Archive for the ‘Storia’ Category

Lei, che sono io

ELLA, QUE SOY YO

di Clementina Sandra Ammendola

Seimila lingue nel mondo

Prefazione di Tullio De Mauro

“Una lingua, voglio dire una lingua materna in cui siamo nati e abbiamo imparato a orientarci nel mondo, non è un guanto, uno strumento usa e getta. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. Essa apre le vie al con-sentire con gli altri e le altre che la parlano ed è dunque la trama della nostra vita sociale e di relazione, la trama, invisibile e forte, dell’identità di gruppo. E fa parte del suo essere e funzionare quella che un gran linguista di questo secolo, Ferdinand de Saussure, chiamò la force de l’intercourse, la forza di interscambio: essa cioè è la condizione che ci permette come singoli di apprendere altre e nuove lingue e permette alla comunità di cui siamo parte di apririrsi alla conoscenza e al contatto di altre e diverse e nuove genti.

Come si sa, sono oltre seimila le lingue oggi vive nel mondo. E sono decine e decine quelle parlate da consistenti nuclei demografici. Contro vecchie immagini stereotipate, sappiamo oggi che, indipendentemente da recenti flussi migratori, non c’è Paese del mondo di qualche estensione e consistenza demografica che non ospiti cittadini nativi di lingua diversa. L’Italia, con le sue tredici minoranze linguistiche autoctone o insediate fra noi da secoli e con la sua folla di diversi e ancor vivaci dialetti, è solo uno degli innumerevoli casi tra i duecento paesi del mondo.

Già in epoche del passato si erano avuti movimenti migratori di consistenti parti di popolazione. L’intera storia naturale e culturale dell’Homo sapiens fin dalle origini più remote è segnata dal migrare. Lo stabilizzarsi degli stati nazionali ha reso da un lato più evidente dell’altro più difficile, drammatico il fenomeno a partire almeno dal secolo scorso. E tuttavia, fino ad anni recenti, il fenomeno coinvolgeva masse anche estese caraterizzate però da una relativa omogeneità culturale, cioè religiosa, linguistica, di costume con i paesi d’arrivo.

In anni a noi più vicini le condizioni createsi con la decolonizzazione e con il tipo di sviluppo che le aree forti del mondo hanno imposto al Pianeta hanno determinato fatti vistosamente nuovi. Estese aree del Nord del mondo, ma anche Australia e parte del Sud-Est asiatico e, da qualche anno, anche il Giappone, devono fare i conti con imponenti flussi di immigrazione provenienti dal Sud: Asia, Africa, America latina. Stiamo assistendo a un rimescolamento etnico-linguistico senza precedenti nella storia umana. Molti stati del mondo, dal Nord dell’Europa al Canada, dalla Francia o Gran Bretagna all’Australia, si sono attrezzati con un’adeguata legislazione e, specialmente, con un’adeguata ristrutturazione delle scuole. L’obbiettivo, in generale, è salvaguardare l’identità etnico-linguistica dei nuovi arrivati favorendo al tempo stesso (anzi: favorendo così) il loro inserimento linguistico-culturale e sociale nei paesi d’arrivo.

Ormai numerose esperienza ci dicono che, la coesistenza di più etnie e lingue diverse in una medesima area pone problemi anzitutto educativi, scolastici e che, se i paesi si attrezzano per affrontare e risolvere questi in positivo, si attenuano e persino svaniscono i problemi di natura sociale, produttiva, giuridica, politica. Se invece le scuole si chiudono a riccio verso gli alloglotti, antichi o nuovi che siano, prima o poi i problemi consecutivi, extrascolastici, esplodono con violenza.

Il diritto all’uso e prima ancora il diritto al rispetto della propria lingua è un diritto umano primario e la sua soddisfazione nei fatti è una componente decisiva nello sviluppo intellettuale e affettivo della persona. E’ un mediocre, inefficiente amor di patria quello che ancor oggi, in qualche Paese, porta taluni a credere che si debba cercare di celare e cancellare e magari calpestare l’alterità linguistica.

Ma le questioni non sono solo di ordine linguistico. Certamente, mancano in Italia buone leggi che raccolgano l’indicazione che la Costituzione dà per la tutela delle minoranze linguistiche nel suo art. 6: né la Costituzione né i fatti ci permettono di distinguere tra minoranza di antico insediamento e minoranze che si vengono formando per flussi migratori. Ma sopratutto è carente in Italia una cultura antropologica e linguistica diffusa abbastanza capillarmente per consertirci un rapporto conoscitivo e relazionale con gli altri.

