Resistenza e Liberazione

 

Grazie alle Coraggiose Resistenze

delle più profonde Radici

del nostro bellissimo Giardino

chiamato Italia,

da 75 Anni fioriscono e profumano

la PACE, la LIBERTA’, la DEMOCRAZIA

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RESISTENZA indomita degli Internati Militari Italiani (I.M.I)

Attilio Pizzato – Internato Militare Italiano –

(a sinistra della foto)

Grazie Papà!

(Rita Pizzato)

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RESISTENZA coraggiosa dei Partigiani d’Italia!

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ANNIVERSARIO

25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2020

VIVA  L’ITALIA!

 

MEMORIA – Il prezzo di una scelta

Tratto da – Umanità nei Lager nazisti – di Luigi Francesco Ruffato – Patrizio Zanella – (Edizioni Messaggero di Padova) –

“Il terrore esercitato su milioni di individui non è concepibile senza i Lager. A questa terribile realtà bisogna guardare considerando quali fossero i compiti assegnati ai prigionieri deportati. Facendo le cose per bene, il Terzo Reich, quando il 20 marzo 1933 istituisce il primo campo di concentramento a Dachau, lo concepisce come luogo di detenzione temporaneo per internarvi gli oppositori politici del nazismo, ebrei e religiosi. L’aumento dei prigionieri di guerra catturati dall’esercito tedesco determina anche il proliferare dei campi di concentramento. Presto vengono fatte delle distinzioni: gli ebrei verranno internati nei veri e propri campi di sterminio (Vernichtungslager); i soldati e i civili italiani catturati in Italia e Germania vengono classificati come IMI (Internati Militari Italiani) anziché come prigionieri di guerra (Kriegsgefangenen), in questo modo il Terzo Raich li sottrae al patrocinio della Croce Rossa Internazionale e allo status di prigionieri di guerra previsto dalle convenzioni di Ginevra. In seguito vengono smistati nei campi per lavoratori stranieri sottoposti a un regime di coazione (Arbeiterlager); gli ufficiali vengono rinchiusi nei cosidetti Oflager, sottoufficiali e soldati negli Stammlager (campi madre). Dei circa 900 mila italiani presenti in territorio tedesco negli ultimi 20 mesi della Seconda Guerra Mondiale, ben 800 mila erano stati trasferiti dopo l’8 settembre 1943.

Terrore di massa, arbitrio assoluto, annichilimento dell’uomo, lavoro in condizione di schiavitù, denutrizione sono questi i caratteri essenziali dei Lager. La disumanizzazione, la trasformazione di persone in non persone, in esseri animati ma non umani, non è sempre facile se di fronte ci sono individui capaci si opporre una certa resistenza interiore. Allora entrano in azione le tecniche più sottili per giungere alla depersonalizzazione: privare gli esseri umani degli abiti, spogliarli, dare loro un numero, è considerarli alla stregua delle bestie. L’obbligo di vivere tra i propri escrementi, il regime di denutrizione vigente nei Lager, costringere i detenuti a essere costantemente in cerca di cibo e pronti a ingoiare qualunque cosa sono tutti elementi che portano i guardiani a non identificarsi mai con gli internati perché questi sono visti come bestie. Parlando di loro i guardiani evitavano di usare termini come “persone”, “individui”, “uomini”, indicandoli invece come “elementi”, “pezzi”, oppure servendosi di costruzioni impersonali. Gli esseri umani da uccidere sono sempre designati come “il carico”, o non sono designati affatto”…altri hanno subito il “trattamento”.

La depersonalizzazione è portata a compimento anche attraverso un culto della durezza e una sistemica denigrazione di ogni senso di pietà. Teodoro Eiche, uno dei responsabili dell’attuazione dei Lager, insiste spesso sull’argomento: “Fare mostra di carità nei confronti dei “nemici dello stato” sarebbe una debolezza di cui loro approfitterebbero immediatamente. Un senso di pietà per questi uomini sarebbe indegno di un SS: nei ranghi delle SS non c’è posto per le “pappe molli” che farebbero meglio ritirarsi in convento.”

