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione.

giuramento

Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero.

saggezza

Essa è la bellezza infine che esige per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa.

famiglia felice

Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come un ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare.” (Hans Urs. von Balthasar)

gioie trascendentali

Un saluto e un ringraziamento all’anno che se ne va…

per la bellezza che ha saputo ancora… conservare e donare!

UNA ZUPPA PER NON DIMENTICARE

di  Annalisa Pasqualetto

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“Natale! Anche quest’anno è arrivato. Le strade e le vetrine sono una festa per gli occhi, e tutto è un brillìo. Le sere sono talmente lunghe che mi portano a pensare: ai regali da fare, agli auguri da spedire, e a preparare tante leccornie….ma sopratutto mi ritornano in mente uno alla volta i Natali passati, quelli di una volta, quando ero bambina. Tutti mi hanno donato emozioni e ricordi, ma tra i tanti ha lasciato di più il segno quello che ho passato in casa di un fratello di mio papà: lo zio Bepi. Bepi era il terzo figlio, dopo lo zio Armido e mio papà Piero, lo ricordo come la persona più ingegnosa che abbia conosciuto; sapeva fare di tutto, e sbrogliare qualsiasi situazione o problema. Io gli volevo tanto bene, ma gliene ho voluto ancora di più dopo esser stata con lui un Natale. Quell’anno aveva compiuto 50 anni e così aveva pensato di festeggiare il compleanno e Natale in compagnia di chi gli stava più a cuore; aveva però spiegato che sarebbe stata una cena di vigilia “special”. Non si era in tanti, solo i parenti più stretti, e io mi sono subito seduta in tavola vicino ai miei cugini, come loro piena di allegria e contentezza.

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“Prima di cenare vi voglio raccontare una storia” disse lo zio Bepi, e tutti siamo stati zitti ad ascoltare. “Stasera voglio ricordare il Natale del ’44, un Natale di guerra. Mi trovavo in Campo di Concentramento in Germania.

Mi avevano preso i tedeschi dopo l’8 settembre assieme ad altri soldati, io ero di marina. Senza ordini e sbandati, senza sapere cosa fare o dove andare, ci siamo trovati su un treno merci che ci ha condotti al nostro Calvario. Morsi dalla fame e pieni di spavento, ci si trascinava come fantasmi dove ci comandavano di andare, il lavoro ci massacrava e di sera ci si accasciava su materassi bisunti, sfiniti dentro e fuori. Il Campo non era solo una casermona fatta di pietre e filo spinato, era un altro mondo, fatto di gelo e di desolazione, ci si sentiva privati dell’anima e della voglia di vivere.

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Era così giunta la vigilia di Natale, stavamo tutti zitti, parlavamo solo con le nostre memorie, non c’era bisogno di dirsi alcuna cosa, ci si specchiava negli occhi dei compagni, uniti dallo stesso destino, dalle stesse sopraffazioni. Ci sembrava di essere tornati bambini, piccoli, indifesi; ci veniva in continuazione la voglia di piangere. Quella sera di vigilia era peggiore delle altre, la neve aveva imbiancato tutto, nella mia baracca non c’era Presepio, non c’era albero, non c’era una pentola che borbottava sul camino, solo un freddo cane e avevo tanta, tanta fame.

Zupperba

Non ce la facevo più a stare là dentro e anche se non si poteva, sono uscito a camminare attorno al campo; sentivo il chiasso dei guardiani che facevano festa nella loro dimora e ho visto là per terra sulla neve un mucchietto di bucce di patate. Le ho raccolte, in mezzo c’erano pure due o tre rape, mezze marce: avremmo festeggiato il Natale anche nella nostra baracca! Con quel tesoro in mano sono tornato dentro, abbiamo pulito quel ben di Dio sulla neve e preparato una zuppa. L’abbiamo mangiata piano, piano, quasi con devozione, domandandoci se quello sarebbe stato l’ultimo nostro Natale. Io ho pensato a mia mamma che aveva tutti e tre i figli in guerra e non sapeva quasi nulla di alcuno, ho pensato alla mia casa, alla mia chiesa, al buon odore dell’incenso che si sperdeva nell’aria durante la Santa Messa di mezzanotte e sentivo un groppo in gola che mi soffocava….

la neve

Sono trascorsi i mesi e nella primavera del ’45, sono arrivati gli americani a liberarci. Ricordo solamente che ci raccomandarono di mangiar poco, perché non eravamo più abituati e avremmo potuto star male. Io pesavo 37 chili, ma non mi interessava nemmeno più di mangiare, sapevo solo che avrei potuto tornare a casa, lasciare quel posto, regno di patimenti, lacrime e disperazione. Volevo dimenticare, dimenticare tutto…ma non ne sono stato capace. Ogni anno mi ritorna in mente quel Natale di prigionia e la zuppa di bucce di patate e rape marce.”

