Posts Tagged ‘bontà’

Pesantezza e tenerezza

“L’uomo porta in sé la pesantezza della terra di cui è fatto

e la tenerezza di Dio con cui è plasmato.”

(Ermes Ronchi)

La Ninfea

Sull’onda della leggenda

“All’epoca in cui comincia questa storia la ninfea era solo una pianta acquatica dalle grandi foglie a forma di piatto. Il suo fusto, come adesso, era immerso nell’acqua, e le radici pescavano nel fondo fangoso dello stagno. Ma quella pianta non aveva fiori, e nessuno si fermava a guardarla ammirato come accade spesso ora.

Un giorno, però,  avvenne qualcosa di nuovo. Dal folto delle canne sbucò sulle rive dello stagno un povero uccellino stanco, che non aveva più la forza di volare. E dietro a lui, subito dopo, comparve un grosso gatto dai lunghi baffi e dalla coda ritta:un grosso gatto prepotente. Il gatto inseguiva l’uccellino. I gatti, in fondo, sono delle brave bestie anche loro, ma qualche volta si comportano molto male. E scommetto che non sanno di comportarsi molto male.

Quel gatto prepotente, dunque, inseguiva l’uccellino. Il poveretto, sforzando le alucce stanche, saltava da un ramo all’altro,da un sasso all’altro, ma presto non avrebbe più avuto la forza di a scappare. E il gatto si leccava i baffi con aria malandrina.

Tutti gli abitanti dello stagno guardavano inorriditi la scena. Anche la pianta acquatica, la grande ninfea dalle foglie piatte, guardava dal centro dello stagno, e avrebbe fatto qualunque cosa, pur di salvare l’uccellino.

La povera pianta raccolse tutte le sue forze e cominciò pian piano a spostare una delle foglie verso la riva. Si tese, si snodò, si allungò finché il suo gambo sottile glielo permise, ma non riuscì a spostarsi che di pochi centimetri.

L’uccellino, intanto, stava per cadere fra le grinfie del gatto.

Con un ultimo sforzo, però, si levò improvvisamente in un breve volo, cercando una via di scampo. E andò per sua fortuna a posarsi su una foglia della grande ninfea al centro dello stagno.

Il gatto ci rimane male. Poteva inseguire l’uccellino fra i giunchi e fra le canne, sui sassi e perfino sugli alberi, ma non poteva raggiungerlo dove era ora, al centro dello stagno.

Perché devi sapere che i gatti hanno una tremenda paura dell’acqua.

Decise di aspettare e si acciambellò sulla sponda. Ma l’uccellino spaurito non si muoveva dalla foglia di ninfea, che gli si era accartocciata intorno, come un nido comodo e sicuro.

Scese la notte, l’uccellino si addormentò; si addormentò il gatto sulla sponda. Ma la pianta vegliava, trepida e commossa, sul suo ospite gentile.

All’alba il gatto era stanco di dormire, ma anche di aspettare. Sbadigliò, si stirò, poi, cercando di tenere un contegno indifferente, se ne tornò a casa sua.

L’uccellino, riposato e felice, si levò a volo con un trillo.

Ma tornò subito dopo verso la grande ninfea, per cinguettare il suo saluto: – Arrivederci, grazie! E che il Signore ti benedica! –

Allora avvenne il prodigio. La benedizione del Signore scese dal cielo sull’umile pianta acquatica, e la pianta d’improvviso si adornò di un fiore meraviglioso, candido e grande come la sua bontà.”

(VITTORIA RUOCCO – Da “Un mondo in uno stagno”)

Nymphaea alba 1 .jpg

(Immagine tratta dal web)

 

