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100 Anni

G R A N D E  G U E R R A

ANNIVERSARIO

– Battaglia cosidetta “della PIAVE” – Fiume Sacro alla Patria

(15 Giugno – 24 Giugno 1918 / 2018)

SOLSTIZIO D’ESTATE

(Gabriele D’Annunzio)

LA BATTAGLIA DEL PIAVE

di C. TOMASELLI

(tratto “bosco fiorito” – corso di letture per gli alunni di 5° Elementare – anni ’60)

“La vittoria del 4 novembre 1918, che pose fine alla strenua guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali, incominciata il 24 maggio 1915, ebbe un prologo stupendo nella battaglia cosidetta del Piave (15 – 24 Giugno 1918 ) che in realtà fu combattuta su un teatro più vasto, ossia su tutto l’arco di fronte dal Pasubio al mare, ardendo prima in montagna e successivamente in collina e in pianura.

Per gli Austriaci doveva essere il corollario di Caporetto, cioè l’occupazione del Veneto occidentale col conseguente arretramento del nostro esercito sulle vecchie linee risorgimentali dell’Adige e del Po; per noi fu il preludio della vittoria.

 

Il morale era altissimo

Quanti anni sono passati! Anche per chi ebbe parte nel dramma l’evento appare lontano, sfumato, denso di penombre. Cercheremo di lumeggiare i primi piani essenziali e di ricostruire il clima di quei giorni gloriosi. Alla vigilia del grande urto il Paese s’era completamente riavuto dell’immeritata sventura di Caporetto.

La nuova linea difensiva, che attraverso l’altopiano di Asiago ed il massiccio del Grappa scendeva al Piave per identificarsi col suo corso fino al mare, era stata consolidata ed irrobustita durante la primavera. Con criteri nuovi erano state rimesse in efficienza le forze armate, che non parevano più quelle di otto mesi prima. Il morale, come si usava dire allora, non era mai stato così alto, sia al fronte sia nelle retrovie. I “complementi” delle nuove classi, i baldi ragazzi del Novantanove e del Novecento arrivavano dalla Penisola con un nuovo spirito, canticchiando “Il Piave mormorò: non passa lo straniero”.

Le illusioni degli austriaci

Anche dall’altra parte, però, non si era lesinato in accorgimenti e preparativi. A ridosso del Grappa e del Piave erano stati concentrati oltre seicentomila uomini con seimila cannoni. Questa potente massa d’urto, che si sommava alle forze presidianti le linee, doveva schiacciare come un rullo compressore le nostre difese e agire poscia come fa l’acqua dopo rotti gli argini, cioè dilagare verso Venezia, Padova, Verona, dopo aver sommerso Treviso e Vicenza.

Poiché la fame assillava le popolazioni dell’Impero, ai soldati l’imminente offensiva era stata dipinta come come una specie di “battaglia del pane”; nel verde Veneto essi avrebbero trovato il frumento pronto al taglio, e depositi di cereali, e cantine piene, e magazzini stivati di prosciutti, di tessuti, di scarpe, insomma di ogni ben di Dio.

Ad Abano, cioè al nostro Comando Supremo, si sapeva tutto sulle intenzioni del nemico, anche il giorno e l’ora dell’attacco, 15 Giugno alle 7,30 del mattino.

 

 

In realtà, anche prima di Caporetto gli uffici d’informazione avevano previsto con esatezza l’offensiva austro-tedesca; solo che allora non erano stati creduti, o solo troppo tardi. Poiché lo scatto delle fanterie sarebbe stato preceduto da un bombardamento martellante, da cominciarsi alle 3,05 antimeridiane, Diaz, il comandante in capo, si assunse la tremenda responsabilità di ordinare due tiri di contropreparazione prima che gli Austrici cominciassero il loro; responsabilità tremenda, perché se questi avessero all’ultimo momento spostato il giorno dell’attacco non si sarebbero potute sostituire rapidamente le migliaia di granate di medio e grosso calibro sparate a vuoto.

 

 

Invece fu la prima delle buone carte giocate nella mortale partita. Giunto mentre stavano marciando, nel fitto dell’oscurità, verso i punti di raccolta, le truppe di von Conrad vennero raggiunte e compigliate da una tempesta di colpi e perciò mossero all’assalto sfiduciate, avendo intuito che la sorpresa era mancata, che c’era stato tradimento.

