Le fragilità

(Eugenio Borgna)

“Le fragilità riconosciute, le fragilità accolte pesano infinitamente meno

che non quelle ignorate,  o rifiutate.”

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(Dal diario di Cesare Pavese – 1935/1950)

“Viene la primavera ed io da troppo tempo me ne sto inerte.

Il cielo limpido, le brezze nuove e i profumi ebbri di giovinezza non fanno

che abbuiare sempre più il mio sconforto.”

“Quanto tempo è passato senza parole e senza arte.

Il mio cuore è anelante d’attesa,

tanto anelante che ne è stanco, stanco.”

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Papa Francesco

“Lo spirito di curiosità genera confusione e ci allontana dallo spirito della sapienza che, invece, ci dà pace.”

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Il Papa della Vita

18 Maggio 1920 – 18 Maggio 2020

“Il Figlio che non doveva nascere”

HO SOGNATO IL PAPA

Era il 1980 e il “figlio che non doveva nascere” aveva pochi mesi. Non mi ero ancora ripresa dal difficile parto quando, in una soavissima  indimenticabile notte, ho sognato il Papa. Giovanni Paolo II in persona bussava alla porta di casa chiedendo ospitalità per la notte.  Il giorno successivo avrebbe dovuto recarsi in Visita Pastorale alla Diocesi di Venezia e si sentiva molto stanco.

Quel mattino tutti dormivano ancora. Era molto presto e Papa Karol (molto famigliarmente) era venuto in cucina per la colazione. Sembrava di fretta. Il caffè era pronto e fumante e l’aria fresca del mattino entrava dalla porta finestra del piccolo poggiolo dell’appartamento. Gli uccellini, molto più allegri del solito…sembravano cinguettare e svolazzare e invitare il Papa ad uscire dalla cucina, per godere della loro gioia di vivere.

Papa Woityla non seppe trattenere il dolcissimo sorriso, uscì per incontrarli e respirando a fondo, in loro compagnia, sorseggiò il piccolo caffè. Si fece tardi e….prima di lasciare la mia casa,

appoggiando teneramente la testa sul mio cuore disse:

“RITA…

GRAZIE PER LA VITA!”

(“Il figlio che non doveva nascere” dormiva beato nella sua culla,

mentre il Papa ci lasciava Benedizione, Festa e Gratitudine.)

A qualche mese dal mio dolcissimo indimenticabile sogno,  durante il discorso sulla Vita, S.S. Giovanni Paolo II sembrava parlare di noi…quasi a testimoniare la Sua discreta ma diretta, incommensurabile preghiera d’intercessione.

Oggi, 18 maggio 2020, ricorrono i 100 anni dalla nascita di questo grande Pastore della Chiesa.

Solamente oggi ho saputo che pure Lui è stato un “Figlio che non doveva nascere”…per questo, oggi il mio cuore è colmo di meraviglia, di lode e gioia!

GRAZIE GRANDE INNAMORATO DELLA VITA!

GRAZIE DI CUORE NOSTRO CARO SAN GIOVANNI PAOLO II

Rita/Nives

 

 

Mamma!

LA BUONA MADRE E’ QUELLA CHE DIVENTA INUTILE

“La buona madre è quella che diventa inutile col passare del tempo.
È giunto il momento di reprimere l’impulso naturale materno di voler mettere il piccione sotto l’ala, protetto da tutti gli errori, tristezze e pericoli. È una battaglia difficile, lo confesso. Quando comincio a indebolirmi nella lotta per controllare la super-madre che tutte abbiamo dentro, mi ricordo la frase del titolo. ” La buona madre è quella che diventa inutile…”
Se ho fatto il mio dovere di madre correttamente, devo diventare inutile. E prima che una madre mi accusi di disamore, spiego cosa significa. Essere “inutile” è non lasciare che l’amore incondizionato di madre, che esisterà sempre, provochi vizio e dipendenza nei figli, come se fosse una droga, a tal punto, che loro non siano in grado di poter essere autonomi, fiduciosi e Indipendenti. Devono essere pronti a tracciare la loro rotta, a fare le loro scelte, a superare le loro frustrazioni e a commettere i propri errori anche con ogni fase della vita, una nuova perdita è un nuovo traguardo; per entrambe le parti: madre e figlio.
L’amore è un processo di liberazione permanente, e quel legame continua a trasformarsi nel corso della vita. Fino al giorno in cui i figli diventano adulti, costituiscono la loro famiglia e ricominciano il ciclo. Quello che hanno bisogno è di avere la certezza che saremo con loro, fermi, nell’accordo o nella divergenza, nel trionfo o nel fallimento, pronte e presenti, l’abbraccio stretto, e il conforto nei momenti difficili. I genitori e le madri, in sostanza, allevano i loro figli affinché siano liberi e non schiavi delle nostre paure. Questa è la più grande sfida e la missione principale.
Quando impariamo ad essere “inutili”, ci trasformiamo in un porto sicuro dove possono attraccare.