Solamente se…

“Se…

Se tu credi che un sorriso è più forte di un’arma

Se tu credi alla potenza di una mano offerta

Se tu credi che ciò che unisce gli uomini è più importante di ciò che li divide

Se tu credi che essere differenti è una ricchezza e non un pericolo

Se tu sai guardare il prossimo con un filo di amore

Se tu sai cantare la felicità degli altri e la loro gioia

Se tu puoi ascoltare lo sfortunato che ti fa perdere tempo e gli doni un sorriso

Se sai accettare la critica e ne trai profitto senza ritorcerla

Se sai accogliere e adottare un parere differente dal tuo

Se…

Se tu stimi che tocca a te fare il primo passo piuttosto che al tuo prossimo

Se lo sguardo di un fanciullo riesce ancora a disarmare il tuo cuore

Se tu puoi godere della gioia del tuo vicino

Se l’ingiustizia che colpisce gli altri ti fa reagire come quella che subisci tu

Se per te lo straniero è un fratello che ti viene proposto

Se tu sai donare gratuitamente un po’ del tuo tempo per amore

Se tu sai accettare che un altro ti renda servizio

Se sai dividere con gli altri il tuo pane e sai aggiungervi un po’ del tuo cuore

Se tu credi che un perdono arriva più lontano di una vendetta

Se…

Se tu rifiuti di battere la tua colpa sul petto degli altri

Se per te l’altro è sempre un Fratello

Se la collera è per te una debolezza e non una prova di forza

Se tu preferisci essere danneggiato piuttosto che fare torto a qualcuno

Se tu rifiuti che dopo di te sia il diluvio

Se tu parteggi per il povero e l’oppresso senza ritenerti un eroe

Se tu credi che l’amore è la sola forza di discussione

Se tu credi che la pace è possibile…

Allora ci sarà un mondo nuovo più bello e più umano.

(Autore ignoto)

 

(E la terra non sarà più a pezzettini)

L’attesa

MOVIMENTI D’AMORE

Nascere di nuovo

“La speranza è fame di nascere del tutto, di

portare a compimento ciò che portiamo

dentro di noi solo in modo abbozzato. In questo

senso la speranza è la sostanza della nostra vita, il

suo fondo ultimo; grazie a essa siamo figli dei

nostri sogni, di ciò che non vediamo e non possiamo

verificare.

Affidiamo così il compimento della nostra vita a

qualcosa che non è ancora, a un’incertezza.

Per questo abbiamo tempo, siamo nel tempo: se

fossimo già formati del tutto, se fossimo già nati

interamente e completamente, non avrebbe senso

consumarsi in esso.

La speranza da alla vita umana un carattere angoscioso,

le trasmette la sua ansia sempre insoddisfatta,

il suo sforzo illimitato, dato che nessuna fatica è

sufficiente per colmare quella speranza che geme.

Perciò è necessario nascere sempre di nuovo: non

si finisce mai di nascere, e non è dato una volta

per sempre il proprio mondo, il proprio luogo:

ciascuno deve incessantemente partorire se stesso

e la realtà che lo ospita.”

(Maria Zambrano)

fiorisce la speranza

Petali bianchi di Speranza

Omaggio alle Vittime di Tutte le Guerre e all’Umanità Ferita

I tre Regni della Natura

  regno vegetaleregno animale

regno minerale

“La maestra aveva spiegato alle sue scolarette quali sono i tre regni della natura, e cioè:

il regno animale, il regno vegetale e il regno minerale.

Quando le parve che tutte avessero ben compreso, tolse una rosa

dal portafiori che aveva sulla cattedra,

e la mostrò ad una bambina.

rosa rosa

Questa – chiese – a quale regno appartiene?

Al regno vegetale – rispose prontamente la bambina.

Bene! E questa? – Chiese ancora, mostrando la crocetta d’oro,

che aveva appesa al collo.

ciondolo

– Al regno minerale.

– Ed io, – chiese infine con un sorisetto – a quale regno appartengo?

La bambina arrossì e attese un poco prima di rispondere.

Le pareva poco riguardoso dire che la sua maestra apparteneva al regno animale.

Alla fine, con una vocetta che appena si udiva, disse:

– Al regno della bontà.

la bontà

La maestra rimase commossa da quella risposta ed accarezzò il capo della bambina.

– Ti ringrazio del complimento: – disse – ma anch’io appartengo al regno animale.

Quanto al regno della bontà, ci sto volentieri, ma ti voglio accanto a me.

E con te voglio tutte le tue compagne.”

(A. DE RITIS)

alunne con la maestra

Piccole mani

Chiesa di Torcegno-Tn

L’episodio è ancora vivo dopo tanti anni. Ha superato la guerra. Il paese dove è avvenuto è stato letteralmente distrutto e i suoi poveri abitanti sono andati profughi per la Penisola. Non erano rimasti in piedi che la chiesa ferita e il campanile  a custodir, malinconico e muto, la sua vecchia malata.