 

In una notte afosa

La notte sul 15 Giugno, una notte afosa con qualche lampo verso la montagna, era trascorsa fin quasi all’alba in un silenzio gonfio di attesa. Alle due c’era stato, sugli altopiani e sul Grappa, il nostro tiro di annientamento; poi era tornata la calma. Tutti erano in piedi, al loro posto. Solo la popolazione ignara dormiva a ridosso del campo di battaglia e nel resto della Penisola. Sulle prime linee, agli osservatori di artiglieria, ai “comandi tattici”, cioè avanzanti, generali e colonelli al corrente dei progetti nemici consultavano gli orologi, fumando e bevendo caffè. Qualche scetticone diceva che “erano tutte balle”, che gli Austriaci erano troppo intelligenti per avventurare un esercito di sessantasei divisioni in una battaglia che, se perduta, avrebbe significato la fine della loro potenza militare, e forse della stessa Monarchia. Ma la ruota del destino era già in movimento. Ad un dato istante, come se un uomo avesse premuto un pulsante elettrico, tutto l’arco del fronte, da Cesuna sull’altopiano a Cortellazzo, si costellò simultaneamente di vampe e rimbombò un tuono spaventoso e lacerante che giunse a Vicenza, a Montebelluna, a Treviso come l’eco di un temporale lontano. Tutti corsero alle finestre guardando verso i monti o verso il PIAVE. La cima del Grappa appariva recinta di una corona di fuoco.

Ma cose grandi stavano avvenendo sul Piave. Paralizzando interi reggimenti nostri, coi gas tossici (su seicentomila proietti rovesciati sulle posizioni, ben duecentomila erano con liquidi speciali) colonne nemiche avevano potuto spingersi ai piedi del Montello, col disegno di puntare su Montebelluna, e a valle del Fiume, mediante il getto di 60 ponti, mettere piede sulla riva destra a sud-est delle Grave di Papadopoli, obbiettivi Meolo e Spresiano. Ai due lati di quello che oggi è il risorto Ponte della Priula (sono anzi due, perché il secondo serve la ferrovia) due branche di tenaglia minacciavano di chiudersi inesorabilmente sulla bella strada napoleonica che da Treviso mena a Conegliano e al Friuli. Anche qui tutto era in pericolo. Perduta la linea del Piave non sarebbe rimasto, a sbarrare la via verso Venezia, che il campo trincerato di Treviso. Ma anche qui si produsse il miracolo.

Piccolo lettore che segui questa succinta rievocazione, se nei tuoi viaggi estivi hai occasione di passare da Nervesa, Spresiano, da Zenson, guardati un istante intorno. Che cosa vedi? Campi di grano, festoni di viti appese agli olmi, filari di gelsi, pioppeti, case coloniche con frammezzo qualche bella dimora padronale e, a un tratto, il terrapieno erboso, dietro il quale scorre il PIAVE.

 

 

 

 

 

Come è possibile pensare ad una battaglia di giorni e notti, a una disputa a palmo a palmo del terreno, ad allineamenti difensivi sotto lo schianto delle cannonate in una campagna come quella della Marca trevigiana, piatta, senza rilievi, senza ripari, dove nemmeno un fosso ti nasconde, dove sei sempre in mezzo al verde e sempre bersaglio? Eppure vedi, fra le viti e i gelsi, fra gli olmi e le spighe, venne prima contenuto, poi ricacciato indietro il tracotante nemico che credeva di marciare su Venezia a passo di strada.

 

 

Questa è la Realtà e la Poesia, la Verità e il mito della Battaglia di Giugno, che D’Annunzio intitolò al Solstizio d’Estate. 

Nove giorni dopo, esattamente nella notte del 24, le divisioni decimate, affamate, senza il bottino fatto baleare dai loro capi, ripassavano il Piave, da cui sarebbero state definitivamente sloggiate quattro mesi più tardi.

La Vittoria di Vittorio Veneto maturò in quei giorni di Giugno, fra il grano biondo, sul campo di battaglia più bucolico del mondo. Infatti ogni traccia è scomparsa. Anche chi l’ha conosciuto da combattente, oggi, coi ricordi affievoliti, pensa di aver sognato.”

100 ANNIVERSARIO DEI RAGAZZI DEL ’99

1° MEMORIA

Fante:  CARLO PASQUALETTO  –

nato a Mestre/Venezia – il 09 Agosto 1899

morto il 04 Luglio 1918 forse per le ferite riportate durante la Battaglia.

