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E’ ancora maggio

E’ maggio, il bel mese fiorito.

Rose, gigli, lillà sono tutti sbocciati

e sulle verande e i balconi si spande odorando il glicine.

Che traffico di maggiolini e di api!

Che gioia di sole nell’orto e nel giardino!

Spuntano le fragole, ridono le prime ciliegie,

le primissime pesche.

Eè il mese della Madonna,

quando la chiesa profuma d’incenso,

quando si infiorano le cellette dei crocicchi

e la notte cantano gli usignoli..”

-Il nome di questo mese deriva da Maia, dea primaverile.

E’ il mese dedicato alla Madonna,

alla quale sembrano far festa anche le rose

che fioriscono particolarmente belle e profumate. –

(Brani scelti da Corsi di Lettura per gli alunni della scuola elementare – 1965)

“Zitti, coi cuori colmi,

ci allontanammo un poco.

Tra il nereggiar degli olmi

brillava il cielo in fuoco.

…Come fa presto sera,

o dolce madre, quì!

E vidi la Madonna

dell’Acqua, erma e tranquilla,

con un fruscio di gonna,

dentro, e l’odor di lilla.

…pregavo…E la preghiera

di mente già m’uscì!” (G.PASCOLI)

MAGGIO

“Quante rose! La chiesa è piccolina,

Sorride sull’altare la Madonnina.

E’ maggio…Ed ogni rosa è come un cuore

offerto a lei con tacita e devota

tenerezza, con tanto umile amore.

Ondeggia una campana. E’ quasi sera,

(c’è un bimbo piccolino…un vecchio stanco…)

ascolta la Madonna ogni preghiera,

e le ferite d’ogni cuore sa…

In un nimbo di luce e di profumo,

chinato il volto, dolce e grave, sta.” ZIETTA LIU)

Piccole mani

Chiesa di Torcegno-Tn

L’episodio è ancora vivo dopo tanti anni. Ha superato la guerra. Il paese dove è avvenuto è stato letteralmente distrutto e i suoi poveri abitanti sono andati profughi per la Penisola. Non erano rimasti in piedi che la chiesa ferita e il campanile  a custodir, malinconico e muto, la sua vecchia malata.

Prima guerra mondiale

Eppure, rifatto il paese, tornati quelli che potevan tornare, il ricordo si ricompose e brillò semplice e grande. Rientrò nelle case risorte, l’appresero i fanciulli che allora erano bimbi, gli uomini che erano alla guerra. Battezzò la rinascita del piccolo paese, confortò l’asprezza della ricostruzione, benedisse i nuovi vivi. Divenne l’aureola della seconda vita, il dono che Dio aveva aggiunto a quello della pace e della redenzione. Quell’episodio ha poi occupato le cronache perché il protagonista di esso, fatto uomo, è tornato al paese a sciogliervi un voto.

Torcegno-Valsugana

Siamo a Torcegno, piccolo villaggio sopra Borgo Valsugana, nel Novembre del 1915. Serrato fra due linee nemiche, soggetto al fuoco delle opposte artiglierie dei  forti austriaci e italiani, praticamente isolato da tutto il resto del mondo, soldati in terre lontane tutti i suoi uomini, come e dove soleva mandarli l’Austria, razziato il suo bestiame, requisito tutto il requisibile, sospeso ogni pagamento di salari, di pensioni, di sussidi militari, incendiate le cascine, vuote le botteghe di viveri e medicinali, Torcegno può dire di aver vissuto il martirio più angosciato e più ignorato. Mai agonia di villaggio fu più angosciosa e crudele. L’Austria, dopo aver portato via tutto ciò che poteva servirle, abbandonava i vecchi, le donne e i bambini alla loro sorte.

B-9804-torcegno

Gli Italiani non erano ancora arrivati a Torcegno. Il 9 novembre l’Austria internava anche il parroco, don Vito Casani  sospetto di italianità. Rimaneva don Guido Fanzelli,  cappellano, ma le notizie che arrivavano delle pattuglie di gendarmeria dicevano che presto sarebbe stato arrestato anche lui. Un mattino infatti, il 13 novembre, vengono a prenderlo, e se lo portano via. Il paese resta senza cura d’anime. Due giorni prima l’arresto, don Fanzelli, che presentiva la propria sorte, pensò chi avrebbe potuto somministrare l’Eucaristia ai devoti che, massime in quei giorni, vi s’accostavano quotidianamente, unico conforto ai loro strazi, senza contare i malati e i feriti che ogni giorno aumentavano.

V’era fra i bimbi di Torcegno  un frugolino di sette anni, vivace, ma non birichino, intelligente, ma semplice, buono, che frequentava con particolare compiacenza le funzioni religiose. Don Fanzelli lo prese e gli disse:

-Se qualcuno dovesse chiedere la Comunione, tu aprirai con queste chiavi il Tabernacolo e somministrerai la Sacra Particola, dicendo queste parole. Le tue mani sono pure, sono le uniche degne di toccare il Signore.- E gli consegnò una breve preghiera trascritta. Il fanciullo si chiamava Almiro Faccenda, ed era figlio di due umili boscaioli. Il padre era soldato in Germania. La madre,una sorellina e un fratello più grande di lui, soffrivano a casa.  Almiro accettò senza tremare il gran compito. Non ne fu scosso.