Le manifestazioni di solidarietà fra internati si ebbero in forme diverse (atti quotidiani di cameratismo, amicizia, aiuto reciproco, distribuzione di cibo), ed erano sia individuali e spontanee sia collettive ed organizzate. Se le prime scaturivano da un moto interiore al soggetto, le seconde erano opera di gruppi di soccorso e organizzazioni clandestine formatesi fra prigionieri.

Nelle deposizioni e nei ricordi di quanti sopravvissero al Lager di Auschwitz si possono leggere molte informazioni sulle modalità messe in atto per aiutare i soggetti più deboli. La sociologa polacca Anna Pawelczynska (n. 44764) in un suo libro elenca le seguenti forme di aiuto: “…nascondere all’interno della colonna i più deboli (i lati della colonna erano i più esposti alle percosse) sostituendoli nei lavori più faticosi, dando loro vestiti più caldi, dividendo con loro il cibo. A questa categoria di aiuto appartiene anche tutta una serie di forme di incoraggiamento di quei prigionieri che hanno perso quel minimo di resistenza psichica necessaria per andare avanti: sdrammatizzare il pericolo, ricorrendo all’humour e al riso, raccontando favole e ricordi, parlando del futuro fuori dal Lager, ricercando gli argomenti e gli scherzi più disparati per distogliere l’attenzione dal presente. Ogni manifestazione di solidarietà e di compassione, ogni ora di vita vissuta (….), ogni sorriso, ogni scherzo, facevano parte dell’insieme di autodifesa collettiva”.

Non mancarono le azioni e i gesti di umanità fatti dai singoli internati. Più di qualcuno rinunciava alla già modestissima razione di cibo a vantaggio dei compagni più giovani. In molte relazioni gli ex detenuti ricordano come Massimiliano Kolbe dividesse la sua porzione di cibo con altri, a volte ignoti, compagni di sventura.

“Non muoio neanche se mi ammazzano!” è un (evidente) paradosso. Eppure, se pensiamo che a pronunciare questa frase fu il “papà” di Don Camillo e Peppone, Giovannino Guareschi, in un Lager nazista nell’autunno del 1943, ci rendiamo perfettamente conto dello stato d’animo, della forza di volontà e della disperata speranza di un uomo che, come tanti altri militari del Regio Esercito, in un momento tragico della storia del suo paese, fece una scelta di coscienza e non di convenienza, e si sa che per questo tipo di scelte si paga un prezzo molto, molto alto.

8 Settembre 1943: l’armistizio dell’Italia con gli Alleati, la “fuga” del re e dei maggiori responsabili militari, l’esercito allo sbando, per tanti la “Morte della Patria”, con la nuova parola d’ordine: “Tutti a casa!”, per altri ancora la cattura da parte dei tedeschi e una scelta da fare – hic et nunc – una scelta improrogabile e fondamentale: collaborare coi tedeschi o, rifiutando, prendere la via dei Lager.

Chi decise di non collaborare (e in seguito di non aderire alla Repubblica Sociale di Mussolini) lo fece per fedeltà al giuramento al re, o per dignità personale, o per antifascismo.

Furono oltre 650 mila i militari che rifiutarono la collaborazione con l’ex alleato. L’ufficiale (uno dei 40 mila che dissero no) Giovannino Guareschi volle restare fedele al giuramento fatto a suo tempo al re: costasse quel che sarebbe potuto costare.

Ma la via del Lager e la condizione di prigioniero, se lo colpirono duramente, al limite, a volte, della disperazione, non lo videro soccombere. Anzi.

Non muoio neanche se mi ammazzano!”, appunto. Ma quella resistenza personale, quella determinazione di sopravvivere, Guareschi la estese, per così dire, agli altri compagni di prigionia, nel senso che egli non si isolò, non badò al suo “particulare”, ma cercò di aiutare gli altri. Ci sono delle situazioni, delle circostanze della (e nella) vita nelle quali ciascuno di noi si rivela per quello che realmente è. Guareschi si rivelò coraggioso, generoso, uomo di grande fede. Quella fede che gli era stata infusa da una madre, maestra, molto religiosa e quindi da alcuni sacerdoti che aveva incontrato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella giovinezza.