E’ ricordato nella grande Lapide davanti al Municipio di Mestre/Venezia.

La Famiglia l’ha considerato disperso per molto tempo.

Solo per caso, durante una visita all’OSSARIO DI FAGARE’- TREVISO,

il nipote PIETRO CARLO PASQUALETTO

(con grande emozione e stupore)

ha ritrovato il Luogo della Memoria dello zio CARLO, cosidetto RAGAZZO DEL ’99!

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2° MEMORIA

Soldato dell’ 11° REGGIMENTO BERSAGLIERI

PIETRO SCATTOLIN

nato a Mestre/Venezia il 22 Gennaio 1898

Morto e Disperso in Combattimento sul CARSO il 18 Agosto 1917

Riposa con i soldati senza nome nel Monumento SACRARIO DI OSLAVIA – GORIZIA.

Dopo 100 anni, grazie all’instancabile Ricerca di ANNALISA PASQUALETTO, 

(Figlia di Pietro Carlo Pasqualetto)

la Famiglia sa dove pregare per questo suo Figlio Disperso!

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I coniugi Pasqualetto/ Scattolin

 sono i Nonni paterni di ANNALISA PASQUALETTO,

 (autrice – custode dell’importante Ricerca)

e sono anche i miei Nonni materni.

(Pizzato Rita – Nives)

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Treviso –  Concerto lirico dell’Assunta  2018 –

Piazza Santa Maria Maggiore – Dedicato alla fine della Grande Guerra.

Titolo del Programma: Confini

 

Il Fiume sacro

Non poteva mancare il Fiume sacro, che nella memoria

della gente rivierasca è “La Piave” non solo il teatro della Battaglia,

ma una placenta materna, rifugio e asilo nel fragore della battaglia.

“Non abbiamo voluto proporre lo scintillio della bravura, o il virtuosismo

d’evasione spiega il direttore Marco Titotto – tenevamo a tenere un

colore scuro, composto e compatto. Il nostro è un tributo alla sofferenza

enorme di tantissime famiglie, di tantissimi genitori e di tantissimi figli.”

La guerra cruenta, la guerra dei luoghi, la guerra cattiva: è questa la

Grande Guerra di cui il galà lirico dell’Assunta ha scelto di celebrare

una sola cosa: la conclusione. 1918 – 2018.

(Mattia Zanardo – Gazzettino di Treviso – 15 Agosto 2018)

Passato e Futuro

Crescere sul passato di altri

(p. Odorico)

“Abbiamo avuto un passato intenso e fecondo: avremo un avvenire ricco di realizzazioni stupende. Noi siamo nel mezzo. Siamo gli eredi di un tesoro inestimabile, siamo i preparatori di un’epoca meravigliosa. Non abbiamo il diritto di lagnarci, di chiuderci, di sciupare. La Provvidenza ci ha affidato un ruolo unico. Ha messo nelle nostre nostre mani il tesoro di domani. Siamo come il filamento luminoso di una lampada. La corrente è la ricchezza della giornata di ieri; la luce è lo splendore della giornata di domani. Noi siamo il filamento che si deve lasciar percorrere dalla corrente per diventare luce. Ed è nostro il fremito della forza che investe e che consuma, è nostro il dramma della resistenza istintiva, del tentativo di ribellione, la voglia della opacità inerte e sicura; è nostra la “sconfitta rassegnata”, è nostra l’ebbrezza di essere divenuti calore incandescente, di sentirsi bruciati, mentre la luce brilla e si diffonde. E’ in questo momento che “nostro” diventa il passato e “nostro” diventa l’avvenire.

Vedo tanta luce intorno a me. E’ la luce del domani che esplode nella misura nella quale io mi so lasciar bruciare. 

Chi dice che il domani è oscuro non ha capito o non ha accettato la ricchezza di ieri. 

Ieri abbiamo amato, abbiamo gioito, abbiamo pianto, abbiamo odiato. Siamo stati grandi, siamo stati commoventi, siamo stati miserabili. E tutto ciò è grazia. E’ la grazia di ieri. Abbiamo avuto una determinata misura dell’agire e dell’essere, un modo specifico di percepire i valori e di viverli, una nostra maniera di esprimere la giustizia e la bontà, di intendere la dignità, di interpretare la sofferenza, la gioia, la libertà, l’amore, perfino la verità. 