L’indomani le cose precipitarono: avanzavano gli italiani, avanzavano gli Austriaci. Il povero paese era sotto fuoco.  Il Pasubio, la Panarotta, erano due vulcani. Vi fu chi pensò alla occupazione ormai imminente. Con la fantasia accesa dal terrore qualcuno andò oltre: pensò alla chiesa profanata, alla piccola e quieta casa del Signore invasa da soldati che avrebbero devastato l’altare, disperse le Sacre Ostie.

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La popolazione supersiste si riunì in chiesa di notte e domandò la Comunione generale. All’alba il piccolo Almiro, vestendo un bianco camice, aprì il Tabernacolo e comunicò tutti, mentre intorno e sopra la casa di Dio piombava l’ira degli uomini. La funzione durò poco meno di un’ora. Verso il mezzogiorno gli Italiani occupavano il paese per avviare – prima cura – donne e bambini verso l’interno. Partivano tutti, anche il bimbo dalle mani pure, le quali, fuor di ogni liturgia, avevano toccato il Signore. Si racconta che,subito dopo la funzione, Almiro non sapesse dove tenere la sua piccola mano ruvida e scura e chiedesse alla maestra:

– Che ne farò adesso di questa mano? –

– Fa che essa non faccia mai male a nessuno – disse ella. E gliela baciò. (G. CENZATO)

Beatitudini

beatitudini

SANTI DEL MIO PAESE

(V. Cardarelli)

“Ce ne sono di chiese e di chiesuole,

al mio paese, quante se ne vuole!

E santi che dai loro tabernacoli

son sempre fuori a compiere miracoli.

Santi alla buona, santi famigliari,

non stanno inoperosi sugli altari.

E chi ha cara la subbia, chi la pialla,

chi guarda il focolare e chi la stalla,

chi col maltempo, di prima mattina,

comanda ai venti, alla pioggia, alla brina.

E San Francesco, giullare di Dio,

è pure un santo del paese mio.

Ce ne sono tanti dei santi al mio paese,

per cui si fanno feste, onori e spese!

Hanno tutti un lumino e ognuno ha un giorno

di gloria, con il popolino intorno.”

Hagiologion Calendar Icon Sinai XIII sec

Mazzolari,


destino di profeta

(Pagina a cura di GUIDO DOTTI – Comunità di Bose)

Mazzolari

(Seppe discernere i segni dei tempi ma fu voce incompresa)

Un volto: don Primo Mazzolari. “Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti.” Così ebbe a dire Paolo VI del parroco di Bozzolo, “tromba dello Spirito Santo nella Bassa mantovana”. Come profeta don Primo seppe discernere alla luce del Vangelo i “segni dei tempi” e le nuove sfide che la Chiesa doveva affrontare; come autentico profeta seppe obbedire all’autorità ecclesiastica che mise a lungo a tacere la sua voce, espressa nella predicazione e sulle pagine del periodico Adesso.

mazzolari soldato

“Dalla mia famiglia ho ricevuto un nome povero e onorato – scrisse al cardinal Montini di Milano, quando si delineava una nuova sanzione nei suoi confronti – e dalla mia vocazione un impegno continuato di fedeltà; e l’uno e l’altro dono non voglio che siano sottoposti a continue insinuazioni. Sono già stato troppo umiliato….e se merito il castigo mi venga dato con rispetto dell’uomo e con franca dichiarazione”.

primo mazzolari

Rispetto dell’uomo, di ogni uomo, e franchezza nel parlare: sono proprio questi i grandi segni che don Primo Mazzolari ha lasciato alla Chiesa che ha tanto amato.

un uomo libero

Pensare come Dio….

giudizio_universale

  ….non come gli uomini!

Carlo Maria Martini

Dicono che l’ ultimo Suo Anelito di Speranza, sia stato rivolto alla Chiesa. …Alla “Sua” Chiesa che…sembra avere paura!

Non è un paradosso? Che proprio la Chiesa abbia paura, dal momento che lo stesso Giovanni Paolo II, gridava a tutti….”Non abbiate paura!”???

Forse Carlo Maria Martini, nella fragilità estrema dell’ultima ora, sentiva tutta la fragilità della Chiesa che si allontana dal “Fuoco dello Spirito”…rimanendo così in balìa, dell’ Umana paura che ha perso la dimensione dello Stupore.

Nel Libro “Il fuoco di Elia Profeta”, DAVID MARIA TUROLDO, al capitolo – nostalgia dell’umano, bisogno di umanità – parlando degli uomini semplici scrive:

“E difatti: avevano lo stupore e il timore. Ma il timore non è la paura! Non è tanto paura quanto il senso dell’ignoto, la volontà di conoscere. Difatti il timore è inizio della sapienza. E anche questa è una qualità che ci manca. Sono generazioni senza timore, non hanno timore, questo è!…………Ho paura che le nostre generazioni sono senza gioia………E’ la gioia che vi augurerei. Portate a casa la gioia. So che potrebbe esser stato molto pesante…ed è per questo che siamo quì a pregare.”

