MEMORIA – Il prezzo di una scelta

Tratto da – Umanità nei Lager nazisti – di Luigi Francesco Ruffato – Patrizio Zanella – (Edizioni Messaggero di Padova) –

“Il terrore esercitato su milioni di individui non è concepibile senza i Lager. A questa terribile realtà bisogna guardare considerando quali fossero i compiti assegnati ai prigionieri deportati. Facendo le cose per bene, il Terzo Reich, quando il 20 marzo 1933 istituisce il primo campo di concentramento a Dachau, lo concepisce come luogo di detenzione temporaneo per internarvi gli oppositori politici del nazismo, ebrei e religiosi. L’aumento dei prigionieri di guerra catturati dall’esercito tedesco determina anche il proliferare dei campi di concentramento. Presto vengono fatte delle distinzioni: gli ebrei verranno internati nei veri e propri campi di sterminio (Vernichtungslager); i soldati e i civili italiani catturati in Italia e Germania vengono classificati come IMI (Internati Militari Italiani) anziché come prigionieri di guerra (Kriegsgefangenen), in questo modo il Terzo Raich li sottrae al patrocinio della Croce Rossa Internazionale e allo status di prigionieri di guerra previsto dalle convenzioni di Ginevra. In seguito vengono smistati nei campi per lavoratori stranieri sottoposti a un regime di coazione (Arbeiterlager); gli ufficiali vengono rinchiusi nei cosidetti Oflager, sottoufficiali e soldati negli Stammlager (campi madre). Dei circa 900 mila italiani presenti in territorio tedesco negli ultimi 20 mesi della Seconda Guerra Mondiale, ben 800 mila erano stati trasferiti dopo l’8 settembre 1943.

Terrore di massa, arbitrio assoluto, annichilimento dell’uomo, lavoro in condizione di schiavitù, denutrizione sono questi i caratteri essenziali dei Lager. La disumanizzazione, la trasformazione di persone in non persone, in esseri animati ma non umani, non è sempre facile se di fronte ci sono individui capaci si opporre una certa resistenza interiore. Allora entrano in azione le tecniche più sottili per giungere alla depersonalizzazione: privare gli esseri umani degli abiti, spogliarli, dare loro un numero, è considerarli alla stregua delle bestie. L’obbligo di vivere tra i propri escrementi, il regime di denutrizione vigente nei Lager, costringere i detenuti a essere costantemente in cerca di cibo e pronti a ingoiare qualunque cosa sono tutti elementi che portano i guardiani a non identificarsi mai con gli internati perché questi sono visti come bestie. Parlando di loro i guardiani evitavano di usare termini come “persone”, “individui”, “uomini”, indicandoli invece come “elementi”, “pezzi”, oppure servendosi di costruzioni impersonali. Gli esseri umani da uccidere sono sempre designati come “il carico”, o non sono designati affatto”…altri hanno subito il “trattamento”.

La depersonalizzazione è portata a compimento anche attraverso un culto della durezza e una sistemica denigrazione di ogni senso di pietà. Teodoro Eiche, uno dei responsabili dell’attuazione dei Lager, insiste spesso sull’argomento: “Fare mostra di carità nei confronti dei “nemici dello stato” sarebbe una debolezza di cui loro approfitterebbero immediatamente. Un senso di pietà per questi uomini sarebbe indegno di un SS: nei ranghi delle SS non c’è posto per le “pappe molli” che farebbero meglio ritirarsi in convento.”

Le manifestazioni di solidarietà fra internati si ebbero in forme diverse (atti quotidiani di cameratismo, amicizia, aiuto reciproco, distribuzione di cibo), ed erano sia individuali e spontanee sia collettive ed organizzate. Se le prime scaturivano da un moto interiore al soggetto, le seconde erano opera di gruppi di soccorso e organizzazioni clandestine formatesi fra prigionieri.