L’Editrice Sinnos con le sue iniziative ha cominciato da alcuni anni a muoversi nella direzione di colmare una lacuna culturale della nostra società offrendo testi bilingui di storie, invenzioni, autobiografie in grado di favorire nelle nostre scuole la conoscenza reciproca di ragazzi che vengono da tradizioni culturali diverse.

Ci si deve augurare che Sinnos “faccia scuola” e che insegnanti sempre più numerosi ricorrano a questi preziosi strumenti di efficace promozione di una civiltà plurilinguistica e pliriculturale, che è una necessità per il nostro mondo.”

Collana I MAPPAMONDI

Ideata da Vinicio Ongini

La storia ha bisogno di noi

Riflessioni di LUIGI CIOTTI

La rabbia e il coraggio

Sant’Agostino diceva che la speranza ha due bei figli: la rabbia e il coraggio. La rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio di vedere come potrebbero andare.

Dobbiamo animare la speranza di rabbia e di coraggio. Una rabbia sana, sia ben chiaro. La rabbia per me è un atto di amore: ci si arrabbia per le cose che ci stanno a cuore, ci si arrabbia quando ci si sente impotenti di fronte a certe ingiustizie, all’arroganza, alla sopraffazione. Ma accanto alla rabbia, per Sant’Agostino c’è anche il secondo figlio della speranza, il coraggio. Coraggio deriva da “cor habeo”, ho cuore. Abbiamo bisogno oggi di mettere più cuore, amici, di più! La prima prova di coraggio è quindi guardare dentro la propria coscienza, ribellandosi all’impotenza. Il Padreterno ci chiede di graffiare ancora di più la realtà perché le situazioni d’impoverimento, di sofferenza, di fatica intorno a noi impongono uno scatto delle coscienze. Il cambiamento, per potersi realizzare, ha bisogno di un “di più” da parte di ciascuno di noi.

Ho un sogno

Ho un sogno. Sogno che un giorno il volantariato diventi superfluo. La solidarietà non può essere la virtù di qualcuno, non può essere l’eccezione. Deve essere la regola di tutti. Nessuno può considerarsi un vero cittadino se non si guarda attorno e se non comincia a risolvere i piccoli problemi che man mano gli si presentano. E nessuno può considerarsi un vero cristiano se non è solidale. Il cittadino è tale se è volontario: è troppo comodo considerare il volontariato come un’eccezione. Com’è ovvio, resta necessario mantenere delle forme organizzate di solidarietà, in modo da poter affrontare le questioni in maniera più efficace, ma il vero obbiettivo è quello di lavorare tutti insieme in modo da migliorare il proprio quartiere, la propria scuola e le condizioni di vita di coloro che ci circondano. Il volontariato non deve essere confuso con l’impegno sociale in specifici settori. Il vero volontariato è dono, gratuità, spontaneità, passione, messa in gioco. Dovrebbe essere prerogativa di tutti.

Non dobbiamo fermarci

“Se dovrai attraversare le acque sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno” dice un passo del Libro di Isaia” (XLIII,2). E’ un versetto che ci conforta, ma non impedisce di sentirci, in certi momenti, smarriti, in crisi, pieni di dubbi, di insicurezze. Questi momenti di sfiducia esistono per tutti. Spesso mi chiedo se i 18 anni di attività con Libera sono serviti, se sono serviti i 48 anni di Gruppo Abele. Ma se è vero che ci sono problemi che sembrano insuperabili, se è vero che ci sono tante sofferenze che non siamo riusciti ad evitare, è anche vero che quei servizi, quelle comunità, quelle associazioni hanno aiutato molte persone a essere meno schiacciate, più libere. Allora, anche se l’orizzonte di una mèta ci appare lontano, anche se a volte è naturale sentirsi scoraggiati, non dobbiamo fermarci. La storia ha bisogno di noi. Nella storia c’è una pagina bianca che siamo chiamati a scrivere. E’ nostra, ci è affidata. E’ Dio che ci dice: “Scrivila tu”.

(Questi testi del fondatore del Gruppo Abele e di Libera sono estratti dal Libro “Il morso del più” – Incontri con Luigi Ciotti di Massimo Orlandi (Edizioni Romena 2013)

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Ecco il nemico!

“Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!

…Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè proprio come stanno facendo dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa. Un’idea simile non mi era mai venuta in mente. Ora prendevano il caffè. Curioso! E perchè non avrebbero dovuto prendere il caffè? Perchè mai mi appariva straordinario che prendessero il caffè’ e verso le 10 e le 11, avrebbero anche consumato il rancio, esattamente come noi.

