L’utopia di un mondo perfetto

Da -Ideologie-Formazione-; in -Il Timone-, Milano, gennaio 2021, pp.42-43)

“Un secolo fa il tragico esperimento di attuazione dell’ideologia marxista muoveva i primi passi, inseguendo l’utopia di un mondo perfetto, libero dal male. L’esito di quel progetto è ormai tristemente noto e ammesso, pur con qualche imbarazzo, persino dai suoi fautori…Un massacro senza precedenti, fondato sull’eliminazione sistematica di quanti non erano funzionali a quel disegno.

Eugenio Corti aveva compreso fin da giovane che quell’assalto al cielo correva su una via disseminata di cadaveri: per costruire la società vagheggiata da Karl Marx, eliminando il male dall’uomo, occorreva in realtà eliminare l’uomo stesso. Perché, a dispetto della visione di Marx, non esistono circostanze materiali e sociali che riescano a togliere il male dal cuore umano. Ma neppure c’è epurazione capace di estirpare, da quello stesso cuore, l’inesauribile tensione all’infinito, vale a dire alla felicità, che da quel male è perennemente insidiata.

…Per questo, quando nel 1941 è chiamato alle armi, si adopera con ogni mezzo per essere destinato al fronte russo: vuole conoscere gli esiti dell’esperimento comunista attuato in Unione Sovietica. Il ventunenne tenente Corti vivrà la campagna di Russia come uno scienziato, preciso nell’affidare al proprio diario la scoperta di un mondo fino ad allora impenetrabile.

-Cercavo di vedere, di vedere, di vedere il più possibile a costo di rimetterci gli occhi-. Il primo dato che riporta dall’Ucraina riguarda l’immensa povertà che traspare dall’aspetto degli esseri umani, i quali, registra: -avevano tutti, a vederli da vicino, visi stranamente logori, come di persone molto a lungo maltrattate-.

La realtà dell’Unione Sovietica gli si rivela più evidente di qualsiasi costruzione teorica; nel giugno del 1942 descrive così la desolazione generata dalla politica economica comunista: “Fabbriche grigie a due, tre, più piani. Immense. Disumane”. Al giovane, figlio di un industriale di origine popolare, queste costruzioni devastate dall’abbandono “davano un’impressione di soffocamento del senso umano tale che lo stare a guardarle portava a un profondo disagio di tutto l’essere”.

Ma ben di più resta turbato dalla scoperta della dekulakizzazione: lo sterminio di milioni di piccoli proprietari terrieri attuato in Ucraina, attraverso la collettivizzazione forzata e la grande carestia del 1933, che il regima sfrutta per reprimere i contadini. L’esperienza diretta degli effetti del comunismo in Russia conferma in Corti l’urgenza dell’azione culturale: sopravvissuto alla tragica esperienza della ritirata, accoglie la propria vocazione di scrittore dedicandosi allo studio del comunismo, che ritiene il pericolo maggiore per l’umanità del suo tempo.

In un’epoca dominata dall’ideologia marxista, sfida la menzogna e la connivenza del politicamente corretto denunciando non solo l’analogia tra nazismo e comunismo, figli della medesima barbarie, ma anche le responsabilità della cultura occidentale che ha taciuto (quando non direttamente appoggiato) i massacri operati inseguendo l’utopia del comunismo.

Non si tratta di opporsi a una dottrina, ma di testimoniare la verità sulla storia e sull’uomo. E’ questo il filo conduttore delle sue opere narrative e saggistiche, che per l’analisi del comunismo trova piena articolazione nella tragedia “Processo e morte di Stalin”, pubblicata e messa in scena nel 1962. Qui Corti dimostra l’assoluta coerenza dell’operato di Stalin con la teoria marxista, che lo illudeva di essere costruttore di -una società mai vista prima: di uomini non solo liberi dal bisogno e dall’ignoranza, non solo dall’oppressione dello Stato e di qualsiasi altra autorità che li possa costringere, ma liberi anche dal male-.

L’epilogo della tragedia, specchio della realtà, svela però che è impossibile cancellare il male dall’uomo e dalla società: la pretesa dell’ideologia comunista di trascinare il paradiso in terra è al tempo stesso causa del suo crollo. E’ l’eterna illusione dell’uomo di salvarsi da sé, escludendo Dio dal proprio orizzonte”.

PAOLA SCAGLIONE



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