Tutti eravamo zitti e ci era passata la voglia di far festa, intanto arrivò la zia e poggiò sulla tavola una zuppiera con la minestra di tortellini, ma prima di versarla versò sul piatto dello zio una zuppa di bucce di patate e di rape fatta a parte, che lui guardò con occhi lustri e cominciò a mangiare dopo essersi fatto il Segno della Croce. La zia spiegò che ogni anno alla vigilia, era quella la sua cena. Non ricordo a chi venne l’idea, ma abbiamo detto tutti di no alla minestra di tortellini, avremmo fatto compagnia allo zio mangiando tutti la zuppa di bucce di patate e rape, in silenzio. I tortellini sarebbero stati mangiati il giorno dopo, ma non avremmo più dimenticato la “cena speciale” dello zio Bepi.”

Natale nei campi di prigionia

Lago dei cigni

AUGURI DI SERENA DOMENICA!

L’ANGELO DELLA PIAVE

Valdobbiadene  II° Guerra Mondiale

colline di Valdobbiadene

Pioveva quella notte. Una pioggerella fine picchiettava sui vetri, le gocce come piccole dita producevano un lieve mormorio che sembrava una ninna nanna. Da qualche parte nel buio un cane latrava. Per quanto si rigirasse nel letto, Caterina non riusciva a prendere sonno, accanto al suo tanti lettini lindi accoglievano altrettanti bambini, loro ora dormivano e lei ascoltava il loro respiro regolare, quando udì dei passi in cortile. Si alzò di scatto e da un balcone socchiuso guardò fuori. La pioggia dava alla notte un pallore spettrale, lei, lo vide subito, veniva avanti di fretta; dalla sagoma snella ed eretta si capiva che era un uomo giovane, il volto seminascosto si stagliava contro l’oscurità, i capelli bagnati erano incollati alla fronte; era ormai zuppo, ma sembrava non farci caso. Poi improvvisamente si udì la sua voce concitata, una voce che Caterina era sicura di aver già sentito: – A San Pietro c’è il fuoco…i tedeschi…possono arrivare fin qui! Bisogna portare via subito i bambini, su nei boschi, nella montagna di Pianezze…

Pianezze

Erano abituati quei piccoli ai risvegli improvvisi nel cuore della notte e così senza parlare, con gli occhi gonfi di sonno e sbarrati dalla paura, in pochi attimi si vestirono, ognuno prese in mano ciò che aveva di più caro e guidati da Caterina lasciarono la villa che li ospitava e iniziarono la lunga marcia nella notte piovosa lungo i fianchi della montagna, per raggiungere un luogo sicuro. Erano circa venti, erano rimasti orfani a causa del bombardamento che il 7 aprile del 1944 – Venerdì Santo – dilaniò Treviso; avevano dai sei ai dieci anni.

Treviso dopo il bombardamento del 44

Grazie all’intervento del vescovo monsignor Masiero, avevano potuto lasciare la loro città offesa e quasi del tutto distrutta, per trovare rifugio a Valdobbiadene in un’ala della Villa dei Cedri, messa a disposizione per loro.

villa dei cedri - oggi -

Ora camminavano silenziosi in fila, i grandi aiutavano i più piccoli, non chiedevano perché, non dicevano nulla, ma lei, Caterina era sicura che in quel momento riaffiorassero nelle loro menti i ricordi e gli incubi che tante volte li svegliavano nel cuore della notte, perché erano gli stessi incubi che a lei non permettevano di dormire: quando le sembrava di risentire le lugubri sirene che precedevano l’arrivo delle fortezze volanti con il loro pesante ronzio che venivano a bombardare, quando le sembrava di avere le gambe bloccate e di non riuscire a correre verso i rifugi…e poi i fischi, i boati, la terra che tremava, poi le macerie fumanti, la città sconvolta, il dolore, la disperazione, la morte…Era stato per sfuggire a tutto questo che ragazza di diciotto anni, con la sorella e la nonna avevano lasciato Mestre e i genitori, per andare sfollata a San Pietro di Barbozza, un paese vicino a Valdobbiadene.

sfollati dalla città di Mestre- Venezia

La guerra però era ovunque e nemmeno lì poteva ritenersi al sicuro, ma ora c’erano i bambini e per nessuna ragione al mondo li avrebbe lasciati. Era poco più grande di loro, ma aveva coraggio da vendere e sapeva infondere sicurezza e speranza. Così anche quella notte, i piccoli ebbero fiducia in lei e la seguirono. Camminavano per i boschi cercando di non far rumore, si sentiva solo un fruscio lieve, simile al scalpiccio di fantasmi che passano, quando calpestavano le foglie secche dei castagni che ormai erano cadute. La pioggia era diventata più insistente, ma per fortuna le prime luci di un’alba livida, mostrarono in lontananza una casera abbandonata.