Nelle deposizioni e nei ricordi di quanti sopravvissero al Lager di Auschwitz si possono leggere molte informazioni sulle modalità messe in atto per aiutare i soggetti più deboli. La sociologa polacca Anna Pawelczynska (n. 44764) in un suo libro elenca le seguenti forme di aiuto: “…nascondere all’interno della colonna i più deboli (i lati della colonna erano i più esposti alle percosse) sostituendoli nei lavori più faticosi, dando loro vestiti più caldi, dividendo con loro il cibo. A questa categoria di aiuto appartiene anche tutta una serie di forme di incoraggiamento di quei prigionieri che hanno perso quel minimo di resistenza psichica necessaria per andare avanti: sdrammatizzare il pericolo, ricorrendo all’humour e al riso, raccontando favole e ricordi, parlando del futuro fuori dal Lager, ricercando gli argomenti e gli scherzi più disparati per distogliere l’attenzione dal presente. Ogni manifestazione di solidarietà e di compassione, ogni ora di vita vissuta (….), ogni sorriso, ogni scherzo, facevano parte dell’insieme di autodifesa collettiva”.

Non mancarono le azioni e i gesti di umanità fatti dai singoli internati. Più di qualcuno rinunciava alla già modestissima razione di cibo a vantaggio dei compagni più giovani. In molte relazioni gli ex detenuti ricordano come Massimiliano Kolbe dividesse la sua porzione di cibo con altri, a volte ignoti, compagni di sventura.

“Non muoio neanche se mi ammazzano!” è un (evidente) paradosso. Eppure, se pensiamo che a pronunciare questa frase fu il “papà” di Don Camillo e Peppone, Giovannino Guareschi, in un Lager nazista nell’autunno del 1943, ci rendiamo perfettamente conto dello stato d’animo, della forza di volontà e della disperata speranza di un uomo che, come tanti altri militari del Regio Esercito, in un momento tragico della storia del suo paese, fece una scelta di coscienza e non di convenienza, e si sa che per questo tipo di scelte si paga un prezzo molto, molto alto.

8 Settembre 1943: l’armistizio dell’Italia con gli Alleati, la “fuga” del re e dei maggiori responsabili militari, l’esercito allo sbando, per tanti la “Morte della Patria”, con la nuova parola d’ordine: “Tutti a casa!”, per altri ancora la cattura da parte dei tedeschi e una scelta da fare – hic et nunc – una scelta improrogabile e fondamentale: collaborare coi tedeschi o, rifiutando, prendere la via dei Lager.

Chi decise di non collaborare (e in seguito di non aderire alla Repubblica Sociale di Mussolini) lo fece per fedeltà al giuramento al re, o per dignità personale, o per antifascismo.

Furono oltre 650 mila i militari che rifiutarono la collaborazione con l’ex alleato. L’ufficiale (uno dei 40 mila che dissero no) Giovannino Guareschi volle restare fedele al giuramento fatto a suo tempo al re: costasse quel che sarebbe potuto costare.

Ma la via del Lager e la condizione di prigioniero, se lo colpirono duramente, al limite, a volte, della disperazione, non lo videro soccombere. Anzi.

Non muoio neanche se mi ammazzano!”, appunto. Ma quella resistenza personale, quella determinazione di sopravvivere, Guareschi la estese, per così dire, agli altri compagni di prigionia, nel senso che egli non si isolò, non badò al suo “particulare”, ma cercò di aiutare gli altri. Ci sono delle situazioni, delle circostanze della (e nella) vita nelle quali ciascuno di noi si rivela per quello che realmente è. Guareschi si rivelò coraggioso, generoso, uomo di grande fede. Quella fede che gli era stata infusa da una madre, maestra, molto religiosa e quindi da alcuni sacerdoti che aveva incontrato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella giovinezza.

Ignorati, abbandonati, soli con i loro ideali, con la loro sofferenza derivante da quella scelta di coscienza che avevano fatto, non di meno resistettero, come Guareschi (“Non muoio neanche se mi ammazzano!”. Ma per resistere bisognava cercare di vivere – di sopravvivere – come nella vita normale, da civili. Fu così che sotto lo spirito di iniziativa e lo stimolo di Guareschi, nel Lager Wietzendorf nacquero i giornali parlati, le lezioni, le conferenze, il teatro, la musica.

(Tutta questa forza e umanità ha aiutato anche il mio papà e i miei zii (Soldati IMI), a resistere e a tornare a casa.

Pure un cugino del papà è tornato ma purtroppo, è tornato morto…di fame, malattie e stenti.)

 

MEMORIA

 

 PIZZATO EUGENIO

Riposa nella Tomba Famiglia a Mogliano Veneto Treviso.

E’ ricordato presso il Monumento cittadino dedicato ai CADUTI NEI LAGER – 1943/1945

Caduti per la PATRIA in nome della LIBERTA’.

