Il Cantico dell’acqua

Vita nel fiume Sile

“Sono la stessa che tenne insieme due miliardi di anni fa le prime molecole generate dai fulmini, dai vulcani, dal ribollire delle rocce fuse all’alba della vita. Sono la stessa che fu nei cacciatori Cro-Magnon venticinquemila anni fa; e prima ancora, nei grandi sauri, nei primi pesci, nelle prime conchiglie, mezzo miliardo di anni prima che gli uomini alzassero le spalle.

Fiume Sile

Sono in te come ero in tua madre e tuo padre, prima che nascessi. Sono stata il veicolo per lo spermatozoo che si è fuso con l’uovo di tua madre. Hai vissuto immerso in me i primi mesi della tua vita, nel liquido amniotico, la tua personalissima laguna, che ti ha cullato come un mare in bonaccia al battere di cuore di tua madre.

Sponde del Fiume Sile

Sono il veicolo degli alimenti che bruciano in te per darti l’energia per correre, pensare, parlare, amare. Ho guidato il dividersi ritmico delle tue cellule che in progressione geometrica, sono cresciute di numero miliardi di volte, componendo i mattoni della vita: aminoacidi, zuccheri, molecole complesse, tutte ricreate al momento dell’uso…solo io sono sempre la stessa.

Fiume Sile

Sono il fiume che smaltisce gli scarti del tuo metabolismo con l’urina, l’eccesso di calore di una giornata d’estate con il sudore. Sono l’ambiente dove gli ioni del sodio, del potassio, del calcio e del magnesio, instancabili staffette, portano alle cellule i segnali del mondo esterno.

Acque di Cison di Valmarino

Sono il torrente pulsante che diffonde l’ossigeno nei tuoi tessuti, e ne porta indietro l’anidride carbonica.  Anche nei tessuti più compatti del tuo corpo sono presente, legata ai sali di calcio dell’osso, anche nello smalto dei denti. Diluisco gli alimenti che mastichi con la saliva, e consento ai tuoi enzimi di prepararli alla digestione.

Bosco di Cison di Valmarino

Sono negli alimenti stessi: nella frutta, nelle verdure, nelle carni e poi in te…Io sono il ciclo primordiale, compiutosi miliardi di volte, sempre diverso, sempre uguale. Guiderò ancora una volta la tua discendenza, fino a quando potrò farlo. Non potrai mai distruggermi. Io sono ciò che è più vicino al tuo concetto di immortalità. Puoi solo deviare il mio fluire, puoi sprecarmi, puoi mettermi nella condizione di non esserti madre.

Fiume Sile

Ma non sono tua madre. Non sono la vita, non sono la tua struttura portante, non sono la tua eredità. Tu non mi sei necessario. Basto a me stessa. La tua specie può utilizzare per vivere solo una mia molecola  ogni diecimila. Non sono diversa se mescolata a molecole che per te sono velenose: non mi alterano; ma quanta fatica dovrai sciupare per liberarti da esse senza fare a meno di me.

Fiume Sile

Tu esisti perché io sono in te per il 60% del tuo peso e non un singolo fenomeno che avviene in te potrebbe avvenire senza di me.  E quando morirai, come è avvenuto infinite altre volte, io passerò in qualcun altro ancora vivo, a ripetere un ciclo sempre uguale e sempre un poco diverso. (Riccardo Arisio – patologo)

Fiume Sile

La luce alla finestra

luce alla finestra

LO INCONTRAI LA PRIMA VOLTA IN UN GIORNO D’ESTATE DEL 1936.

Ero entrata frettolosa nella sua oscura botteguccia per farmi rimettere i sopratacchi alle scarpe. Mi accolse cordialmente: “E’ poco che abitate in questo quartiere non è vero?”. Ammisi di essermi trasferita nel casamento all’estremità dell’isolato soltanto una settimana prima. “E’ un quartiere simpatico” mi rispose. “Ci starete bene”. Seduta con le sole calze ai piedi lo guardavo mentre toglieva i vecchi sopratacchi e con un mormorio di disappunto esaminava il cuoio già molto logoro dei talloni. persi un poco la pazienza perché avevo fretta di recarmi ad un appuntamento e gli dissi: “Faccia in fretta per favore.”

ciabattino

Al di sopra delle lenti cerchiate d’acciaio alzò verso di me uno sguardo di rimprovero. “Suvvia signora non ci metterò molto tempo. Voglio fare un lavoro come si deve.” S’interruppe. “Vede, devo tenermi fedele a una tradizione”.

calzolaio

Una tradizione? In quella botteguccia dove non esisteva nulla che potesse distinguerla dalle tante botteghe di ciabattino sparse nelle vie secondarie di New York? L’uomo dovette avvertire la mia sorpresa perché sorrise e continuò: “Sì signora ho ereditato una tradizione. Mio padre e mio nonno erano calzolai in Italia, i migliori del loro genere. Mio padre mi diceva sempre: “Figliolo accomoda nel miglior modo possibile ogni scarpa che entra in bottega e sii orgoglioso del tuo lavoro. Così sarai doppiamente benedetto: “avrai la felicità e la prosperità”. ” Nel porgermi le scarpe riparate disse: “Ora dureranno un po’ di più. E’ cuoio buono”.