Adesso andare oltre non significa rinnegare nulla; significa piuttosto salvare tutto.

Il domani è la maturazione, lo sviluppo logico delle premesse di ieri.

Non aver fiducia nel domani significa squalificare, significa non credere in ciò che abbiamo fatto ieri, significa svuotare la nostra vita e la nostra esperienza, significa tradire ciò che ieri abbiamo servito e che ci ha costruito, significa tradire noi stessi. Significa RINUNCIARE AD ESSERE UOMINI. Significa accettare il ruolo di BURATTINI.

Non lo possiamo fare. Ci sono troppe lacrime, c’è troppo sangue, ci sono troppe gioie, c’è troppa VITA nel nostro passato. Per tutto questo l’avvenire è bello, è sicuro, è solido. Può darsi che a volte si delineino esuberanze incomposte; ma è soltanto segno di vitalità e di sanità. Può darsi che a volte la maturazione vada così avanti che noi non vi riconosciamo più i nostri valori. Ma, ancora una volta, dobbiamo ricordare che non accettare le conseguenze significa tradire le premesse. Noi crediamo nelle nostre premesse, CREDIAMO NEL NOSTRO PASSATO. 

Abbiamo vissuto consapevoli di non essere i primi arrivati, di non creare nulla da soli, DI CRESCERE SUL PASSATO DI ALTRI.

La vita è il domani, e il domani avrà luce se il nostro bruciare avrà saputo ACCENDERSI.

Rifugiato a casa mia

CARITAS TARVISINA – DIOCESI DI TREVISO

La Famiglia di una mia cara amica è tra le prime Famiglie che ha vissuto (e vive tutt’oggi) l’esperienza del PROGETTO “RIFUGIATO A CASA MIA”, proposto dalla CARITAS DI TREVISO.

Per un intero anno, i componenti la Famiglia, con impegno ed entusiasmo hanno saputo accogliere e accompagnare 4 ragazzi profughi tutti giovanissimi. In questo Post racconto di questi primi ragazzi che, grazie alla mia amica ho avuto la fortuna di conoscere.

Mariluci vive col marito in una casa grande divisa in due unità abitative. Una di queste unità è tutt’ora a disposizione dei richiedenti asilo suggeriti dalla CARITAS. E’ cioè a disposizione di coloro che sono in attesa dei documenti, o di una destinazione, un titolo di studio, o di guarire, di trovar lavoro, ecc, ecc.

I 3 figli dei miei Amici sono tutti sposati e vivono nelle vicinanze.

Spesso la Famiglia si riunisce e la casa si riempie di vivacissimi bambini di tutte le età. In giardino, nei giorni di sole, c’è tutto un fermento di risate, corse, giochi multietnici. L’erba del giardino è sempre verde e falciata con cura, mentre nell’orto crescono a meraviglia diversi tipi di frutta e verdura. In salotto o nello studio, c’è grande scambio di lingue, quaderni, penne e quant’altro. Oh…cosa non sanno fare i bambini! Incredibilmente, fin da subito sanno comunicare con tutti, attraverso gesti di simpatia, generosità e condivisione.

I primi 4 ragazzi adottati provenivano da 4 Continenti diversi, e si sono trovati costretti ad adattarsi e scambiarsi  stili di vita e alimentazione. Quanti inviti a pranzo o a cena! In una casa o nell’altra! Ed era sempre gioia e festa! Ma quanto silenzio e commozione quando…spontaneamente aprivano il loro cuore e raccontavano le loro rispettive storie!

Uno di questi ragazzi era stato brutalmente picchiato, e aveva bisogno di un intervento chirurgico.

Qualche volta sono stata a fargli visita all’ospedale. Così, dopo la guarigione ha cominciato a frequentare anche la mia casa e i miei famigliari, ed oggi, nonostante sia ritornato al suo Paese, ci sentiamo ancora così affezionati che continuiamo a trepidare per lui!

Altri cari Amici stanno attualmente vivendo, con impegno e soddisfazione, il PROGETTO proposto dalla CARITAS TARVISINA. Ma quanta ostilità, quanti pregiudizi da parte dei vicini e paesani!

Per questo, ingenuamente mi chiedo come mai, nelle nostre civiltà così sviluppate, nonostante da anni non si faccia che parlare di IMMIGRAZIONE, ancora non riusciamo a trovare una soluzione a questo fenomeno epocale mondiale.