(Pizzato Rita- Nives)

 

Ninna nanna della moglie del pescatore

Ninna nanna della moglie del pescatore

“Suggi, bambino, suggi

dal petto mio la vita:

Dio non me l’ha largita

che per donarla a te.

 

Dormi, bambino, dormi;

nelle fastose sale

più tepido guanciale

di questo sen non è.

Lunge pel mare intanto

l’occhio sospeso io mando,

ov’ei ne va pescando

sul fragil navicel;

 ove l’azzurro flutto

a chi guardando pensa,

sola una cosa immensa

par con l’azzurro ciel.

(IPPOLITO NIEVO)

La storia ha bisogno di noi

Riflessioni di LUIGI CIOTTI

La rabbia e il coraggio

Sant’Agostino diceva che la speranza ha due bei figli: la rabbia e il coraggio. La rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio di vedere come potrebbero andare.

Dobbiamo animare la speranza di rabbia e di coraggio. Una rabbia sana, sia ben chiaro. La rabbia per me è un atto di amore: ci si arrabbia per le cose che ci stanno a cuore, ci si arrabbia quando ci si sente impotenti di fronte a certe ingiustizie, all’arroganza, alla sopraffazione. Ma accanto alla rabbia, per Sant’Agostino c’è anche il secondo figlio della speranza, il coraggio. Coraggio deriva da “cor habeo”, ho cuore. Abbiamo bisogno oggi di mettere più cuore, amici, di più! La prima prova di coraggio è quindi guardare dentro la propria coscienza, ribellandosi all’impotenza. Il Padreterno ci chiede di graffiare ancora di più la realtà perché le situazioni d’impoverimento, di sofferenza, di fatica intorno a noi impongono uno scatto delle coscienze. Il cambiamento, per potersi realizzare, ha bisogno di un “di più” da parte di ciascuno di noi.

Ho un sogno

Ho un sogno. Sogno che un giorno il volantariato diventi superfluo. La solidarietà non può essere la virtù di qualcuno, non può essere l’eccezione. Deve essere la regola di tutti. Nessuno può considerarsi un vero cittadino se non si guarda attorno e se non comincia a risolvere i piccoli problemi che man mano gli si presentano. E nessuno può considerarsi un vero cristiano se non è solidale. Il cittadino è tale se è volontario: è troppo comodo considerare il volontariato come un’eccezione. Com’è ovvio, resta necessario mantenere delle forme organizzate di solidarietà, in modo da poter affrontare le questioni in maniera più efficace, ma il vero obbiettivo è quello di lavorare tutti insieme in modo da migliorare il proprio quartiere, la propria scuola e le condizioni di vita di coloro che ci circondano. Il volontariato non deve essere confuso con l’impegno sociale in specifici settori. Il vero volontariato è dono, gratuità, spontaneità, passione, messa in gioco. Dovrebbe essere prerogativa di tutti.

Non dobbiamo fermarci

“Se dovrai attraversare le acque sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno” dice un passo del Libro di Isaia” (XLIII,2). E’ un versetto che ci conforta, ma non impedisce di sentirci, in certi momenti, smarriti, in crisi, pieni di dubbi, di insicurezze. Questi momenti di sfiducia esistono per tutti. Spesso mi chiedo se i 18 anni di attività con Libera sono serviti, se sono serviti i 48 anni di Gruppo Abele. Ma se è vero che ci sono problemi che sembrano insuperabili, se è vero che ci sono tante sofferenze che non siamo riusciti ad evitare, è anche vero che quei servizi, quelle comunità, quelle associazioni hanno aiutato molte persone a essere meno schiacciate, più libere. Allora, anche se l’orizzonte di una mèta ci appare lontano, anche se a volte è naturale sentirsi scoraggiati, non dobbiamo fermarci. La storia ha bisogno di noi. Nella storia c’è una pagina bianca che siamo chiamati a scrivere. E’ nostra, ci è affidata. E’ Dio che ci dice: “Scrivila tu”.

