Archive for the ‘Cultura’ Category

Ninna nanna della moglie del pescatore

Ninna nanna della moglie del pescatore

“Suggi, bambino, suggi

dal petto mio la vita:

Dio non me l’ha largita

che per donarla a te.

 

Dormi, bambino, dormi;

nelle fastose sale

più tepido guanciale

di questo sen non è.

Lunge pel mare intanto

l’occhio sospeso io mando,

ov’ei ne va pescando

sul fragil navicel;

 ove l’azzurro flutto

a chi guardando pensa,

sola una cosa immensa

par con l’azzurro ciel.

(IPPOLITO NIEVO)

I quattro mestieri…

I quattro mestieri più antichi e più sacri

Contadino

“Quelle del contadino, del muratore, del fabbro, del legnaiolo sono, tra l’arti manuali, le più compenetrate colla vita dell’uomo, sono le più innocenti e religiose. Il guerriero degenera in predone, il marinaio in pirata, il mercante in avventuriero; ma il contadino, il muratore, il fabbro, il legnaiolo non tradiscono, non possono tradire, non si corrompono.  Maneggiano le materie prime più famigliari e debbono trasformarle agli occhi di tutti, per servizio di tutti, in opere visibili, solide, concrete, vere. Il contadino rompe la zolla e ne cava il pane che mangia, il muratore squadra la pietra ed innalza la casa, la casa del povero, la casa del re, la casa d’Iddio; il fabbro arroventa e torce il ferro per dar la spada al soldato, il vomere al contadino, il martello al falegname; il legnaiolo sega ed inchioda il legno per costruire la porta che protegge dai ladri, per fabbricare il letto sul quale ladri ed innocenti moriranno.

Queste semplici cose, ordinarie; comuni, usuali, tanto usuali, comuni e ordinarie che non le vediamo più, che passano ormai disavvedute sotto i nostri occhi avvezzi a più complicate meraviglie, sono le più semplici creazioni dell’uomo, ma più meravigliose e necessarie di tutte l’altre inventate dopo.”

(GIOVANNI PAPINI)

(Brano tratto dall’Antologia Italiana – LA PRORA – Editore Nicola Zanichelli – Edizione 1961)

 

1° MAGGIO 2019 – FESTA DEL LAVORO

AUGURI!

“Se ami quello che fai, non sarà mai un lavoro.” (CONFUCIO)

 

(Immagini tratte dal web)

Biodiversità e Monoculture

 

http://coltivarcondividendo.blogspot.it/

Brano tratto dal Libro di Vandana Shiva:

MONOCOLTURE DELLA MENTE – Biodiversità, biotecnologia e agricoltura “scientifica”

(Pagina 64/67 della Prima edizione del 1995)

La crisi della diversità

“La diversità è il carattere distintivo della stabilità ecologica. Diversi ecosistemi danno luogo a forme di vita e culture diverse. La coevoluzione delle culture, delle forme di vita e degli habitat mantiene intatta la diversità biologica del pianeta. Diversità culturale e diversità biologica si tengono.

Le comunità, dovunque nel mondo, hanno sviluppato un proprio sapere e hanno trovato il modo di ricavare i mezzi di sussistenza dai doni ricevuti dalla diversità della natura, sia nella sua forma selvatica sia in quella addomesticata. Le comunità di caccia e raccolta usano migliaia di piante e di animali per procurarsi, cibo medicine e riparo. Anche le comunità pastorali, agricole e di pescatori hanno sviluppato i saperi e le attitudini necessarie per ricavare il sostentamento dalla diversità vivente della terra, dei fiumi, dei laghi e dei mari. La loro conoscenza ecologica approfondita e sofisticata della biodiversità ha fatto nascere regole culturali di conservazione, che si riflettono in nozioni di sacralità e tabù.

Oggi, tuttavia, la diversità degli ecosistemi, delle forme di vita e dei modi di vivere delle comunità è minacciata dal pericolo di estinzione. Gli habitat sono stati privatizzati e distrutti; la diversità è stata impoverita e i mezzi di sussistenza derivanti dalla biodiversità sono a rischio.