Prima guerra mondiale

Eppure, rifatto il paese, tornati quelli che potevan tornare, il ricordo si ricompose e brillò semplice e grande. Rientrò nelle case risorte, l’appresero i fanciulli che allora erano bimbi, gli uomini che erano alla guerra. Battezzò la rinascita del piccolo paese, confortò l’asprezza della ricostruzione, benedisse i nuovi vivi. Divenne l’aureola della seconda vita, il dono che Dio aveva aggiunto a quello della pace e della redenzione. Quell’episodio ha poi occupato le cronache perché il protagonista di esso, fatto uomo, è tornato al paese a sciogliervi un voto.

Torcegno-Valsugana

Siamo a Torcegno, piccolo villaggio sopra Borgo Valsugana, nel Novembre del 1915. Serrato fra due linee nemiche, soggetto al fuoco delle opposte artiglierie dei  forti austriaci e italiani, praticamente isolato da tutto il resto del mondo, soldati in terre lontane tutti i suoi uomini, come e dove soleva mandarli l’Austria, razziato il suo bestiame, requisito tutto il requisibile, sospeso ogni pagamento di salari, di pensioni, di sussidi militari, incendiate le cascine, vuote le botteghe di viveri e medicinali, Torcegno può dire di aver vissuto il martirio più angosciato e più ignorato. Mai agonia di villaggio fu più angosciosa e crudele. L’Austria, dopo aver portato via tutto ciò che poteva servirle, abbandonava i vecchi, le donne e i bambini alla loro sorte.

B-9804-torcegno

Gli Italiani non erano ancora arrivati a Torcegno. Il 9 novembre l’Austria internava anche il parroco, don Vito Casani  sospetto di italianità. Rimaneva don Guido Fanzelli,  cappellano, ma le notizie che arrivavano delle pattuglie di gendarmeria dicevano che presto sarebbe stato arrestato anche lui. Un mattino infatti, il 13 novembre, vengono a prenderlo, e se lo portano via. Il paese resta senza cura d’anime. Due giorni prima l’arresto, don Fanzelli, che presentiva la propria sorte, pensò chi avrebbe potuto somministrare l’Eucaristia ai devoti che, massime in quei giorni, vi s’accostavano quotidianamente, unico conforto ai loro strazi, senza contare i malati e i feriti che ogni giorno aumentavano.

V’era fra i bimbi di Torcegno  un frugolino di sette anni, vivace, ma non birichino, intelligente, ma semplice, buono, che frequentava con particolare compiacenza le funzioni religiose. Don Fanzelli lo prese e gli disse:

-Se qualcuno dovesse chiedere la Comunione, tu aprirai con queste chiavi il Tabernacolo e somministrerai la Sacra Particola, dicendo queste parole. Le tue mani sono pure, sono le uniche degne di toccare il Signore.- E gli consegnò una breve preghiera trascritta. Il fanciullo si chiamava Almiro Faccenda, ed era figlio di due umili boscaioli. Il padre era soldato in Germania. La madre,una sorellina e un fratello più grande di lui, soffrivano a casa.  Almiro accettò senza tremare il gran compito. Non ne fu scosso.

L’indomani le cose precipitarono: avanzavano gli italiani, avanzavano gli Austriaci. Il povero paese era sotto fuoco.  Il Pasubio, la Panarotta, erano due vulcani. Vi fu chi pensò alla occupazione ormai imminente. Con la fantasia accesa dal terrore qualcuno andò oltre: pensò alla chiesa profanata, alla piccola e quieta casa del Signore invasa da soldati che avrebbero devastato l’altare, disperse le Sacre Ostie.

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La popolazione supersiste si riunì in chiesa di notte e domandò la Comunione generale. All’alba il piccolo Almiro, vestendo un bianco camice, aprì il Tabernacolo e comunicò tutti, mentre intorno e sopra la casa di Dio piombava l’ira degli uomini. La funzione durò poco meno di un’ora. Verso il mezzogiorno gli Italiani occupavano il paese per avviare – prima cura – donne e bambini verso l’interno. Partivano tutti, anche il bimbo dalle mani pure, le quali, fuor di ogni liturgia, avevano toccato il Signore. Si racconta che,subito dopo la funzione, Almiro non sapesse dove tenere la sua piccola mano ruvida e scura e chiedesse alla maestra:

– Che ne farò adesso di questa mano? –

– Fa che essa non faccia mai male a nessuno – disse ella. E gliela baciò. (G. CENZATO)

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