(Questi testi del fondatore del Gruppo Abele e di Libera sono estratti dal Libro “Il morso del più” – Incontri con Luigi Ciotti di Massimo Orlandi (Edizioni Romena 2013)

dig

 

Le Visioni dei Bambini

 

Storia vera di Trudi Birger

Fonte: Wikipedia

Nata da una famiglia ebrea agiata, l’infanzia di Trudi Birger a Francoforte fu interrotta bruscamente nel 1934 dall’avvento del nazismo. Con l’avvio delle persecuzioni contro gli ebrei, la sua famiglia visse nascosta per diversi anni prima di essere catturata e inviata a un campo di sterminio. Trudi riuscì a sopravvivere in modo miracoloso, come racconta ella stessa nella sua autobiografia .

Alla fine della guerra si sposò e si trasferì con il marito e la madre nel neonato stato di Israele, dove lavorò come microbiologa. Durante la sua attività, iniziò anche a occuparsi dei problemi fisici e psicologici indotti nei bambini dai problemi dentali che lei stessa aveva sofferto in campo di concentramento in seguito alle percosse di uno dei guardiani che le ruppe tutti i denti.

Nel 1980 fondò la clinica no-profit Dentisti volontari per Israele e l’anno successivo ricevette il Premio Presidenziale per il Volontariato.

Nel 1991 venne dichiarata cittadina emerita di Gerusalemme, dove proseguì nella sua attività di volontariato a favore dei bambini poveri, senza discriminare tra ebrei e palestinesi.

Nel 1992 pubblicò il libro autobiografico Ho sognato la cioccolata per anni, in cui raccontò la sua terribile esperienza nel campo di sterminio, in particolare della rinuncia a salvarsi per stare a fianco della madre, di come riuscì a evitare la morte e di come fu in quell’occasione che promise a sé stessa di occuparsi dell’infanzia sofferente se fosse sopravvissuta (lei stessa, infatti, ne parla nel suo libro “Da bambina ho fatto una promessa”, continuazione del suo primo libro).

 

Da “Gli ebrei di Vilna – Una cronaca dal ghetto: 1941 – 1944” , ed. Giustina, Firenze, 2002, tr. Paola Buscaglione Candela, p. 84)

“5 luglio 1942. Non c’è nel ghetto una sola famiglia cui il terribile uragano non abbia strappato dalle radici un albero o più di uno. Qua hanno portato via il padre, il marito o i figli, spesso con addosso la sola biancheria, senza cappello, così come sono stati acciuffati; là spesso hanno trascinato a Ponary, per fucilarle, la moglie, la madre, la figlia, la sorella, catturate durante la”provocazione” o portate via dal ghetto in assenza del marito, del padre, del fratello.

Quanti cuori dilaniati, quante lacrime sparse, che dolore infinito. Ma più terribile di tutto era il destino dei bambini ormai senza padre né madre, completamente soli, rimasti miracolosamente vivi in quel mare di morte.

Ecco uno di loro, un bambino di sei anni. Lo hanno nascosto nella soffitta di una famiglia che lo ospita; sdraiato su un tavolaccio si addormenta raccontandosi ad alta voce una tenera fiaba, borbottando parole come casetta, lettino, mammina; mani assassine gli hanno ucciso papà e mamma, due fratelli e una sorella. Il bimbo, con voce bassa e monotona continua a parlottare finché non si addormenta. Che cuore dovrebbe avere uno per non piangere?…Scesi dalla soffitta dove dormiva il bimbo e arrivato in strada non potei trattenere le lacrime.”

 

 

Annaleise Frank

 

Da “Obbedire solo alla felicità” di Roberto Mancini

“Ricordo infine il coraggio di non credere nella morte e nell’assurdità, non perché sappiamo prevedere e descrivere il mondo che verrà, ma perché vediamo già ora con certezza che il valore di ogni vivente è eterno e che la salvezza è per tutti. Dove c’è autentica visione, vengono meno lo scoramento, l’indifferenza, la rassegnazione. Dove c’è visione, lì c’è anche l’azione che non rinuncia a cambiare quello che va cambiato.”