Ignorati, abbandonati, soli con i loro ideali, con la loro sofferenza derivante da quella scelta di coscienza che avevano fatto, non di meno resistettero, come Guareschi (“Non muoio neanche se mi ammazzano!”. Ma per resistere bisognava cercare di vivere – di sopravvivere – come nella vita normale, da civili. Fu così che sotto lo spirito di iniziativa e lo stimolo di Guareschi, nel Lager Wietzendorf nacquero i giornali parlati, le lezioni, le conferenze, il teatro, la musica.

(Tutta questa forza e umanità ha aiutato anche il mio papà e i miei zii (Soldati IMI), a resistere e a tornare a casa.

Pure un cugino del papà è tornato ma purtroppo, è tornato morto…di fame, malattie e stenti.)

 

MEMORIA

 

 PIZZATO EUGENIO

Riposa nella Tomba Famiglia a Mogliano Veneto Treviso.

E’ ricordato presso il Monumento cittadino dedicato ai CADUTI NEI LAGER – 1943/1945

Caduti per la PATRIA in nome della LIBERTA’.

(Pizzato Rita- Nives)

 

Incontro fecondo

COMUNICAZIONE E MISERICORDIA

ABIGAIL E DAVIDE

“Nell’Antico Testamento il termine misericordia si riferisce a Dio, che ama con sentimenti viscerali materni (rahamim) per cui si commuove, si adira verso il male e rimane fedele (hesed) a prezzo della vita, correggendo se necessario. Il profeta Isaia scrive: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi (amore tenero) per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (fedele)  (Is. 49,13-15).

Dio si presenta a Mosè con queste parole: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso (rahum) e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia (hesed) e di fedeltà” (Es 34,6). La misericordia è la stessa identità di Dio, che si manifesta misericordioso con tutto il suo essere e tutto il suo cuore, sempre e non solo a slanci di misericordia. Il popolo che lo sperimenta misericordioso, nella preghiera gli dice: “Ma tu Signore, Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore, Dio fedele, volgiti a me abbi misericordia…” (Salmo 86, 15-16).

Il comportamento misericordioso di Dio esprime la sua santità, che comunica al popolo perché possa vivere relazioni interpersonali improntate alla fraternità solidale. “Siate santi perché io il Signore vostro Dio sono santo” è la suprema legge del credente. (Lv 19,18).

Il tema “Comunicazione e misericordia, un incontro fecondo”, scelto dal Papa per la 50° giornata mondiale delle comunicazioni sociali, rimanda alle radici della comunicazione umana in quanto relazione interpersonale costruttiva e non solo capacità tecnica a prescindere dal coinvolgimento personale. Tra varie testimonianze bibliche, merita attenzione Abigail, donna “assennata e di bell’aspetto (1Sam 25,3), sposata a Nabal, che incontra Davide, quando questi errante nel deserto, sta per rivendicare i suoi diritti con violenza brutale. Ella con le parole e i gesti che sgorgano dal suo cuore e toccano quello di Davide fa superare l’ostilità e il desiderio di vendetta favorendo serenità e pace.

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L’episodio è narrato in 1Sam 25 ed è, paradossalmente, inserito tra i capitoli 24 e 26 dove Davide, invece, usa misericordia a Saul, che cercava di ucciderlo. Davide, affamato, viene a sapere che Nabal, ricco allevatore, sta tosando il gregge (cfr 1Sam 25, 2-3). Il nome Nabal – dirà Abigail – significa stolto e stoltezza è in lui (cfr v 25). Altri riferimenti biblici ricordano che nabal, cioè, stolta, è la persona che crede che Dio non esiste (Sal 14,1); è stolta, pure, la persona che parla male di Dio e rifiuta il pane all’affamato (cfr Is 32, 5-6).

Davide avanza richieste di cibo, convinto di meritarle per aver protetto i pastori di Nabal quando essi erano nel deserto. Nabal si rifiuta di sfamare Davide e i suoi compagni e, anzi, paragona Davide a uno schiavo che fugge dal padrone: “Chi è Davide e chi è il figlio di Iesse? Oggi sono troppi i servi che vanno via dai loro padroni. Devo prendere il pane, l’acqua la carne che ho preparato per i tosatori e darli a gente che non so da dove venga?” (vv 10b-11).

