Il vento calmo e forte del mattino

van gogh

“Litvinof prese il sonno tardissimo e dormì poco: si alzò col sole. Le cime fosche delle montagne che si vedevano dalle sue finestre si stagliavano sull’azzurro del cielo. “Come deve far fresco sotto quegli alberi” pensò;

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e vestitosi rapidamente, gettò un0occhiata distratta sul mazzolino di fiori che durante la notte erano sbocciati anche di più, prese il bastone e si diresse verso il castello antico.

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Investito dal vento calmo e forte del mattino, respirava a pieni polmoni e saliva animosamente; la santità della giovinezza gli pulsava in ogni vena; pareva che la terra stessa gli rimbalzasse sotto i piedi.

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Si sentiva ad ogni passo più agile e lieto; camminava all’ombra sulla sabbia spessa d’un piccolo viale fiancheggiato da foschi pini sui quali si staccavano in verde tenero i germogli primaverili.

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“E’ delizioso” esclamava di tanto in tanto. D’un tratto udì voci conosciute e vide avvicinarsi Vorochilof e Bambaief. Ciò lo fece fermare di botto. Come uno scolaro che fugge il maestro, saltò da una parte della strada e si nascose dietro un cespuglio.

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“Gran Dio!” non potè a meno di esclamare, “allontana i miei compatrioti!”. Avrebbe dato tutto quello che aveva in tasca perchè non lo vedessero, e, infatti, gli riuscì di sfuggirli: il gran Dio lo liberò dai compatrioti.

limitare un campo di grano

Vorochilof spiegava a Bambaief, col suo tono da studente soddisfatto, le diverse fasi dell’architettura gotica, e l’altro si accontentava di bofonchiare approvando: si capiva benissimo che Vorochilof  lo annoiava da un pezzo con le sue frasi fatte e che il bravo entusiasta incominciava ad essere stufo, Litvinof rimase lungamente in agguato, col collo teso e mordendosi il labbro, e lungamente echeggiarono i suoni acuti e nasali dell’archeologico discorso.

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Infine tutto tacque. Litvinof respirò, uscì dal suo nascondiglio e riprese il cammino. Per ben tre ore girovagò pei monti.

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Ora abbandonava il sentiero e saltava da un masso all’altro, talvolta sdrucciolando sui muschi; ora si sedeva su di una sporgenza di roccia sotto una quercia od un faggio e lasciava errare il pensiero con l’incessante murmure di un ruscello nascosto, sotto le felci, con lo stormire del fogliame, con un sonoro cantar di merlo.

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Una dolce sonnolenza finì per invaderlo; braccia carezzevoli sembravano furtivamente abbracciarlo alle spalle ed egli chiudeva involontariamente gli occhi per riapprirli poi di soprassalto: l’oro e il verde degli alberi soleggiati lo colpivano allora con mollezza nelle palpebre ed egli sorrideva nuovamente e nuovamente si addormentava.”

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(Parole di Ivan Sergeevic Turghenieff – Opere di Van Gogh)