Forse che il nemico può vivere senza mangiare? Certamente no. E allora, quale ragione del mio stupore? Ci erano tanto vicini e noi li potevamo contare, uno per uno. Nella trincea, tra due traversoni, v’era un piccolo spazio tondo, dove qualcuno, di tanto in tanto, si fermava. Si capiva che parlavano, ma la voce non arrivava fino a noi. Quello spazio doveva trovarsi di fronte a un ricovero più grande degli altri, perchè v’era attorno maggior movimento. Il movimento cessò all’arrivo di un ufficiale.

Dal modo con cui era vestito, si capiva che era un ufficiale. Aveva scarpe e gambali di cuoio giallo e l’uniforme appariva nuovissima. Probabilmente era un ufficiale arrivato in quei giorni, forse appena uscito dalla scuola militare. Era giovanissimo e il biondo dei capelli lo faceva apparire ancora più giovane. Sembrava non avesse neppure 18 anni.

Al suo arrivo i soldati si scartarono e, nello spazio tondo, non rimase che lui. La distribuzione del caffè doveva ricominciare in quel momento. Io non vedevo che l’ufficiale. Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Non vedevo uomini, vedevo solo il nemico.

Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riscita. macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferai il fucile del caporale…L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso tra lui e me.

Appena ne vidi il fumo anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, che era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo, ero obbligato a pensare…avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo! Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunciava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo…come un cinghiale!

Cominciai a pensare che forse non avrei tirato. Pensavo che condurre all’assalto cento uomini o mille contro altri cento o mille è una cosa. Prendere un uomo staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta fermo, io ti sparo, io ti uccido” è un’altra cosa. E’ assolutamente un’altra cosa.

Uccidere un uomo così è assassinare un uomo. Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: “Eh! Non sarai tu che ucciderai un uomo così!”

Io stesso che ho vissuto quegli istanti non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensai di fare eseguire a un altro quello che io stesso non mi sentivo di compiere. Avevo il fucile poggiato per terra infilato nel cespuglio.

Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra: “Sai…così…un uomo solo…io non sparo. Tu vuoi?”. Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose: “Neppure io “.

Rietrammo carponi in trincea, il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi. La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.”

Emilio Lussu (Da “Un anno sull’altopiano” ed. Einaudi, Milano, 1966, pp. 350-351)

100 Anni

G R A N D E  G U E R R A

ANNIVERSARIO

– Battaglia cosidetta “della PIAVE” – Fiume Sacro alla Patria

(15 Giugno – 24 Giugno 1918 / 2018)

SOLSTIZIO D’ESTATE

(Gabriele D’Annunzio)

LA BATTAGLIA DEL PIAVE

di C. TOMASELLI

(tratto “bosco fiorito” – corso di letture per gli alunni di 5° Elementare – anni ’60)

“La vittoria del 4 novembre 1918, che pose fine alla strenua guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali, incominciata il 24 maggio 1915, ebbe un prologo stupendo nella battaglia cosidetta del Piave (15 – 24 Giugno 1918 ) che in realtà fu combattuta su un teatro più vasto, ossia su tutto l’arco di fronte dal Pasubio al mare, ardendo prima in montagna e successivamente in collina e in pianura.

Per gli Austriaci doveva essere il corollario di Caporetto, cioè l’occupazione del Veneto occidentale col conseguente arretramento del nostro esercito sulle vecchie linee risorgimentali dell’Adige e del Po; per noi fu il preludio della vittoria.

 

Il morale era altissimo

Quanti anni sono passati! Anche per chi ebbe parte nel dramma l’evento appare lontano, sfumato, denso di penombre. Cercheremo di lumeggiare i primi piani essenziali e di ricostruire il clima di quei giorni gloriosi. Alla vigilia del grande urto il Paese s’era completamente riavuto dell’immeritata sventura di Caporetto.

La nuova linea difensiva, che attraverso l’altopiano di Asiago ed il massiccio del Grappa scendeva al Piave per identificarsi col suo corso fino al mare, era stata consolidata ed irrobustita durante la primavera. Con criteri nuovi erano state rimesse in efficienza le forze armate, che non parevano più quelle di otto mesi prima. Il morale, come si usava dire allora, non era mai stato così alto, sia al fronte sia nelle retrovie. I “complementi” delle nuove classi, i baldi ragazzi del Novantanove e del Novecento arrivavano dalla Penisola con un nuovo spirito, canticchiando “Il Piave mormorò: non passa lo straniero”.