L’offesa  è gravissima: tutti conoscevano Davide che aveva ucciso Golia e le donne ne avevano celebrato l’impresa! La reazione di Davide è violenta e dietro il giovane e disarmato pastorello, che con la sua musica aveva calmato l’animo di Saul, c’è un uomo scaltro che semina terrore.

“Allora Davide disse ai suoi uomini: – Cingete tutti la spada! -. Tutti cinsero la spada e Davide cinse la sua e partirono dietro a Davide circa quattrocento uomini. Duecento rimasero a guardia dei bagagli” (v13)…Davide andava dicendo: “Dunque ho custodito invano tutto ciò che appartiene a costui nel deserto; niente fu sottratto di ciò che gli appartiene ed egli mi rende male per bene. Tanto faccia Dio a Davide e ancora peggio, se di tutti i suoi lascerò sopravvivere fino al mattino un solo maschio!” (vv13.21-22). Ecco la gravità del peccato di Nabal, secondo Davide: “mi rende male per bene!”. La situazione è senza via d’uscita perché la vendetta che Davide perpetra non ha misura.

Tra il violento Davide e lo stolto Nabal vi è Abigail, donna che ama la vita e la pace, capace di farsi carico del male degli altri e di sanarlo in modo da bloccarne le conseguenze; brava nel pronunciare parole comunicatrici di vita, decisa nel chiedere pietà e misericordia. Ella va incontro a Davide, facendosi precedere da numerosi doni, che riparano il rifiuto di Nabal e mostrano apprezzamento (vv 18.19). S’inchina fino a terra e chiede di poter pagare lei stessa la colpa del marito: “Su di me soltanto ricada la colpa! Lascia che la tua serva ti parli…Perdona la colpa della tua schiava” (vv 24-28). Le parole di Abigail pervase di umiltà, responsabilità solidale, compassione, e pronunciate con coraggio profetico, toccano il cuore di Davide e ne spengono l’ira. Esse sono come la sua arpa quando placava l’ira omicida di Saul.

Abigail gli fa capire quanto sia assurdo porsi allo stesso livello del marito, che è stolto, e dal quale si dissocia, e gli spiega, con dolcezza, che la rinuncia a farsi giustizia con le proprie mani andrà a gloria della sua stessa persona. Quando sarà re, secondo il desiderio di Dio, sarà libero da ogni rimorso. Farsi giustizia da solo significa scavalcare Dio, mettersi al suo posto. L’arma che assicura la vittoria è la misericordia che rinuncia alla vendetta.

Abigail ha toccato le corde del cuore di Davide e questi ormai, libero dall’odio esalta la pace, pronuncia parole di riconoscenza, formulate in una triplice benedizione: “Benedetto il Signore, Dio d’Israele, che ti ha mandato oggi incontro a me. Benedetto il tuo senno e benedetta tu che sei riuscita ad impedirmi oggi di giungere al sangue e di farmi giustizia da me. Viva sempre il Signore, Dio d’Israele, che mi ha impedito di farti del male; perché, se non fossi venuta in fretta incontro a me, non sarebbe rimasto a Nabal allo spuntar del giorno un solo maschio”. Davide prese poi dalle mani di lei quanto gli aveva portato e disse: “Torna a casa in pace. Vedi: ho ascoltato la tua voce e ho rasserenato il tuo volto” (vv 32-35).

L’incontro di Davide con Abigail – secondo l’etimologia del suo nome, Dio è la mia gioia o gioia del Padre- produce la gioia che proviene da Dio e genera pace. Le parole di Abigail restituiscono a Davide la rettitudine del cuore. “Torna a casa in pace” le dice, soddisfatto di averle rasserenato il volto. Il nome Abigail in ebraico può significare anche porta. Per Davide, Abigail diviene la porta attraverso la quale egli, futuro re d’Israele, lascia le sue pretese di giustizia e impara che la vera bellezza e saggezza sono specchio della misericordia. Abigail mostra che i conflitti e le ingiustizie si risolvono senza violenza; indica chela vera regalità agisce con misericordia. Trasmette che il male si vince con il bene. Quando Davide diventerà re e dovrà scegliere, come scontare il proprio peccato, sceglierà di “cadere” nelle mani di Dio: “Davide rispose a Gad: “Sono in grande angoscia! Ebbene cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!” (cfr 2Sam 24,14).