Le foreste umide tropicali coprono ormai solo il 7 per cento della superficie della Terra, ma in esse vive almeno il 50 per cento delle specie viventi. La deforestazione va avanti a un ritmo sostenuto: stime molto prudenti suggeriscono tassi del 6,5 per cento in Costa d’Avorio, e dello 0,6 per cento all’anno (pari a 7,3 milioni di ettari), in media, per tutti i paesi tropicali. A questo tasso netto che tiene conto sia della riforestazione sia della crescita naturale, tutte le foreste tropicali indivise scompariranno entro 177 anni. Raven ha stimato che il 48 percento circa di tutte le specie di piante del mondo sono nelle foreste o in areee limitrofe, il 90 per cento delle quali sarà disboscato nei prossimi venti anni, con la perdita di circa il 25 per cento di tutta la specie. Wilson ha stimato che il saggio di estinzione attuale è di mille specie all’anno. Negli anni novanta questo valore è destinato a salire a diecimila specie all’anno (una ogni ora). Nei prossimi trent’anni, un milione di specie potrebbe essere cancellato.

La diversità biologica degli ecosistemi marini è anch’essa notevole; tavolta le barriere coralline sono paragonate alle foreste tropicali, sotto il profilo della diversità. Gli habitat e la vita del mare sono però gravemente attaccati; con la distruzione della diversità, la pesca locale è sull’orlo del disastro nella maggior parte delle regioni costiere.

L’erosione della diversità è molto avanzata anche negli ecosistemi agricoli. La varietà dei raccolti è scomparsa: nel periodo della Rivoluzione verde, la coltivazione di centinaia e migliaia di raccolti si è ridotta a quella del grano e del riso, tratti da una ristretta base genetica. I semi di grano diffusi in tutto il mondo dallo International Centre for Maize and Wheat Improvement, attraverso Norman Borlaug e gli “apostoli del grano”, sono il risultato di nove anni di sperimentazione sul grano giapponese Norin. Il Norin, brevettato nel 1935, è un incrocio tra il grano nano giapponese denominato Daruma e quello americano denominato Faltz, cheil governo giapponese aveva importato dagli Usa nel 1887. Il Norin fu introdotto negli Usa nel 1946 dal dottor D.C. Salmon – un agromono che operava in Giappone come consigliere militare degli Usa – e dopo fu incrociato con semi americani della varietà chiamata Bevor, ad opera del dottor Orville Vogel, ricercatore del Dipartimento dell’Agricoltura. Negli anni cinquanta Vogel inviò questa varietà in Messico, dove fu usata da Borlaug . un dipendente della Rockefeller Foundation – per sviluppare le sue ben note varietà messicane. Delle migliaia di semi nani creati da Borlaug, solo tre furono impiegati per creare piante di grano della Rivoluzione verde, poi diffuse in tutto il mondo. La disponibilità di cibo di miloni di persone dipende ora precariamente da questa base genetica ristretta e straniera.

Nell’ultimo mezzo secolo, in India, sono cresciute probabilmente 30.000 diversità indigene – o ceppi locali – di riso. La situazione è cambiata radicalmente negli ultimi quindici anni, e il dottor H.K. Jain, direttore dello Agricultural Research Institute di New Delhi, ritiene che in questi quindici anni questa enorme varietà di specie si ridurrà a non più di 50, con le prime dieci che coprono tre quarti del terreno coltivato a riso nell’intero subcontinente.

Anche le popolazioni di bestiame sono state omogeneizzate e la loro diversità è andata perduta irrimediabilmente. Le razze pure di bovini, formatesi nel tempo in India, sono in via di estinzione. Sahiwal, Red Sindhi, Rathi, Tharparkar, Hariana, Ongole, Kankreji e Gir sono razze bovine sviluppatesi in specifiche nicchie ecologiche, dove ciascuna di esse poteva sopravvire e soddisfare i bisogni di comunità locali. Oggi esse sono sistematicamente sostituite dalle razze incrociate Jersej e Holstein Cows.

Con la scomparsa degli animali – che sono una componente essenziale dei sistemi di coltivazione – e la sostituzione del loro contributo alla fertilità agricola da parte dei fertilizzanti chimici, anche il suolo, la flora e la fauna sono andati perduti. Si sono estinti, o hanno subìto una forte riduzione della loro base genetica, i batteri azotofissatori specifici dei diversi luoghi: i funghi che in associazione favoriscono l’assorbimento dei nutrienti; i predatori d’insetti nocivi, gli impollinatori, i diffusori dei semi e altre specie coevolutesi nel corso dei secoli, dalle quali dipendeva la protezione ambientale degli agrosistemi tradizionali. Privati della flora con la quale coevolvono, sono scomparsi anche i microbi del terreno.