Le illusioni degli austriaci

Anche dall’altra parte, però, non si era lesinato in accorgimenti e preparativi. A ridosso del Grappa e del Piave erano stati concentrati oltre seicentomila uomini con seimila cannoni. Questa potente massa d’urto, che si sommava alle forze presidianti le linee, doveva schiacciare come un rullo compressore le nostre difese e agire poscia come fa l’acqua dopo rotti gli argini, cioè dilagare verso Venezia, Padova, Verona, dopo aver sommerso Treviso e Vicenza.

Poiché la fame assillava le popolazioni dell’Impero, ai soldati l’imminente offensiva era stata dipinta come come una specie di “battaglia del pane”; nel verde Veneto essi avrebbero trovato il frumento pronto al taglio, e depositi di cereali, e cantine piene, e magazzini stivati di prosciutti, di tessuti, di scarpe, insomma di ogni ben di Dio.

Ad Abano, cioè al nostro Comando Supremo, si sapeva tutto sulle intenzioni del nemico, anche il giorno e l’ora dell’attacco, 15 Giugno alle 7,30 del mattino.

 

 

In realtà, anche prima di Caporetto gli uffici d’informazione avevano previsto con esatezza l’offensiva austro-tedesca; solo che allora non erano stati creduti, o solo troppo tardi. Poiché lo scatto delle fanterie sarebbe stato preceduto da un bombardamento martellante, da cominciarsi alle 3,05 antimeridiane, Diaz, il comandante in capo, si assunse la tremenda responsabilità di ordinare due tiri di contropreparazione prima che gli Austrici cominciassero il loro; responsabilità tremenda, perché se questi avessero all’ultimo momento spostato il giorno dell’attacco non si sarebbero potute sostituire rapidamente le migliaia di granate di medio e grosso calibro sparate a vuoto.

 

 

Invece fu la prima delle buone carte giocate nella mortale partita. Giunto mentre stavano marciando, nel fitto dell’oscurità, verso i punti di raccolta, le truppe di von Conrad vennero raggiunte e compigliate da una tempesta di colpi e perciò mossero all’assalto sfiduciate, avendo intuito che la sorpresa era mancata, che c’era stato tradimento.

 

In una notte afosa

La notte sul 15 Giugno, una notte afosa con qualche lampo verso la montagna, era trascorsa fin quasi all’alba in un silenzio gonfio di attesa. Alle due c’era stato, sugli altopiani e sul Grappa, il nostro tiro di annientamento; poi era tornata la calma. Tutti erano in piedi, al loro posto. Solo la popolazione ignara dormiva a ridosso del campo di battaglia e nel resto della Penisola. Sulle prime linee, agli osservatori di artiglieria, ai “comandi tattici”, cioè avanzanti, generali e colonelli al corrente dei progetti nemici consultavano gli orologi, fumando e bevendo caffè. Qualche scetticone diceva che “erano tutte balle”, che gli Austriaci erano troppo intelligenti per avventurare un esercito di sessantasei divisioni in una battaglia che, se perduta, avrebbe significato la fine della loro potenza militare, e forse della stessa Monarchia. Ma la ruota del destino era già in movimento. Ad un dato istante, come se un uomo avesse premuto un pulsante elettrico, tutto l’arco del fronte, da Cesuna sull’altopiano a Cortellazzo, si costellò simultaneamente di vampe e rimbombò un tuono spaventoso e lacerante che giunse a Vicenza, a Montebelluna, a Treviso come l’eco di un temporale lontano. Tutti corsero alle finestre guardando verso i monti o verso il PIAVE. La cima del Grappa appariva recinta di una corona di fuoco.

Ma cose grandi stavano avvenendo sul Piave. Paralizzando interi reggimenti nostri, coi gas tossici (su seicentomila proietti rovesciati sulle posizioni, ben duecentomila erano con liquidi speciali) colonne nemiche avevano potuto spingersi ai piedi del Montello, col disegno di puntare su Montebelluna, e a valle del Fiume, mediante il getto di 60 ponti, mettere piede sulla riva destra a sud-est delle Grave di Papadopoli, obbiettivi Meolo e Spresiano. Ai due lati di quello che oggi è il risorto Ponte della Priula (sono anzi due, perché il secondo serve la ferrovia) due branche di tenaglia minacciavano di chiudersi inesorabilmente sulla bella strada napoleonica che da Treviso mena a Conegliano e al Friuli. Anche qui tutto era in pericolo. Perduta la linea del Piave non sarebbe rimasto, a sbarrare la via verso Venezia, che il campo trincerato di Treviso. Ma anche qui si produsse il miracolo.

