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La storia ha bisogno di noi

Riflessioni di LUIGI CIOTTI

La rabbia e il coraggio

Sant’Agostino diceva che la speranza ha due bei figli: la rabbia e il coraggio. La rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio di vedere come potrebbero andare.

Dobbiamo animare la speranza di rabbia e di coraggio. Una rabbia sana, sia ben chiaro. La rabbia per me è un atto di amore: ci si arrabbia per le cose che ci stanno a cuore, ci si arrabbia quando ci si sente impotenti di fronte a certe ingiustizie, all’arroganza, alla sopraffazione. Ma accanto alla rabbia, per Sant’Agostino c’è anche il secondo figlio della speranza, il coraggio. Coraggio deriva da “cor habeo”, ho cuore. Abbiamo bisogno oggi di mettere più cuore, amici, di più! La prima prova di coraggio è quindi guardare dentro la propria coscienza, ribellandosi all’impotenza. Il Padreterno ci chiede di graffiare ancora di più la realtà perché le situazioni d’impoverimento, di sofferenza, di fatica intorno a noi impongono uno scatto delle coscienze. Il cambiamento, per potersi realizzare, ha bisogno di un “di più” da parte di ciascuno di noi.

Ho un sogno

Ho un sogno. Sogno che un giorno il volantariato diventi superfluo. La solidarietà non può essere la virtù di qualcuno, non può essere l’eccezione. Deve essere la regola di tutti. Nessuno può considerarsi un vero cittadino se non si guarda attorno e se non comincia a risolvere i piccoli problemi che man mano gli si presentano. E nessuno può considerarsi un vero cristiano se non è solidale. Il cittadino è tale se è volontario: è troppo comodo considerare il volontariato come un’eccezione. Com’è ovvio, resta necessario mantenere delle forme organizzate di solidarietà, in modo da poter affrontare le questioni in maniera più efficace, ma il vero obbiettivo è quello di lavorare tutti insieme in modo da migliorare il proprio quartiere, la propria scuola e le condizioni di vita di coloro che ci circondano. Il volontariato non deve essere confuso con l’impegno sociale in specifici settori. Il vero volontariato è dono, gratuità, spontaneità, passione, messa in gioco. Dovrebbe essere prerogativa di tutti.

Non dobbiamo fermarci

“Se dovrai attraversare le acque sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno” dice un passo del Libro di Isaia” (XLIII,2). E’ un versetto che ci conforta, ma non impedisce di sentirci, in certi momenti, smarriti, in crisi, pieni di dubbi, di insicurezze. Questi momenti di sfiducia esistono per tutti. Spesso mi chiedo se i 18 anni di attività con Libera sono serviti, se sono serviti i 48 anni di Gruppo Abele. Ma se è vero che ci sono problemi che sembrano insuperabili, se è vero che ci sono tante sofferenze che non siamo riusciti ad evitare, è anche vero che quei servizi, quelle comunità, quelle associazioni hanno aiutato molte persone a essere meno schiacciate, più libere. Allora, anche se l’orizzonte di una mèta ci appare lontano, anche se a volte è naturale sentirsi scoraggiati, non dobbiamo fermarci. La storia ha bisogno di noi. Nella storia c’è una pagina bianca che siamo chiamati a scrivere. E’ nostra, ci è affidata. E’ Dio che ci dice: “Scrivila tu”.

(Questi testi del fondatore del Gruppo Abele e di Libera sono estratti dal Libro “Il morso del più” – Incontri con Luigi Ciotti di Massimo Orlandi (Edizioni Romena 2013)

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Ecco il nemico!

“Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!

…Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè proprio come stanno facendo dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa. Un’idea simile non mi era mai venuta in mente. Ora prendevano il caffè. Curioso! E perchè non avrebbero dovuto prendere il caffè? Perchè mai mi appariva straordinario che prendessero il caffè’ e verso le 10 e le 11, avrebbero anche consumato il rancio, esattamente come noi.

Forse che il nemico può vivere senza mangiare? Certamente no. E allora, quale ragione del mio stupore? Ci erano tanto vicini e noi li potevamo contare, uno per uno. Nella trincea, tra due traversoni, v’era un piccolo spazio tondo, dove qualcuno, di tanto in tanto, si fermava. Si capiva che parlavano, ma la voce non arrivava fino a noi. Quello spazio doveva trovarsi di fronte a un ricovero più grande degli altri, perchè v’era attorno maggior movimento. Il movimento cessò all’arrivo di un ufficiale.