Me ne andai già in ritardo eppure portai con me un senso di grato tepore. Tornando a casa passai di nuovo davanti al negozietto. Era lì, chino sulla sua forma. Così cominciò una grata amicizia. Erano gli anni opprimenti e ansiosi della guerra. Ogni giorno passando davanti alla bottega ci scambiavamop un cenno di cordiale saluto. Dapprima entravo soltanto quando avevo necessità della sua opera poi presi l’abitudine di fermarmi saltuariamente a far quattro chiacchiere. Era molto alto ma i lunghi anni di fatica lo avevano incurvato. Aveva i capelli radi e grigi, il viso segnato da profonde rughe. Sopratutto mi sono rimasti impressi nella memoria i suoi begli occhi castani vividi di bontà e arguzia. Era l’uomo più felice che avessi mai conosciuto. Spesso quando lavorava cantava a piena gola. Gli italiani del vicinato lo chiamavano “la luce alla finestra”.

ciabattino

Un giorno mentre stavamo parlando si volse a salutare un passante poi mi disse: “Ecco un uomo che mi piacerebbe conoscere. Sono anni che lo vedo passare di qui. Vorrei proprio che entrasse una volta o l’altra perché ha un bel viso aperto” Non gli dissi che si trattava di un mio conoscente, ma una settimana dopo mi raccontò: “Avevo avuto ragione nel giudicare quell’uomo. Si è fermato qui ieri e abbiamo fatto una bella chiacchierata”. Compresi allora che la bontà e la sincerità di questo gentile calzolaio avevano riscaldato un altro cuore come già il mio. I bambini che sembravano germogliare dai marciapiedi entravano a sciami nella sua bottega. Erano sempre i benvenuti.

Un giorno uscii di casa furibonda con gli imbianchini che mi avevano fatto un pessimo lavoro. Nel vedermi passare il mio amico mi fece il consueto cenno di saluto con la mano ed io entrai nel suo negozio per sfogarmi. Mi lasciò parlare concitatamente della trascuratezza degli operai. Affermai che non avevano l’orgoglio del loro lavoro anzi che non avevano addirittura voglia di lavorare: non pensavano che ad intascare i loro salari. “Davvero” fece “c’è in giro tanta gente a quel modo. Ma forse non è tutta colpa loro. forse prima nemmeno i loro padri erano orgogliosi del lavoro che facevano. Questo è un grande svantaggio per i figli, li priva di qualcosa di molto importante.” “Che cosa si potrebbe fare per porvi riparo?”, domandai. Indugiò a rispondere poi mi guardò fisso in viso. “C’è un solo mezzo. Tutti coloro che non hanno ereditato una bella tradizione devono iniziarne una. In questo Paese dove la libertà di cui godiamo permette ad ognuno di noi di portare il proprio contributo alla società dobbiamo far sì che il nostro contributo sia di buona lega. Qualunque sia il genere di lavoro che ognuno di noi compie, se ogni giorno vi mette il meglio di sé stesso, inizia una tradizione che i suoi figli dovranno uguagliare.”

antichi mestieri

Viaggiai all’estero per qualche mese. Poco dopo il mio ritorno recandomi alla sua bottega pregustavo la gradita sorpresa che avrebbe provata nel rivedermi. Non c’era luce alla finestra. La porta era chiusa e vi era affisso un cartoncino: “Per ritirare le scarpe rivolgersi alla lavanderia vicina”. Piena di apprensione entrai nella lavanderia; il vecchio aveva avuto un colpo una settimana prima proprio lì alla finestra. Pochi giorni dopo era morto. “Sentiamo molto la sua mancanza qua in giro”. Disse il proprietario della lavanderia. “Era sempre così felice!” Me ne andai col cuore pesante. Anch’io avrei sentito la sua mancanza. Ma mi aveva lasciato qualcosa, una rara briciola di saggezza che ricorderò sempre: “Se hai ereditato una tradizione di cui andar orgoglioso devi continuarla: altrimenti devi iniziarne una nuova”. (Lois Mattox Miller)scarpe rotte