L’erosione della biodiversità avvia una reazione a catena. La scomparsa di una specie è connessa con l’estinzione d’innumerevoli altre specie, con le quali la prima è interrelata attraverso le catene alimentari, fatti che l’umanità ignora totalmente. La crisi della biodiversità non significa solo la scomparsa delle specie che hanno il potenziale di portare dollari alle imprese, rifornendole di materie prime industriali. E’ un problema di fondo, è una crisi che minaccia i sistemi di supporto della vita e dei mezzi di sostentamento di milioni di persone nei paesi del Terzo Mondo.”

 

 

Lei, che sono io

ELLA, QUE SOY YO

di Clementina Sandra Ammendola

Seimila lingue nel mondo

Prefazione di Tullio De Mauro

“Una lingua, voglio dire una lingua materna in cui siamo nati e abbiamo imparato a orientarci nel mondo, non è un guanto, uno strumento usa e getta. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. Essa apre le vie al con-sentire con gli altri e le altre che la parlano ed è dunque la trama della nostra vita sociale e di relazione, la trama, invisibile e forte, dell’identità di gruppo. E fa parte del suo essere e funzionare quella che un gran linguista di questo secolo, Ferdinand de Saussure, chiamò la force de l’intercourse, la forza di interscambio: essa cioè è la condizione che ci permette come singoli di apprendere altre e nuove lingue e permette alla comunità di cui siamo parte di apririrsi alla conoscenza e al contatto di altre e diverse e nuove genti.

Come si sa, sono oltre seimila le lingue oggi vive nel mondo. E sono decine e decine quelle parlate da consistenti nuclei demografici. Contro vecchie immagini stereotipate, sappiamo oggi che, indipendentemente da recenti flussi migratori, non c’è Paese del mondo di qualche estensione e consistenza demografica che non ospiti cittadini nativi di lingua diversa. L’Italia, con le sue tredici minoranze linguistiche autoctone o insediate fra noi da secoli e con la sua folla di diversi e ancor vivaci dialetti, è solo uno degli innumerevoli casi tra i duecento paesi del mondo.

Già in epoche del passato si erano avuti movimenti migratori di consistenti parti di popolazione. L’intera storia naturale e culturale dell’Homo sapiens fin dalle origini più remote è segnata dal migrare. Lo stabilizzarsi degli stati nazionali ha reso da un lato più evidente dell’altro più difficile, drammatico il fenomeno a partire almeno dal secolo scorso. E tuttavia, fino ad anni recenti, il fenomeno coinvolgeva masse anche estese caraterizzate però da una relativa omogeneità culturale, cioè religiosa, linguistica, di costume con i paesi d’arrivo.

In anni a noi più vicini le condizioni createsi con la decolonizzazione e con il tipo di sviluppo che le aree forti del mondo hanno imposto al Pianeta hanno determinato fatti vistosamente nuovi. Estese aree del Nord del mondo, ma anche Australia e parte del Sud-Est asiatico e, da qualche anno, anche il Giappone, devono fare i conti con imponenti flussi di immigrazione provenienti dal Sud: Asia, Africa, America latina. Stiamo assistendo a un rimescolamento etnico-linguistico senza precedenti nella storia umana. Molti stati del mondo, dal Nord dell’Europa al Canada, dalla Francia o Gran Bretagna all’Australia, si sono attrezzati con un’adeguata legislazione e, specialmente, con un’adeguata ristrutturazione delle scuole. L’obbiettivo, in generale, è salvaguardare l’identità etnico-linguistica dei nuovi arrivati favorendo al tempo stesso (anzi: favorendo così) il loro inserimento linguistico-culturale e sociale nei paesi d’arrivo.

Ormai numerose esperienza ci dicono che, la coesistenza di più etnie e lingue diverse in una medesima area pone problemi anzitutto educativi, scolastici e che, se i paesi si attrezzano per affrontare e risolvere questi in positivo, si attenuano e persino svaniscono i problemi di natura sociale, produttiva, giuridica, politica. Se invece le scuole si chiudono a riccio verso gli alloglotti, antichi o nuovi che siano, prima o poi i problemi consecutivi, extrascolastici, esplodono con violenza.

Il diritto all’uso e prima ancora il diritto al rispetto della propria lingua è un diritto umano primario e la sua soddisfazione nei fatti è una componente decisiva nello sviluppo intellettuale e affettivo della persona. E’ un mediocre, inefficiente amor di patria quello che ancor oggi, in qualche Paese, porta taluni a credere che si debba cercare di celare e cancellare e magari calpestare l’alterità linguistica.