Eppure altri Popoli…senza tanto clamore e tavole rotonde, vivono in semplicità e spontaneità ogni realtà che di giorno in giorno si affaccia al loro mondo già tanto difficile e provato. E in silenzio testimoniano e insegnano che….UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE!

Quale scandalo e paradosso per noi Popoli anziani, che forse abbiamo ancora tanto da imparare!

Nives

 

L’ultimo nato

Arrivato col Natale,

l’ultimo “stupore” della Famiglia riparte!

OLIVER BENJAMIN,

ha  sette mesi e già due passaporti!

Fra qualche giorno ritorna in Australia, dov’ è nato!

Sì, in Terra Australe è germinato il nostro nuovo “seme” !

Lì, un’esplosiva intensità di vita, colori, armonia, festa, fantasia…

l’ha nutrito e plasmato!

L’ ultimo nostro “gioiello” di Famiglia,

dall’altra parte del mondo è nato…

ed ora vi ritorna!

E’ il Cerchio della Vita!

Ciao nostro “cucciolo d’uomo”!

…………..

Vai, tenero “cittadino” del mondo!

Vai, nuova creatura “primizia” di Vita!

……………

Semina Tu, ovunque,

Innocenti sorrisi di Speranza sempre Nuova!

Nonna Tua, innamorata,

Ti accompagna e benedice!

(Nives)

L’amore è un’altra cosa

MAL D’AMORE

(di Valerio Albisetti – Edizione del 1994)

Quando gli uomini dominano le donne

“Esistono diverse ipotesi sul dominio maschile. Una teoria di tipo psicologico è questa: si pensa che attraverso il possesso il maschio manifesti un bisogno di rivalsa nei confronti della donna, che sente essere più dotata nell’ intuito, nella creatività, sopratutto nella capacità di procreare. Si può ben dire che l’uomo, inconsciamente, provi una profonda invidia e un timore reverenziale nei confronti del potere di procreazione.

Più recentemente altri autori hanno ipotizzato che il ragazzo che c’è interiormente in ogni uomo cerchi di respingere la madre, di negare l’attaccamento e la forte dipendenza che prova nei suoi confronti…Fa ciò rimuovendo tutto quello che sente come femminile dentro di sé e, ancor peggio, denigrando qualsiasi aspetto che egli consideri femminile. Il desiderio adolescenziale, quindi, di affermare la propria autonomia dalla madre continua ad influenzare per tutta la vita il comportamento dei maschi adulti.

D’altra parte, gli stessi genitori incoraggiano i figli maschi a controllare le emozioni, le figlie femmine ad esprimerle. Ai ragazzi viene insegnato, per esempio, che un eccesso di sensibilità non è degna di un uomo. I maschi spesso imparano che è loro consentita ua ristretta gamma di emozioni: l’agressività, la competitività, il dominio. Debolezza, confusione, paura, vulnerabilità, tenerezza sono concesse, in genere, solo alle ragazze. Un ragazzo che esibisca emozioni del genere verrà chiamato femminuccia. Oggi si cerca di evitare stereotipi, ma la maggior parte di noi è condizionata dal proprio vissuto infantile.

Gli uomini agiscono sotto impulsi trasmessi da generazioni e sono condizionati dai genitori e dalla società. Mi rivolgo alle donne: immaginatevi l’uomo della vostra vita negli anni in cui ragazzino, davanti al televisore a guardare un film. Tutti dipingevano gli uomini come esseri forti, freddi, privi di emotività, sempre controllati, senza paura. I sentimenti di intimità erano possibili con un vecchio amico piuttosto che con una donna. Ora capite perché, decidendo di diventare un “vero uomo”, il maschio scelga di assumere proprio quei ruoli che gli impediscono di confidarsi e di sperimentare una vera intimità con la donna che ama. Dominare una donna, secondo gli schemi classici, è sinonimo di virilità.

Oggi fortunatamente, viviamo in tempi di cambiamento, e il vecchio modo di vivere e di amare non funziona più. I maschi sono confusi. Vorrebbero cambiare. Negli ultimi dieci anni ho curato moltissimi uomini e posso assicurarvi che essi desiderano aprirsi, imparare a sentire profonde emozioni e ad esprimerle alle donne che amano, a non vivere il rapporto d’amore come possesso, dominio. Ma il processo di mutamento è lento e non facile.