Piccolo lettore che segui questa succinta rievocazione, se nei tuoi viaggi estivi hai occasione di passare da Nervesa, Spresiano, da Zenson, guardati un istante intorno. Che cosa vedi? Campi di grano, festoni di viti appese agli olmi, filari di gelsi, pioppeti, case coloniche con frammezzo qualche bella dimora padronale e, a un tratto, il terrapieno erboso, dietro il quale scorre il PIAVE.

 

 

 

 

 

Come è possibile pensare ad una battaglia di giorni e notti, a una disputa a palmo a palmo del terreno, ad allineamenti difensivi sotto lo schianto delle cannonate in una campagna come quella della Marca trevigiana, piatta, senza rilievi, senza ripari, dove nemmeno un fosso ti nasconde, dove sei sempre in mezzo al verde e sempre bersaglio? Eppure vedi, fra le viti e i gelsi, fra gli olmi e le spighe, venne prima contenuto, poi ricacciato indietro il tracotante nemico che credeva di marciare su Venezia a passo di strada.

 

 

Questa è la Realtà e la Poesia, la Verità e il mito della Battaglia di Giugno, che D’Annunzio intitolò al Solstizio d’Estate. 

Nove giorni dopo, esattamente nella notte del 24, le divisioni decimate, affamate, senza il bottino fatto baleare dai loro capi, ripassavano il Piave, da cui sarebbero state definitivamente sloggiate quattro mesi più tardi.

La Vittoria di Vittorio Veneto maturò in quei giorni di Giugno, fra il grano biondo, sul campo di battaglia più bucolico del mondo. Infatti ogni traccia è scomparsa. Anche chi l’ha conosciuto da combattente, oggi, coi ricordi affievoliti, pensa di aver sognato.”

100 ANNIVERSARIO DEI RAGAZZI DEL ’99

1° MEMORIA

Fante:  CARLO PASQUALETTO  –

nato a Mestre/Venezia – il 09 Agosto 1899

morto il 04 Luglio 1918 forse per le ferite riportate durante la Battaglia.

E’ ricordato nella grande Lapide davanti al Municipio di Mestre/Venezia.

La Famiglia l’ha considerato disperso per molto tempo.

Solo per caso, durante una visita all’OSSARIO DI FAGARE’- TREVISO,

il nipote PIETRO CARLO PASQUALETTO

(con grande emozione e stupore)

ha ritrovato il Luogo della Memoria dello zio CARLO, cosidetto RAGAZZO DEL ’99!

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2° MEMORIA

Soldato dell’ 11° REGGIMENTO BERSAGLIERI

PIETRO SCATTOLIN

nato a Mestre/Venezia il 22 Gennaio 1898

Morto e Disperso in Combattimento sul CARSO il 18 Agosto 1917

Riposa con i soldati senza nome nel Monumento SACRARIO DI OSLAVIA – GORIZIA.

Dopo 100 anni, grazie all’instancabile Ricerca di ANNALISA PASQUALETTO, 

(Figlia di Pietro Carlo Pasqualetto)

la Famiglia sa dove pregare per questo suo Figlio Disperso!

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I coniugi Pasqualetto/ Scattolin

 sono i Nonni paterni di ANNALISA PASQUALETTO,

 (autrice – custode dell’importante Ricerca)

e sono anche i miei Nonni materni.

(Pizzato Rita – Nives)

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Treviso –  Concerto lirico dell’Assunta  2018 –

Piazza Santa Maria Maggiore – Dedicato alla fine della Grande Guerra.

Titolo del Programma: Confini

 

Il Fiume sacro

Non poteva mancare il Fiume sacro, che nella memoria

della gente rivierasca è “La Piave” non solo il teatro della Battaglia,

ma una placenta materna, rifugio e asilo nel fragore della battaglia.

“Non abbiamo voluto proporre lo scintillio della bravura, o il virtuosismo

d’evasione spiega il direttore Marco Titotto – tenevamo a tenere un

colore scuro, composto e compatto. Il nostro è un tributo alla sofferenza

enorme di tantissime famiglie, di tantissimi genitori e di tantissimi figli.”

La guerra cruenta, la guerra dei luoghi, la guerra cattiva: è questa la

Grande Guerra di cui il galà lirico dell’Assunta ha scelto di celebrare

una sola cosa: la conclusione. 1918 – 2018.