Ma le questioni non sono solo di ordine linguistico. Certamente, mancano in Italia buone leggi che raccolgano l’indicazione che la Costituzione dà per la tutela delle minoranze linguistiche nel suo art. 6: né la Costituzione né i fatti ci permettono di distinguere tra minoranza di antico insediamento e minoranze che si vengono formando per flussi migratori. Ma sopratutto è carente in Italia una cultura antropologica e linguistica diffusa abbastanza capillarmente per consertirci un rapporto conoscitivo e relazionale con gli altri.

L’Editrice Sinnos con le sue iniziative ha cominciato da alcuni anni a muoversi nella direzione di colmare una lacuna culturale della nostra società offrendo testi bilingui di storie, invenzioni, autobiografie in grado di favorire nelle nostre scuole la conoscenza reciproca di ragazzi che vengono da tradizioni culturali diverse.

Ci si deve augurare che Sinnos “faccia scuola” e che insegnanti sempre più numerosi ricorrano a questi preziosi strumenti di efficace promozione di una civiltà plurilinguistica e pliriculturale, che è una necessità per il nostro mondo.”

Collana I MAPPAMONDI

Ideata da Vinicio Ongini

Il senso delle cose

L’agitazione è  il modo normale della vita moderna…Tutto questo è iniziato con la società industriale. La nostra mente, infatti, per dirla con Marx, è modellata dai modi e dagli strumenti di produzione. Nel lavoro del contadino, valeva la calma ispirata all’immobilità solenne della natura. E, nel lavoro dell’artigiano, valevano la competenza, la lentezza del gesto, l’originalità dell’oggetto. Invece, nella produzione seriale dell’industria, sono richieste la rapidità dei movimenti e la quantità degli oggetti prodotti. Ecco allora che il mondo moderno è basato, secondo Gerd Achenbach, su due presupposti: il mito della velocità e la tensione verso il futuro. Il mito della velocità. “Vai più veloce!”, grida il capitalista a chi lavora alla catena di montaggio. E non sa che questo principio si trasferisce, inconsapevolmente, dal capnnone industriale alla mentalità comune. “Non perdere tempo!”, ripetono genitori ed educatori. Ma non ci rendiamo conto che abbiamo creato il binomio velocità-insignificanza, finendo per investire tutta la mente sulle cose da fare anziché sul modo di vivere e sul senso delle cose. Per cui, più tempo guadagniamo in velocità e meno ne abbiamo per noi stessi, per la riflessione, gli affetti, le cose che contano.

Se l’artigiano ammirava le sue creazioni, godendo nel riconoscere in esse il proprio ingegno, l’uomo industriale, ridotto a mano senza mente, odia i suoi prodotti e si sente frustrato. Uomo e prodotto, nella società della fretta, si guardano come nemici. La tensione verso il futuro. L’uomo antico viveva rivolto verso il passato. Scrittori e artisti cercavano nella tradizione i loro modelli ispiratori…Ma l’economia industriale ci ha insegnato a passare dalla “contemplazione” al “dominio” del mondo. Ecco, allora, l’atteggiamento tipico dell’uomo d’oggi: il “presentismo” (solo il presente è importante, il passato non ha senso). Ma chi guarda solo al futuro perde il senso di continuità della sua esperienza. Rimane senza radici e senza identità. E si trova disorientato, nevrotizzato, in quanto il passato, essendo già accaduto, è certo, offre sicurezza; mentre il futuro è indefinito, angosciante come una strada diritta che si perde all’orizzonte. Abbiamo bisogno di tornare alla lentezza, alla calma degli antichi, a quella dose di leggerezza e di indifferenza, a quella “euthimia” (la tranquillità dell’anima) che si trova nelle pagine di Seneca, Plutarco, Epitteto, Marco Aurelio. A quel silenzio interiore che favorisce la contemplazione del divino che c’è nelle cose.”

(Da “Educare si deve, educare si può”; in “Evangelizzare”, Roma, novembre 2016, p. 13)

HUMAN AWARD

(HUMAN AWARD di Rebecca Antolini da condividere)

 

Grazie Pif, in questa Giornata della Memoria 2018, condivido molto volentieri il tuo  bellissimo AWARD, che considero vero e delicato Omaggio al Rispetto e alla Pace. (Nives)

  SHOAH (da Fonte Wikipedia)

Il termine Olocausto indica, a partire dalla seconda metà del XX secolo, il Genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli Ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio nazista verso tutte le categorie ritenute “indesiderabili”, che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni, tra cui 5-6 milioni di ebrei, di entrambi i sessi e di tutte le età.

 

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