Quando le donne dominano gli uomini

Anche le donne possiedono gli uomini, pur esprimendo il loro possesso in modo non evidente, non diretto. Due sono i casi più frequenti.

Nel primo la donna si comporta come una madre e tratta l’uomo come un bambino. Presume che lui non sappia badare a se stesso, si comporta con lui come nei confronti di un incapace al quale si deve organizzare la vita. Può darsi, a volte, che la donna abbia effettivamente ragione. Ma ciò non cambia il problema. Se tratta un uomo come un bambino, egli si comporterà come un bambino. Se è convinta che sia un incapace, egli rimarrà un incapace. Dunque la donna non si deve preoccupare di cose che egli dovrebbe fare da solo, non deve sgridarlo come se fosse uno scemo, non deve fare commissioni o lavori che crede lui non sappia fare, non deve sempre correggere o guidare. Certamente il motivo profondo che spinge la donna al ruolo materno con l’uomo che ama è quello di renderlo dipendente, di possederlo, come se nell’inconscio si dicesse: “Se avrà bisogno di me, lo potrò sempre controllare e difficilmente riuscirà a lasciarmi”.

L’altro caso di possesso femminile è il comportamento da bambina. Un atteggiamento del genere fa sentire gli uomini forti, importanti, responsabili. Abboccheranno certo  e può darsi che ne siano felici. Di fronte a questo atteggiamento di debolezza, di fragilità, l’uomo reagisce correndo in aiuto della donna.  Fa parte del gioco, “della bambina” mettersi in condizioni di rischio, in modo che l’uomo corra a salvarla. Forse la donna lo fa per mettere alla prova un uomo, per vedere se può contare veramente su di lui. Ma il più delle volte questo meccanismo nasconde il potere di controllo femminile sull’uomo.

Le conseguenze

Può darsi che all’inizio di un rapporto ci si senta felici, perché si sta “conquistando” l’amore del partner e il nostro impegno comincia a dare i suoi frutti. Dopo un po’ di tempo, però, il partner comincia a provare rancore. Nel caso in cui la donna si comporta da madre, l’uomo alla fine si sente castrato e pieno di risentimento verso la donna che non gli permette di prendere iniziative o di assumere responsabilità. Nel caso in cui, invece, la donna si comporta da bambina, viene a cadere il rispetto. L’uomo finirà per trattarla davvero come una bambina, non come la donna che è. Nello stesso modo, l’uomo che domina una donna ne soffoca la libertà e ne impedisce l’espressione della personalità. In tutti i casi ciò significa meno passione e meno vero amore.

L’amore non è possesso. L’amore è un’unione a condizione di preservare l’integrità personale reciproca. L’amore è un potere attivo dell’essere umano, un potere che annulla le pareti che separano l’uomo dai suoi simili, che gli fa superare il senso di isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere se stesso e di conservare la propria integrità. Nell’amore due esseri diventano uno, pur rimanendo due.

Smettere di possedere l’altro non vuol dire non aiutarlo e non dargli consigli. Ma se si assume il compito di cercare di risolvere i suoi problemi, lo si libera dalla responsabilità personale. In questo caso, una volta che gli sforzi in suo favore fallissero, la colpa non sarebbe mai sua.

Per staccarsi dall’altro, per smettere di possederlo, di controllarlo, è necessario svincolare il proprio ego da lui, dai suoi sentimenti e sopratutto dalle sue azioni e dalle loro conseguenze. E’ necessario lasciare che sia lui a occuparsi dei problemi che nascono dal suo comportamento. Non bisogna mai possedere un altro essere umano. Significa non rispettare la sua personalità, la sua individualità, la sua peculiarità.”

femminicidio

Forse mi sbaglierò a pensare che tanta violenza in famiglia può dipendere da un gran….“mal d’amore”.

Forse le cause saranno molto più profonde e oscure.

Voglio però credere che ” un amore vero e maturo”,

può ancora qualcosa.

Nella

GIORNATA MONDIALE  CONTRO  LA  VIOLENZA  SULLE  DONNE,

rendo omaggio ad

  OGNI DONNA VITTIMA DEL PIU’ FORTE,

e alle TRE SORELLE MIRABEL!