casera

Raggiunsero questo rifugio, vi entrarono e attesero. Non era possibile accendere il fuoco, il fumo avrebbe potuto tradire la loro presenza. Quei piccoli avevano freddo, fame e paura, ma c’era Caterina con loro, se c’era lei nulla di male avrebbe potuto capitare. Fu la piccola Maria a chiederle improvvisamente: – Maestra, ma chi ti ha mandata da noi?- La domanda le sembrò strana, Caterina pensò un po’, poi rispose sicura: – Mi ha mandata un angelo! -. E raccontò la sua storia: – Quando lasciai Mestre, alla fine di aprile, studiavo dalle Suore Canossiane per diventare maestra, a luglio dovevo diplomarmi. Per tre anni, ogni mattina raggiungevo con la filovia la scuola a Venezia, spesso il viaggio o le lezioni venivano interrotte dagli allarmi, eravamo rimaste solo dodici alunne; spesso avevo fame, perché il cibo era poco, di sera non potevo studiare perché non si poteva tenere la luce accesa…quante privazioni facevano i miei genitori per pagare la retta e comprarmi i libri!…Da San Pietro, non potevo raggiungere ogni giorno Venezia, ma decisi che non potevo mollare, non potevo cancellare tre anni di sacrifici per colpa di una stupida guerra; sarei diventata maestra comunque. Così per tre volte tornai a Venezia con mezzi di fortuna, per farmi dare i compiti e i programmi d’esame, poi finalmente a fine giugno ero pronta. Partii presto una mattina, avevo saputo che un’auto doveva portare da Valdobbiadene a Treviso una ricca signora, le chiesi un passaggio, così avrei fatto gran parte della strada con lei, in condizioni sicure. Arrivata però al ponte Vidor, lo trovammo distrutto, non si poteva passare, l’auto tornò indietro, ma io decisi che in qualche modo avrei attraversato il fiume, anche se non sapevo come. Passai quasi tutta la giornata a cercare un guado che non riuscii a trovare. Camminavo su e giù per una strada delimitata da un pendio rivestito da cespugli e alberelli, che scendeva ripido verso le rive della Piave; il cielo cominciava ad imbrunire e si specchiava scuro tra le onde, cominciavo a perdere ogni speranza, quando dalla fitta vegetazione uscì un uomo, aveva il viso nascosto dal bavero del giaccone e da un cappellaccio calato sugli occhi; mi chiese minaccioso cosa facessi lì dal mattino, era chiaro che mi controllava. Gli spiegai indispettita, più che spaventata, che dovevo ad ogni costo attraversare il fiume e perché.

la Piave

Fu così che mi trovai dopo qualche ora, nel cuore della notte, in una piccola imbarcazione tirata da una riva all’altra da corde, ero lì sola a mio rischio e pericolo, tutto poteva capitare! Quando raggiunsi l’altra sponda un altro ragazzo mi fece scendere, mi accompagnò in un fienile, dimostrò di essere perfettamente informato su di me e sull’esame che dovevo sostenere. Volevo lasciargli quel po’ di denaro che avevo con me, non lo volle, ma disse con voce seria e perentoria “A buon rendere! Sono sicuro che ci rivedremo!”. Al momento non capivo cosa volesse, ero solo infastidita da quella che mi sembrava impudenza; solo più avanti, mi fu chiaro cosa intendesse. Arrivai a Venezia dopo due giorni, superai l’esame e tornai a San Pietro. Il 7 Agosto in quella zona, su un colle isolato, si diceva la S.Messa nella chiesa di Sant’Alberto, custodita da un’eremita; io mi ero recata con molta fede e pregavo per chiedere la pace e un lavoro per me. Ero assorta nei miei pensieri, quando sentii una mano pesante posarsi sulla mia spalla: – Non girarti, ascolta! E’ giunto il momento di pagare il tuo debito. Ora sei maestra, lo sappiamo e puoi insegnare. A Valdobbiadene ci sono venti bambini orfani, che hanno bisogno di essere assistiti ed educati, non c’è nessuna altra donna che lo possa fare, solo tu qui hai i requisiti, vai da loro domani.- Avevo trovato lavoro, ma sopratutto voi! –