(Brano tratto da “La misericordia nella Bibbia” di Filippa Castronovo)

Q Mani di Dio e Adamo, particolare da La Creazione di Adamo, dal soffitto della Cappella Sistina 37975

Condividere l’amore

https://rebeccaantolini.wordpress.com/2016/02/05/condividere-lamore-award-per-te/

GRAZIE @REBECCA!

Grazie per il dolce APPELLO a CONDIVIDERE L’AMORE!

Grazie per la gentilezza del TUO AWARD!

Grazie al TUO SENSIBILE CUORE!

Chiedi di nominare QUALCUNO CHE AMMIRO

per l’AMORE che dona:

...per l’AMORE che vive:

Chiedi di nominare dei BLOGGER …INNAMORATI,

ed io vorrei nominare TUTTI quelli che seguo, perché, secondo me,

in modi diversi e personali:

AMANO, SOGNANO, SPERANO!

Fra questi ne nomino CINQUE, come chiedi:

  1. @Maria Rosaria (Marirò) per l’amore che instancabilmente dona ai bambini:http://ili6.wordpress.com/
  2.  @Rossana Morandini per la Fortezza, la Dolcezza e il Rigore Morale: http://rossanamorandini.wordpress.com/
  3. @Sara e Michele per l’Amore alla Vita e alla Famiglia: https://inviaggioversolaltro.wordpress.com/
  4. @Lucetta per la Fedeltà al Vivente: Creatore e Signore di tutte le cose: http://lucetta2014.wordpress.com/
  5. @Aquilanonvedente per l’Onestà e “l’estroversa” sete-amore di Verità e Giustizia: http://aquilanonvedente.wordpress.com/ 

Vorrei, per la FESTA DI SAN VALENTINO, continuare la LISTA dei/delle BLOGGER che parlano dell’amore umano.

Ma non vorrei dimenticare L’AMORE custodito in ogni forma di vita che…

instancabilmente fiorisce e si rinnova!

FELICE FESTA DELLA VITA!

BUON SAN VALENTINO 2016 A TUTTI GLI INNAMORATI!

 

 

 

Medaglia d’onore

Oggi . 27 GENNAIO 2016,

alla Presenza delle massime Autorità di Treviso,

è stata consegnata alla Mamma,

una Medaglia d’onore

alla Memoria di mio Padre,

schiavo di Hitler.

Dopo la vergogna  dell’8 settembre 1943, che ha visto la fuga del Re Vittorio Emmanuele III… di Badoglio…molti ministri…. e del capo di stato maggiore (responsabile della sorte di milioni di soldati italiani in mezza Europa).

Dopo il cambio degli alleati….

i Militari Italiani, (abbandonati a se stessi e confusi)  si sono trovati obbligati a fare una scelta di vita:

  • Imboscarsi
  • Restare con Mussolini
  • Scegliere la Resistenza

Il 16 Settembre 1943, Mussolini annunciava la Costituzione del Partito Fascista Repubblicano.

Nello stesso mese di Settembre 1943, nasceva a Padova il Comitato di Liberazione Nazionale (Cln), formato da uomini di ogni fede politica:

De Gasperi, Togliatti, Pertini, Nenni, Parri, Valiani, Luigi Longo, Lombardi, Saragat, LaMalfa, Mattei, Silvio Trentin, Tonolo, Lombroso, Giorgio Amendola,  Concetto Marchesi che scrive ai suoi studenti:

“In queste ore d’angoscia, tra le rovine di una guerra inplacata,

in nessuno di voi manchi, o giovani,

lo spirito della salvazione.

Quando tutto questo ci sia,

tutto risorgerà quello che fu malamente distrutto,

tutto si compirà quello che fu giustamente sperato.”

Benedetto Croce scrive:

“La libertà deve essere negli animi una religione,

la più sublime delle religioni col loro rigore e i loro scrupoli…

E se questa religione, per effetto dell’oppressione sofferta

metterà un tempo più lungo e più profonde radici che non avesse in passato,

quell’aggressione non sarà stata invano.”