Furono assassinate da scagnozzi del dittatore della Repubblica Dominicana Rafael Trujillo il 25 novembre 1960. Dal 1980 la data divenne il simbolo del loro sacrificio: durante il primo Incontro internazionale femminista, in Colombia, quando la Repubblica Dominicana la propose in onore delle tre sorelle conosciute come Las Mariposas (Le Farfalle, ndr), uccise mentre andavano a trovare in carcere i mariti, prigionieri politici.Solo dopo un po’ di tempo molti Paesi si unirono nella commemorazione di questo giorno, attribuendogli valore simbolico di denuncia del maltrattamento fisico e psicologico verso le donne e le bambine. Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni unite, con la risoluzione 54/134, ha scelto la data del 25 novembre per celebrare la lotta contro la violenza sulle donne, in omaggio alle sorelle Mirabal”.

(Dal Web)

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Il babbo di Duranti

(Brano …di  RENZO PEZZANI)

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“Una sera, dopo cena, la signora maestra s’era messa a correggere i compiti. Era quella l’ora più dolce della sua giornata. Se chiudeva gli occhi, le pareva di aver intorno tutti i suoi scolari, diventati a un tratto silenziosi.

Talvolta parlava a voce alta, come se qualcuno stesse per ascoltarla. – Bruno, non hai ancora capito l’uso dell’apostrofo…Maddalena, Maddalena, santa pazienza, non vuoi fare il più piccolo sforzo per trovare un’idea piccina così…

Ad un tratto, sentì bussare alla porta. Chi poteva essere a quell’ora?

– Avanti, avanti! – aveva risposto, senza voltarsi a guardare chi sarebbe apparso alla porta.

Era entrato un uomo dai capelli rossastri e arruffati, mal messo, torvo di sguardo e pieno di sospetto.

La signora s’era voltata a guardarlo e, non ricooscendolo per uno del paese, era rimasta un attimo turbata. Ma poi, con semplicità, disse:

– Avete bisogno di me? Mi sembrate in grandi angustie, ed io vorrei davvero fare qualcosa per voi. Sedete, vi prego. Stavo correggendo i compiti dei miei ragazzi. Ne ho trentasei, e a tenerli, vi dico io, ci vuole una bella pazienza! Della fatica che faccio sono tuttavia ripagata dal bene che tutti mi vogliono.

Il forestiero si era messo a sedere nel cantuccio più oscuro della stanza, disarmato dalla coraggiosa semplicità della maestra.

Questa soggiuse:

 – Accostatevi! Non abbiate soggezione. Io intanto finisco di correggere i componimenti. Poi mi direte che cosa posso fare per voi…

Vediamo Borghetti. Oh, sentite cosa scrive:

“La più bella cosa è l’arcobaleno: il nonno dice che è un fazzoletto di colore che il cielo tira fuori per asciugarsi gli occhi dopo il temporale”.

C’è grazia, sentite? C’è grazia davvero! Gli do nove perché lo merita. Vediamo Duranti…

L’uomo aveva di colpo alzato il capo ed era rimasto a bocca aperta a guardare quel foglio che ora la maestra sollevava dal mucchio. – Lo conoscete questo piccolo orso? E’ forte come una quercia, scontroso come un riccio, ma che cuore! Neppure so dove stia di casa. Viene di lontano, ogni mattina, col suo tozzo di pane e il libro. Piova, nevichi, faccia bello, non manca un giorno. Dicono che sia figlio di un uomo che cerca di vivere come può. Ma che ingegno quel ragazzo! Sentite cosa scive:

“Mio padre ama la terra e la lavora cantando. E’ bello e generoso mio padre: non l’ho mai udito dire una cattiva parola. Io spesso l’aiuto, porgendogli gli strumenti da lavoro, portandogli il secchio dell’acqua fresca, perché si ristori dal gran caldo che fa. Se mi domandassero: – Vorresti essere figlio di un re? – io risponderei: – Sì, se fosse mio padre il re.”

Il forestiero guardava la signora, incantato.

La maestra aveva voltato il foglio ed era uscita in una esclamazione quasi accorata:

– No, Duranti, questa macchia non ci voleva! La diligenza conta anch’essa. Ti dovrei dare dieci, ma non avrai che nove…

L’uomo che fino allora aveva taciuto s’era fatto animo per dire: – Dategli dieci, signora. Ve ne prego.

La signora lo guardava sorpresa.

– Quella macchia l’ha fatta per colpa mia.

– Per colpa vostra?