Chiesa di Sant'Alberto

Il racconto di Caterina terminò proprio nell’istante in cui la porta della casera si spalancò, i piccoli spaventati le si nascosero dietro. Il ragazzone che entrò sembrava occupare con la sua enorme mole tutta la piccola stanza, tirò fuori da una bisaccia di tela cerata alcuni pezzi di pane, formaggio, piccole mele e castagne lesse: – Mangiate! – disse – Non dovete aver paura, restate qui, fino a quando qualcuno verrà a prendervi. – Caterina riconobbe allora la sua voce, era la stessa del traghettatore, era quella che a Sant’Alberto le aveva ordinato di andare dai bambini e che poche ore prima li aveva svegliati per avvertirli del pericolo e li aveva fatti scappare. L’uomo stava per andarsene – Ma tu chi sei? – chiese Caterina, voleva sapere, quel ragazzo ormai cominciava troppo a guidare la sua vita, chi era ? Egli si fermò, solo per un istante ancora e rispose sorridendo un po’ sornione: – Sono l’Angelo della Piave! –

fiume Piave

Poi in un baleno, sparì nel folto bosco. Per fortuna tutto andò bene e i bambini hanno continuato la loro vita grama di tempo di guerra. E arrivò il Natale, un tristo Natale; solo la fede dava un po’ di speranza e forza per andare avanti. La Messa di quella mattina fu ascoltata da tutti con devozione, ma in chiesa c’erano solo: donne, vecchi e bambini, perché gli uomini erano in guerra o nei campi di concentramento o nascosti in montagna con i partigiani. Fu una messa corta, ma tanto sentita, e tutti si sono emozionati, quando alla fine il vecchio organista fece sentire le note di “Tu scendi dalle stelle” e dal coro si innalzò una voce che ormai a Caterina era famigliare…- Chi è che canta? – chiese a una vecchietta seduta a fianco, il cuore le tremava. – Si tratta di Angelino, un ragazzo che sta tutto il giorno nascosto laggiù, vicino alla Piave – rispose la vecchia – E’ tanto buono, ma non del tutto a posto, è esaltato, ma fa tanto del bene. – Da quella volta Caterina non lo vide, ne lo sentì più. La guerra finì, un po’ alla volta tutto tornò alla normalità, Caterina tornò a Mestre, insegnò per quasi tutta la sua vita, si sposò, ebbe due figlie e nipoti; con loro spesso si recava a San Pietro di Valdobbiadene, anche per le vacanze e ogni volta che attraversava il ponte Vidor raccontava questa storia: così, proprio con le stesse parole con le quali l’avete letta. Caterina era mia mamma.” (Annalisa Pasqualetto)la Piave

(Caterina era anche mia zia)

 

ALBARO DE NADAL

pino per l'albero di Natale

El 

gera lù

el me sogno

de Nadal: un pin.

Non importa se picinin

o grando.

La mama lo meteva

Su un canton de la cusina

el più distante che se podeva dal fogher,

par farlo durar de più.

El spandeva un odor tanto dolse de bosco,

ed faseva s-giosar qualche lagrema de resina biancaissa

che me faseva credar che el fusse drio patir e piansar

par aver lassà la so foresta.

Alora caressavo la so scorsa ruspia, le so ramette,

E no ghe badavo se me sponciavo le manine co i so aghi.

Che emossion, che trepidassion

co picavo balete de vero, lustrini, candelete rosse e de oro

che dormiva par tuto l’ano incartae dentro ‘na scatola de carton,

dove le sognava de essar tirae fora e de poder slussegar.

Su la sima inpiravo un angeo co la stela cometa in testa,

E metevo qua e là fiocheti de candido bombaso, par far la neve.

Albaro de Nadal,

contame anca sto ano

‘na storia

de speransa

distante nel tenpo,

e fame trovar soto le to rame

un sogno che me dura un ano intero.

abete

(Poesia di Annalisa Pasqualetto)

pino nel bosco

….”Questa sera!” esclamarono tutti “questa sera deve splendere!” ‘Fosse già sera’ pensò l’albero ‘se almeno le 

candele fossero accese presto! Che cosa accadrà? Chissà se verranno gli alberi del bosco a vedermi? E chissà se i

passerotti voleranno fino la finestra?

(Hans Christian Andersen)

albero di Natale

La nascita di Gesù

“….non c’era posto per loro…” (Luca, 2-7)

Solo dei pastori, abituati a sostenersi, a scrutare la natura e ad ascoltare il silenzio,

a godere delle piccole cose e a meravigliarsi…

solo i pastori sanno far posto nel loro ricovero,

ed esultano nel vedere il Bambino!

natività

Gioisce il cuore semplice che accoglie il Bambino Gesù.

 Fiducioso aderisce al SOGNO DI COLUI che è Bellezza Suprema…

e che in tale Bellezza ci ha sognati!

AUGURI ad ogni cuore che ama.

Sia dolce il NATALE di pace! 

Il ritorno della Luce

Il primo giorno d’Inverno incomincia col ritorno della Luce!

Allora…Benvenuto Solstizio d’Inverno!

Sia armonioso il coro di

…Corpo- Mente- Anima…

nell’Incontro con la Luce,

per una dolce Sinfonia d’ INVERNO!

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