 

Il Milite disperso

Poesia di P. Rocco
Milite Ignoto

Non sappiamo il tuo volto, o Sconosciuto,
non il tuo nome rude di soldato,
è ignoto il luogo che santificato
fu dal tuo sangue quando sei caduto;
ma il tuo viso fu bello e fu divino:
forse un imberbe viso giovinetto…
Lo veggo all’ombra fosca dell’elmetto
sorridere con occhi di bambino.
Fu nostro sangue il sangue tuo vermiglio…
Sei senza nome, ed ogni madre, ignara,
inginocchiata presso la tua bara
singhiozza un nome, il nome di suo figlio;
il nome inciso in tutti i monumenti
e che risuona in tutte le fanfare…
Hai la tua casa in ogni casolare,
ed appartieni a tutti i reggimenti.
Sente ogni madre il suono della voce
nota al suo cuore, eppure tu sei muto..;
e là, sul campo dove sei caduto,
tutte le croci sono la tua croce.
Da quelle tombe un mònito e un saluto
con severo silenzio tu ci porti:
son tutti i cuori dei fratelli morti
chiusi nel cuore tuo, o Sconosciuto!

Nel 1921 Roma è tutta un fremito. Un affusto di cannone trasporta una bara di quercia coperta dal Tricolore.
E’ la salma del Milite Ignoto, che va a prendere dimora sull’Altare della Patria perchè in lui gli Italiani ricordino tutti i Caduti della prima guerra mondiale.

4 novembre, Giorno dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze Armate in ricordo del 4 novembre 1918.

………………………….

Si chiamava Pietro, era nato a Venezia nel gennaio del 1898.

Fratello della Nonna materna, aveva gli stessi grandi dolci occhi.

A 17 anni fu chiamato alle armi e diventò Bersagliere dell’Undicesimo Reggimento.

Non è più tornato a casa…

e nessun effetto personale fu trovato mai!

………………….

Dopo cent’anni abbiamo saputo che è

Morto e Disperso in Combattimento,

sul CARSO,

il 18 Agosto 1917

Sarà Lui, Pietro…. il MILITE IGNOTO….. dell’Altare della Patria?

O forse Pietro riposa con i 60.330 MILITI IGNOTI del…SACRARIO DI REDIPUGLIA?

……………

Fratello senza nome e senza volto,
da una verde trincea t’han dissepolto.
Dormivi un sonno quieto di bambino.
Un colpo aveva distrutto il tuo piastrino.
Eri soltanto un fante della guerra,
muto perchè t’imbavagliò la terra.
Ora dormi in un’urna di granito
sempre di lauro fresco rinverdito.
E le madri che più non han veduto
tornare il figlio come te caduto,
nè sanno dove l’abbiano sepolto,
ti chiamano e rimangono in ascolto
se mai la voce ti donasse Iddio
O mamma il figlio tuo son io!

4 novembre 1918

(Renzo Pezzani)

PREGHIERA

O Dio, Creatore e Padre dell’Universo,

che con Tuo Figlio Gesù

ci hai insegnato che la Salvezza passa anche attraverso il corpo,

accogli e benedici la vita e il sangue di Pietro e dei 60330 Militi Ignoti

che riposano nel Sacrario di Redipuglia.

Vite donate e sangue sparso per la Libertà e l’Unità d’Italia,

ma sopratutto per la Salvezza eterna di tutta l’Umanità!

Amen.

(Nives)

 

Cosa ti manca per essere felice?

SIMONA ATZORI

simona atzori

“Perché ci identifichiamo sempre con quello che non abbiamo,

invece di guardare quello che c’è?

Spesso i limiti non sono reali, i limiti sono solo negli occhi di chi ci guarda.

E’ nostra responsabilità darci la forma che vogliamo,

liberarci di un po’ di scuse e diventare chi vogliamo essere,

manipolare la nostra esistenza perché ci assomigli.

http://www.simonarte.net/ctmxef.html

Non importa se hai le braccia o non le hai,

se sei lunghissimo o alto un metro e un tappo,

se sei bianco o nero, giallo o verde.

La diversità è ovunque, è l’unica cosa che ci accomuna tutti.

Io credo nella legge dell’attrazione:

quello che dai ricevi.

Se trasmetti amore, attenzione, serenità,

se guardi alla vita con uno sguardo costruttivo,

se scegli di essere attento agli altri e al loro benessere;

se conservi le cose che ami e lasci scivolare via quelle negative,

la vita ti sorriderà.

Se avessi avuto paura sarei andata all’indietro, invece che avanti.

Se mi fossi preoccupata mi sarei bloccata, non mi sarei buttata,

avrei immaginato foschi scenari e mi sarei ritirata.

Invece ho immaginato.

Adesso sono felice, smodatamente,

spudoratamente felice.

Ed è una gioia raccontarla,

questa mia felicità.

(Simona)