– E’ mio figlio. Egli ha detto di me ciò che vorrebbe ch’io fossi, ma non quel che sono. Non ho terra da coltivare, né finora l’ho amata da lavorarla con gioia. Nulla ho mai dato a mio figlio per meritarmi il suo amore. Io non conoscevo il suo cuorec ome l’avete conosciuto voi. Lasciatemi andare. Ero entrato qui con diverso animo. Non sapevo che vi avrei incontrato l’amore di mio figlio.

La vecchia signora aveva scritto un bel “10” rosso sul compito dello scolaro Duranti.

– Prendete. Portate questo foglio al vostro ragazzo.

La maestra sollevò la lucerna per far lume all’uomo che usciva; poi riprese la correzione dei compiti, ma dovette asciugarsi gli occhi per certe lacrime che la indispettivano, ma che le facevano bene.”

amore

 

Educare significa ferirsi

ERALDO AFFINATI   (Insegnante – Scrittore)

– TESTIMONIANZA –

Educare

“Dietro ogni adolescente, dietro ogni ragazzo diffcile c’è sempre una bellezza, un tesoro, una motivazione che noi dobbiamo scoprire. Dobbiamo accendere un fuoco dentro questi studenti per farlo divampare. Però è un lavoro che richiede impegno, forza, consapevolezza anche degli ostacoli che si trovano, perché non tutte sono storie belle.

Ci sono anche fallimenti, ci sono amarezze, ci sono momenti di sconforto e l’insegnante deve sapere che educare significa ferirsi. Ferirsi perché quando insegni ti devi mettere in gioco. Non puoi essere solo il depositario di un regolamento da applicare.

Educare vuol dire condurre mano per la mano il ragazzo lungo un’esperienza conoscitiva. E’ un percorso a ostacoli, lui si può rifiutare, ti può anche combattere. E tu devi essere amico, nel momento in cui condividi i suoi entusiasmi e le sue malinconie, ma devi essere anche maestro, cioè portarlo a capire che la libertà, per ogni persona, non consiste nel superamento, ma nell’accettazione del limite.

I ragazzi e la scuola

I ragazzi di oggi sono cresciuti in un vuoto dialettico, per questo non hanno ancora preso coscienza della loro identità e spesso non hanno senso del limite. Il loro smarrimento denuncia una crisi antropologica. Questi ragazzi hanno avuto una deflagrazione del desiderio. Tutto è possibile, tutto è accessibile. L’informazione? Vai su google e trovi tutto. Ma poi chi ti mette in squadra questo mare magnum, chi ti ristabilisce le gerarchie di valori?

La scuola ha questa responsabilità. Dobbiamo far amare di nuovo ai nostri ragazzi il processo conoscitivo. La scuola deve recuperare quello che un tempo si chiamava lo spirito critico.

La responsabilità della parola

Quando chiesero ad Albert Camus nei “Discorsi in Svezia” perché scrivi? Lui rispose: “Io scrivo in nome di chi non può farlo”. Quando lessi questa frase a 17 anni capii che la letteratura deve essere questo, deve parlare a nome di chi non può farlo.

Scrittore e insegnante sono custodi della parola. La responsabilità della parola è fondamentale sia per chi scrive che per chi insegna. Quello che dici e che fai in aula può incidersi in maniera indelebile nella percezione dell’adolescente. Le parole sono importanti. Se tu non hai un sistema verbale, come fai ad esprimere un’emozione? Quell’emozione resta un grumo emotivo, non si traduce in niente, in nessuna forma espressiva. Insegnare le parole è importante per condurre alla maggior età i ragazzi che hai di fronte.

Il futuro

La scuola italiana corrisponde soltanto in minima parte alla sua immagine mediatica. Vedo professori che non si limitano a svolgere il mansionario.

Esistono ragazzi e ragazze che sono spugne, pronte ad assorbire l’acqua che tu riesci a versare. La nostra provincia è vitale. Le metropoli sono piene di giovani attivi.

Per questo non dobbiamo mai soccombere alla brutalità e alla volgarità del nostro tempo, ma provocare un contagio, dando luce a quest’Italia più bella e più vera. Un’Italia che spesso non compare, che non viene rappresentata in Tv. Ma che esiste.

Ed è questa l’Italia in cui credo. Se non avessi fiducia in quest’Italia non entrerei in classe ogni mattina.”

 

(Sintesi dell’incontro “Osare passi nuovi”)

(Giornalino Fraternità di Romena – n° 3 – 2014)

Pieve di Romena - Arezzo

 

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