A Chi Ami Dai:
– Ali per volare.
– Radici per tornare.
– Motivi per restare.

Facciamo figli indipendenti e sicuri di se stessi per vivere una vita piena e onesta. “Quando una madre ama davvero educa i suoi figli per imparare a volare”.

Annalisa Pintus

(tratto dal web)

AUGURI MAMMA!

…in corsia è passato l’Amore!…

 

“Alle Infermiere d’Italia

che si prodigano al servizio dei sofferenti

Santa M. Bertilla Boscardin

umile fiore di divina e umana bellezza

soavemente insegni

come si accende, si dona, si irradia l’Amore”

 

L’AMORE SI ACCENDE

Prefazione dell’Em. Card. G. Urbani Patriarca di Venezia (Venezia 15 Giugno 1962)

“………Suor Maria Bertilla, infatti, viene presentata in questo lavoro, che volentieri presentiamo alle Infermiere d’Italia, nella sua spiritualità semplice, ma solida e persuasiva…In questa luce ecco le virtù proprie dell’infermiera nei suoi rapporti con i malati e i loro famigliari, con i medici e il personale dell’Ospedale: discrezione e delicatezza, serietà e serenità, calma e fiducia, prontezza e generosità, docilità e consapevolezza, senso dell’ordine, della disciplina, dell’esattezza, della pulizia, del decoro e sopra di tutto la Pazienza scritta a caratteri d’oro, come la virtù che meglio d’ogni altro esprime la carità dei cuori.”

 

P.S. = Questo Libro a me tanto caro, è un ricordo dell’amata sorella Anna Maria. Credo che se non si fosse ammalata a 14 anni, forse avrebbe scelto di essere Infermiera, come Annetta, alla quale tanto assomigliava.

Questo Libro mi ha seguito, durante i 9 anni vissuti presso le Suore Mantellate serve di Maria, ammalate anziane.

Prego oggi Santa M. Bertilla per tutto il Personale Infermieristico che, in Italia e nel mondo, in questo tempo della Pandemia da Covid-19, sta mettendo a rischio la propria vita con tanta dedizione, amore, entusiasmo e gratuità.

Con grande stima e gratitudine.

(Nives)

“Certe anime sono privilegiate ma mi,

vado per la via dei carri!”

(Ebbe a dire un giorno…Santa M.Bertilla)

 

Il Volto Santo

 

“Occorre soffrire

perché la verità

non si cristallizzi in dottrina,

ma nasca dalla carne”

(Emmanuel Mounier)

LUIGI VERDI – (dal suo libro – LA REALTA’ SA DI PANE – )

“Quante speranze nel cuore dell’uomo, quanti sogni, quanti desideri!

Ci piacerebbe un mondo ricco d’amore e di pace, un mondo che non mettesse l’uomo contro l’uomo per il potere, per il prestigio e per il denaro.

Un mondo libero dalla paura di noi e dell’altro, libero dalla paura che l’esistenza trascorra senza la vita.

Ci piacerebbe un mondo che somigliasse allo sguardo di un bambino che ha appena iniziato a scorgere la vita, libero dalla paura di camminare senza lasciare impronte.

Era stato bello aver seguito Gesù fino ad ora, era bello che l’amore contasse più della legge e che l’uomo contasse più del sabato, era bello che due spiccioli di una vedova contassero più delle ricchezze e che nessuno scagliasse pietre su chi aveva sbagliato, era bello sapere di un padre che ogni mattina attendeva il ritorno di un giovane figlio.

Era bello e vibrava il cuore quando parlava; speravamo che fosse lui a far riposare nell’erba il lupo e l’agnello. Con lui il cuore ci ardeva. Ma poi il cuore ha rallentato i suoi battiti di fronte a quella croce, a quel VOLTO solcato da lacrime e sangue, a quegli sputi e all’ironia dei forti.

Spesso gli ideali e i pensieri hanno dei margini di compromesso che la vita non ci consente. In un attimo devi riaprire gli occhi e rileggere la tua storia che si colloca fra Adamo che si nasconde e Gesù che dice:

“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.”

Gesù, nell’ultima cena ha su di sé le lunghe e scure ombre del fallimento nel vedere che, coloro in cui ha sperato, non capiscono. Non c’è una vita che porti fuori dal cenacolo senza passare per il monte degli ulivi, il monte della spogliazione, il monte dell’abbandono a Dio.