Dal modo con cui era vestito, si capiva che era un ufficiale. Aveva scarpe e gambali di cuoio giallo e l’uniforme appariva nuovissima. Probabilmente era un ufficiale arrivato in quei giorni, forse appena uscito dalla scuola militare. Era giovanissimo e il biondo dei capelli lo faceva apparire ancora più giovane. Sembrava non avesse neppure 18 anni.

Al suo arrivo i soldati si scartarono e, nello spazio tondo, non rimase che lui. La distribuzione del caffè doveva ricominciare in quel momento. Io non vedevo che l’ufficiale. Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Non vedevo uomini, vedevo solo il nemico.

Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riscita. macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferai il fucile del caporale…L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso tra lui e me.

Appena ne vidi il fumo anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, che era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo, ero obbligato a pensare…avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo! Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunciava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo…come un cinghiale!

Cominciai a pensare che forse non avrei tirato. Pensavo che condurre all’assalto cento uomini o mille contro altri cento o mille è una cosa. Prendere un uomo staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta fermo, io ti sparo, io ti uccido” è un’altra cosa. E’ assolutamente un’altra cosa.

Uccidere un uomo così è assassinare un uomo. Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: “Eh! Non sarai tu che ucciderai un uomo così!”

Io stesso che ho vissuto quegli istanti non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensai di fare eseguire a un altro quello che io stesso non mi sentivo di compiere. Avevo il fucile poggiato per terra infilato nel cespuglio.

Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra: “Sai…così…un uomo solo…io non sparo. Tu vuoi?”. Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose: “Neppure io “.

Rietrammo carponi in trincea, il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi. La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.”

Emilio Lussu (Da “Un anno sull’altopiano” ed. Einaudi, Milano, 1966, pp. 350-351)

Quando canta il cuore

 

ONSUR

Campagna Mondiale di Sostegno al Popolo Siriano

(Onsur significa “sostieni”, un’esortazione, mai un ordine,

che ci porta vicino a chi si trova in difficoltà.

Onsur è con il Popolo Siriano

Non siamo nati volontari, ma siamo nati solidali.)

Se amo il mondo

Se amo il mondo, già con questo lo sto cambiando.” (Petru Dimitriu)

“Dio che vede tutto, conosce certo tanti misteri di obbrobio e di bassezza, tanti delitti di tante forme, sconosciuti ai più scaltri poliziotti, tante abbiezioni non sospettate né da analisti né da moralisti.

Ma quante anime innocenti e delicate , allo stesso tempo, egli scorge; quanti palpiti di anime prese dalla sua bellezza, quanti propositi di castità, di sacrificio, di rinuncia; quante preghiere, ancor più nascoste, più profondamente sepolte nei cuori.

Poiché il pudore è tanto più abile della paura a nascondere quello che vuole. Spesso io penso a tanti milioni di fiori che sbocciano senza testimoni, figura appunto di un tale mistero nelle anime.”  (Renè Bazin)

La brezza

“Come se tu,

senza volerlo,

mi toccassi

per dire

qualche mistero,

improvviso ed etereo,

che neppure sapevi

dovesse esistere.

Così la brezza

dice sui rami senza saperlo

un’imprecisa

cosa felice.”

(Fernando Pessoa)

Cactus

Un caro saluto e augurio di

BUON FERRAGOSTO

agli Amici in ansia per me!

GRAZIE!

Siete nel mio cuore…

sempre colmo di stima, simpatia e tanto affetto!

Ciao!

Nives

 

TU, SIRIA

REGINA ORFANA

(di Asmae Dachan)

“DIMORI NEL MIO CUORE

O SIRIA

COME UNA REGINA ORFANA DI POPOLO.

REGNI SULLE MACERIE

DI PENSIERI INTERROTTI SUL NASCERE

DI DESIDERI SOFFOCATI IN PETTO

DI PASSI INCOMPIUTI NELL’IMMENSITA’

DI ECHI NEL VUOTO DI VOCI MUTE.

DIMORI NEL MIO ANIMO

COME UNA SCULTURA

MENTRE IO VAGO SENZA UNA META

ALLE PENDICI DEL MONDO.”

CANTO DI VITA

(Di Yara Al Zaitr)

“Dalla distruzione riemerge sempre un’anima libera che lotta intrepida per trasmettere al mondo un canto di vita. Un canto che si batte instancabile per ridare voce a coloro che sono stati condannati al silenzio, a coloro che son stati derubati della parola. Un canto che inutilmente la disumanità ha cercato di sopprimere sotto le macerie; una disumanità inutile nella sua illusa forza ha cercato di ammutolirne il grido. Inutilmente, poiché la voce di un uomo libero s’innalza sempre dove c’è un cuore oppresso, per essere della sua prigionia una sincera testimone, e della sua libertà una fedele compagna.”

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