Cari amici e Amiche, non sembra strano pure a Voi, che pure David Maria Turoldo, parli di paura per le nuove generazioni….invitando allo stesso tempo, i semplici alla gioia?

E’ con stupore che, in questo giorno di Natale in Cielo, di CARLO MARIA MARTINI, ho scelto questa Poesia di David Maria Turoldo, per augurare alla Chiesa e alle Nuove Generazioni, la Gioia del Vero NATALE del cuore, e augurare a LUI, la Gioia della Sua NASCITA in Cielo!

“Mentre il silenzio fasciava la terra

e la notte era metà del suo corso, tu sei disceso, o Verbo di Dio,

in solitudine e più alto silenzio.

Fin dal principio, da sempre tu sei,

Verbo che crea e contiene ogni cosa,

Verbo, sostanza di tutto il creato,

Verbo, segreto di ogni parola.

La creazione ti grida in silenzio,

ma la profezia da sempre ti annuncia;

ma il mistero ha ora una voce,

al tuo vagito il silenzio è più fondo.

e pure noi facciamo silenzio,

più che parole il silenzio lo canti,

il cuore ascolti quest’unico Verbo,

che ora parla con voce di uomo.

A te, Gesù, meraviglia del mondo,

Dio che vivi nel cuore dell’uomo,

Dio nascosto in carne mortale,

a te l’amore che canta in silenzio.

Il villaggio di cartone

                                Ultima   fatica  del  Grande  Maestro  di  Cinema    ERMANNO OLMI

“Una chiesa. Un parroco. Un’impresa di traslochi. La chiesa non serve più e viene svuotata di tutti gli arredi sacri. Restano solo le panche in uno spazio vuoto. Il vecchio prete sembra non sapersi rassegnare a questa sorte. Ma, di lì a poco, un folto gruppo di clandestini in cerca di rifugio entra nella chiesa e, con panche e cartoni, vi istalla un piccolo villaggio. Il sacerdote vede la sua chiesa riprendere vita: da questo momento di sconforto avrà inizio una resurrezione in spirito nuovo della sua missione sacerdotale. Non più la chiesa delle cerimonie liturgiche, degli altari dorati, bensì la Casa di Dio dove trovano rifugio e conforto i miseri e i derelitti. Saranno costoro i veri ornamenti del Tempio di Dio. E pure la vita del vecchio Prete troverà nuove vie della carità, della fratellanza,e persino del coraggio di compiere quegli atti d’amore che chiedono anche il sacrificio estremo, quale alto significato della consacrazione sacerdotale. Ha inizio un tempo in cui il mondo ha bisogno di uomini nuovi e giusti per smascherare l’ambiguità delle parole con l’oggettività degli atti. E’ difficile accettare i cambiamenti della vita, sopratutto quelli più radicali. Ma quando è la propria intera esistenza ad essere messa in discussione ci si sente confusi, persi nella nebbia, e soli. E’ questo quello che prova il Vecchio Prete protagonista de “Il villaggio di cartone”, ultima fatica del grande Maestro di cinema Ermanno Olmi presentata Fuori Concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia. Olmi riesce con pochi elementi a delineare nettamente personaggi e situazioni, ed è capace di portare un attore ad esprimersi meglio con lo sguardo che con le parole. D’altronde anche le parole sono inutili orpelli. La magia del cinema di Olmi è tutta quì. L’alienazione del Vecchio Prete rispetto al mondo reale è subita evidente quando ci si rende conto che dalle porte e finestre della sua casa si scorge solo una fitta nebbia. E la sua distorta religiosità emerge dai suoi gesti, dal suo entrare in crisi per l’assenza di un simulacro da adorare piuttosto che dalla mancanza di fedeli alle sue funzioni. Non può aiutare gli altri a trovare Dio, se lui è  il primo a dubitare. Quando inizia ad aprirsi agli altri e ad accoglierli nella sua casa e nella sua anima, quando capisce il vero significato di chiesa come casa di tutti, allora i suoi dubbi cessano di esistere. Non è più un uomo di cartone, ma un’uomo con un’anima. “Il villaggio di cartone” è un’opera profonda, pregna di significati, che solo chi ha meditato a lungo sul proprio rapporto con Cristo e religiosità poteva concepire. La sua essenzialità è accentuata dall’aver adottato una recitazione scarna, quasi teatrale, priva di forte emotività. Come ha affermato più volte lo stesso Olmi in conferenza stampa, ciò che conta è la realtà delle cose e non sono gli orpelli che la abbelliscono o la nascondono.

(Critica del Multisala Edera di Treviso)

P.S….Ho trovato quest’Opera di Olmi, davvero interessante e provocatoria. Mi piace sopratutto il messaggio che dice: “quando la Carità è a rischio…è quello il momento della Carità.”

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