Ci vuole questa trasformazione del monte degli ulivi, questa trasformazione del pianto, per arrivare poi all’abbandono.

Che logica strana è quella della croce: essere sconfitti per vincere, essere poveri per arricchire, essere inutili per essere indispensabili, scomparire per essere trovati, perdere per trovare, donare per possedere.

Un invito fatto da Gesù a quelle persone che non avevano nessuna possibilità di trovare la via che porta a Dio, pubblicani, peccatori, prostitute. Lui si avvicina in modo che un lembo di cielo scenda sulla terra proprio per loro.

Entra a Gerusalemme per squarciare e aprire il tempio e realizzare così la profezia di Geremia: “Questa casa è una casa di preghiera per tutti i popoli”, un mondo aperto per tutti, dall’alba al tramonto.

Quell’uomo trasfigurato, pieno di piaghe, quell’uomo che è preso in giro, quell’uomo a cui vengono tolte tutte le forze, assomiglia tanto alla passione e all’angoscia dell’uomo di oggi.

Noi uomini fuggiamo di fronte al dolore, una fuga simile a quella di Pilato che se ne lava le mani, di Pietro che dice: “Ti seguirò fino alla morte…” e poco dopo afferma di non conoscerlo, di Giuda che ama più il suo obbiettivo rivoluzionario che Gesù, del Cireneo con una croce da sopportare senza mai abbracciarla.

Noi fuggiamo, mentre Gesù va verso la croce, spezzando il pane, lavando i piedi, attirando a sé tutti con il suo cuore aperto.

Non è assurdo che il dolore non porti lontano da Dio chi soffre, ma solo chi ne discute a tavolino, chi non rispetta i tempi lunghi di Dio, chi vede nel dolore degli altri un fastidio da evitare?

La croce ci chiede di verificare se esistono strade diverse dalla sua per giungere ad una vera gioia, o se, come dice Gandhi: “Senza la croce la vita è una morte agitata”.

Gesù non ha inventato la croce e davanti a lei appare debole, fragile e indifeso: ha solo messo nella croce un germe di amore, liberandoci non con la sua sofferenza, ma col suo amore.

Si può sigillare un sepolcro, si può mettere davanti una guardia, ma non si può impedire che la vita abbia inizio in coloro che l’hanno compresa!”

AUGURI A TUTTI

PER UN FIDUCIOSO SERENO TEMPO PASQUALE!

 

Stabat Mater

“Come un nulla senza possibilità,

un nulla morto dopo la morte del sole,

come un silenzio eterno senza avvenire,

senza la speranza stessa di un avvenire,

risuona interiormente il nero.”

(Vasilij Kandinskij)

 

Solamente Tu…”Madre sempre Vergine”…”Figlia del Tuo Figlio”...

Solamente Tu sai, ma come allora…non comprendi!

Il dolore è estremo; inumano nell’umano.

Tu Madre sai, e ancora speri!

O Figlia di Tuo Figlio…o Cuore trafitto mille volte…

insegnaci a Sperare!

Mostraci la vittoria dell’Amore!

Prendimi per mano.

Conducimi alla Luce!

Voglio essere con Te in quel Giardino…

per piangere di gioia!

(Nives)

 

La Passione di Cristo

 

“L’orrendo, spaventoso e fiero suono

che lampeggiando e rimbombando freme,

le dirupate pietre, e seco insieme

de le spezzate nubi il grave tuono;

le sepolture ch’oggi aperte sono

dal tremendo crollar che ‘l centro preme

de la commossa terra, e ‘l sol che geme

tant’alta offesa, indegna di perdono;

l’aer gravato d’ognintorno d’ombra,

del tempio sì famoso il rotto muro,

e li cangiati di natura modi,

mostran che ‘l Re del ciel morendo il duro

imperio di Pluton da noi disgombra,

felice Croce, dolci e cari chiodi!”

(Matteo Bandello)

L’altra faccia del cielo

AUGURI A TUTTE LE DONNE

“Vanno le donne di ieri, provviste di oli profumati.

Vanno, anzi no, corrono, le donne di ieri

per smuovere il masso dalla tomba,

per lenire ferite indelebili, per profumare

il corpo straziato del loro Maestro.