(Mattia Zanardo – Gazzettino di Treviso – 15 Agosto 2018)

Una pagina bianca

Nella storia c’è

una pagina bianca

che siamo chiamati

a scrivere.

E’ Dio che ci dice:

“Scrivila tu”.

(Luigi Ciotti)

KOREA

Saranno le OLIMPIADI 2018 DI PYEONGCHANG  il momento più felice

per la creazione dell’armonia e della pace?

I sorrisi, la determinazione e la gioia dei giovani atleti…

saranno il cambiamento necessario per il futuro di una KOREA finalmente unita?

(Nives)

Le Visioni dei Bambini

 

Storia vera di Trudi Birger

Fonte: Wikipedia

Nata da una famiglia ebrea agiata, l’infanzia di Trudi Birger a Francoforte fu interrotta bruscamente nel 1934 dall’avvento del nazismo. Con l’avvio delle persecuzioni contro gli ebrei, la sua famiglia visse nascosta per diversi anni prima di essere catturata e inviata a un campo di sterminio. Trudi riuscì a sopravvivere in modo miracoloso, come racconta ella stessa nella sua autobiografia .

Alla fine della guerra si sposò e si trasferì con il marito e la madre nel neonato stato di Israele, dove lavorò come microbiologa. Durante la sua attività, iniziò anche a occuparsi dei problemi fisici e psicologici indotti nei bambini dai problemi dentali che lei stessa aveva sofferto in campo di concentramento in seguito alle percosse di uno dei guardiani che le ruppe tutti i denti.

Nel 1980 fondò la clinica no-profit Dentisti volontari per Israele e l’anno successivo ricevette il Premio Presidenziale per il Volontariato.

Nel 1991 venne dichiarata cittadina emerita di Gerusalemme, dove proseguì nella sua attività di volontariato a favore dei bambini poveri, senza discriminare tra ebrei e palestinesi.

Nel 1992 pubblicò il libro autobiografico Ho sognato la cioccolata per anni, in cui raccontò la sua terribile esperienza nel campo di sterminio, in particolare della rinuncia a salvarsi per stare a fianco della madre, di come riuscì a evitare la morte e di come fu in quell’occasione che promise a sé stessa di occuparsi dell’infanzia sofferente se fosse sopravvissuta (lei stessa, infatti, ne parla nel suo libro “Da bambina ho fatto una promessa”, continuazione del suo primo libro).

 

Da “Gli ebrei di Vilna – Una cronaca dal ghetto: 1941 – 1944” , ed. Giustina, Firenze, 2002, tr. Paola Buscaglione Candela, p. 84)

“5 luglio 1942. Non c’è nel ghetto una sola famiglia cui il terribile uragano non abbia strappato dalle radici un albero o più di uno. Qua hanno portato via il padre, il marito o i figli, spesso con addosso la sola biancheria, senza cappello, così come sono stati acciuffati; là spesso hanno trascinato a Ponary, per fucilarle, la moglie, la madre, la figlia, la sorella, catturate durante la”provocazione” o portate via dal ghetto in assenza del marito, del padre, del fratello.

Quanti cuori dilaniati, quante lacrime sparse, che dolore infinito. Ma più terribile di tutto era il destino dei bambini ormai senza padre né madre, completamente soli, rimasti miracolosamente vivi in quel mare di morte.

Ecco uno di loro, un bambino di sei anni. Lo hanno nascosto nella soffitta di una famiglia che lo ospita; sdraiato su un tavolaccio si addormenta raccontandosi ad alta voce una tenera fiaba, borbottando parole come casetta, lettino, mammina; mani assassine gli hanno ucciso papà e mamma, due fratelli e una sorella. Il bimbo, con voce bassa e monotona continua a parlottare finché non si addormenta. Che cuore dovrebbe avere uno per non piangere?…Scesi dalla soffitta dove dormiva il bimbo e arrivato in strada non potei trattenere le lacrime.”

 

 

Annaleise Frank

 

Da “Obbedire solo alla felicità” di Roberto Mancini

“Ricordo infine il coraggio di non credere nella morte e nell’assurdità, non perché sappiamo prevedere e descrivere il mondo che verrà, ma perché vediamo già ora con certezza che il valore di ogni vivente è eterno e che la salvezza è per tutti. Dove c’è autentica visione, vengono meno lo scoramento, l’indifferenza, la rassegnazione. Dove c’è visione, lì c’è anche l’azione che non rinuncia a cambiare quello che va cambiato.”

 

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