Vanno, e nell’intimo un presentimento

antico e sempre nuovo:

la loro audacia obbligherà il Dio della Vita

a svuotare i sepolcri, a inventare la risurrezione,

ad affidare loro, oggi come ieri,

la gioia di raccontare al mondo

la bella notizia e cantare,

nel cuore dell’umanità, inni alla vita

che non muore.”

suor Elisa Kidanè – (Eritrea)

“Guard rail morale”

Gino Covili mangia la mela

Giacomo Samek Lodovici

“Le norme negative assolute enunciano le esigenze morali minimali e rappresentano come una sorta di “guard rail morale”: come un conducente si danneggia fisicamente se oltrepassa il guard rail, così l’essere umano che si autoconduce a trasgredire queste norme negative si danneggia moralmente, e talvolta anche fisicamente (se si droga, se si suicida, ecc). Dal canto loro le norme affermative esprimono le esigenze morali più alte: ciò vale in particolare per le norme relative all’amore. E, ancora, se già le norme affermative hanno il primato nella vita umana, perché le norme non sono fini a se stesse, bensì indicano all’uomo come raggiungere la sua fioritura, il suo compimento: se sono valide e non infondate, sono come dei segnali stradali, perciò non sono la destinazione dell’umano cammino verso il proprio compimento, né sono sufficienti per giungerci, comunque indicano la direzione per arrivarci. Solo che la indicano a grandi linee:  per comprendere più precisamente le tappe del viaggio e pervenire sia alle varie tappe sia al fine ultimo dell’uomo, abbiamo bisogno delle virtù etiche, della saggezza (imprescindibile per sapere come agire moralmente bene in una situazione concreta), della grazia soprannaturale, a volte anche della filosofia morale, dell’educazione buona e di altri fattori.”

(Da “Filosofia-Formazione”; in “Il Timone”, Milano, marzo 2017, p. 42)

Virtù

 

(Le immagini sono tratte dal Web)

La poesia dell’ago

Da “Palestra dei piccoli scrittori – Poesia dell’ago”

In “La Domenica dei Fanciulli”

Torino, 3 aprile 1905, p.282

 

 

 

 

“Parlare dell’ago a certe signorine è come parlar loro della cosa più spregevole; esse che hanno in mente la poesia dei cieli azzurri, dei boschi neri, dei giardini dove gli uccelli gorgheggiano, del mare placido, delle barchette che si cullano in esso, mentre il bianco splendore della luna vi si riflette, esse non tovano la poesia in quell’arnese così comune, così minuto, destinato al lavoro; eppure la sua poesia ce l’ha anch’esso. Mi ricordo che da piccina mi piacevano tanto quei piccoli aghi lucenti; pure la mamma mi aveva proibito perfino di toccarli, giacché diceva che avrei potuto farmi del male; ma quale gioia fu per me quando ebbi la prima volta in mano un ago e un brandello di tela logora sul quale sbizzarrire quella mia gran voglia di lavorare, descrivendo col filo tanti geroglifici inqualificabili o attaccando bottoni in modo buffo, sì, ma così saldi che poi ci voleva tutta la pazienza della mamma per poterli staccare! Una volta l’ago mi lasciò il suo ricordo sul ditino: voleva esso avvertirmi che nella vita anche in ciò che ci dà o ci promette una gioia, vi è molto spesso nascosta la punta acuta e penetrante del dolore? Mi sembra ancora di vedere la mamma e il babbo che, spauriti dalle mie strida, avevano temuto mi fossi ferita gravemente: così talvolta quell’umile arnese mi ricorda la poesia degli anni innocenti e gai della mia fanciullezza trascorsi tra gli affetti della mia famiglia, o la poesia amara degli affetti perduti, che mi allietavano da bimba e che ora mi tornano al cuore con la tristezza del rimpianto.

Mi ricordo che la mamma, quando apriva il tavolino da lavoro, o mi mostrava la scattolina piena di aghi, mi diceva che con quelli aveva cucite e ricamate le mie camicine, accanto alla culla. Se quei piccoli aghi potessero parlare! Forse mi narrerebbero tutta la soave poesia dei pensieri della mamma ancor giovane, mi direbbero che mentre essi correvano veloci e lisci per la fine della tela e per le trine, la mia mamma li accompagnava nel loro lavorio con i sogni, con le speranze più dolci del mio avvenire e con le ansie del suo cuore amante quando le sembrava ch’io non stessi bene così come avrebbe voluto…Chi sa con quanta stanchezza, ma pure con quanta riconoscenza guarderanno il piccolo e tanto benefico strumento, il quale non potrà rispondere loro che con il suo modesto lucicchio!  Chi sa quali parole direbbe d’incoraggiamento, di conforto, se potesse parlare, e quanto magnificherebbe la nobiltà del  lavoro! Se noi lo lasciamo inoperoso l’ago arruginisce, e quindi facilmente si spezza; ed esso  allora ci insegna, con la triste poesia delle cose morte, che se noi per inerzia non facciamo lavorare il nostro spirito, esso non si mantiene sveglio e lucido, ma poco a poco intorpidisce e in lui vengono meno quelle sue nobili potenze che ci conducono al buono e al bello.”