 Silvio Trentin lancia il suo appello al popolo veneto “guardia avanzata della nazione” per l’insurrezione armata:

“Ognuno sa quale sia stata la sorte degli altri……O risorgere o sparire…

…L’ora cioè in cui ad esso è dato,  per l’ultima volta,

di decidere se la schiavitù sia meglio che la libertà…

Ormai il popolo italiano non ha che se stesso su cui contare.”

Il 14 novembre 1943 nasce la Repubblica Sociale Italiana RSI (Sociale non fascista specifica Mussolini)

Giuseppe Bottai scrive:”Questa non è la Repubblica degli italiani, è la Repubblica di Mussolini. Una monarchia, cioè, di cui Mussolini s’è nominato duce, anziché re”.

Leo Valiani denuncia “l’inferocimento degli animi” e il “pericolo della guerra civile”. E’ una guerra che vede da una parte fascisti e tedeschi che occupano insieme mezza Italia e dall’altra italiani chevogliono liberarla. Veneti controveneti, friulani controfriulani,talvolta persino guerra dentro la stessa famiglia,fratelli contro fratelli, figli contro padri. I giorni che seguono sono i peggiori della nostrastoria, certo i più drammatici, i più affollati di vendette.

Le “S.S. italiane” sono formate da militari italiani che accettano di agire alle dirette dipendenze di ufficiali germanici. Giurano in pubblico fedeltà al nazismo e alla Germania, non all’Italia.

“Davanti a Dio, presto questo  giuramento:

  • che nella lotta per la mia Patria italiana contro i suoi nemici
  • sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolfo Hitler,
  • supremo comandante dell’esercito tedesco
  • e quale soldato valoroso
  • sarò pronto in ogni  momento
  • a dare la mia vita per questo giuramento.”

 

Il mio Papà, dopo l’Armistizio dell’8 Settembre 1943, assieme a migliaia di altri Soldati Italiani, fu fatto prigioniero e deportato nei Lager nazisti in Germania. E lì  sono rimasti fino alla Morte. I più fortunati fino alla Liberazione del maggio 1945. (Il mio Papà e  tre zii materni, sono tra questi fortunati!)

Declassati a I.M.I ( Internati Militari Italiani) – (Status illegale creato da Hitler e non previsto dalle convenzioni perché detenuti in uno stato belligerante (Terzo Reich), con uno stato tutore non neutrale ma belligerante coinvolto (RSI), senza assistenza della Croce Rossa Internazionale (CICR) ma dalla Croce Rossa fascista della RSI).

VOLONTARI-SCHIAVI, essendosi rifiutati di sottoscrivere il suddetto Giuramento, che li costringeva a tradire i loro semplici valori legati alla FEDELTA’ alla parola data al loro re, alla loro terra, alla patria, a se stessi e alla famiglia.

AGLI IDEALI DI LEALTA’ – LIBERTA’- GIUSTIZIA – VERITA’- DIGNITA’- RISPETTO -DEMOCRAZIA

Il mio Papà, come tanti alti IMI, sono stati costretti al Lavoro coatto, in condizioni di vita disumane, nelle Gallerie e Miniere dove si producevano armi per la Germania. Non sono mai stati pagati e risarciti. E così pregavano:

PREGHIERA DEL RIBELLE

“Signore che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce, segno di contraddizione…

Dio che sei Verità e Libertà,  facci liberi e intensi:

alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà,

moltiplica le nostre forze, vestici della tua armatura….

Quanto più incupisce l’avversario,

facci limpidi e dritti.

Nella tortura serra le nostre labbra.

Spezzaci, non lasciarci piegare…

Liberaci dalla tentazione degli affetti:

veglia tu sulle nostre famiglie.”

In questo GIORNO DELLA MEMORIA, rendo omaggio a quell’unico VALOROSO SUPERSTITE  presente stamattina, alla consegna della MEDAGLIA D’ONORE.

E ringrazio di cuore il mio Papà, umile contadino, che ha saputo tenersi informato, unirsi a persone che rispondevano ai suoi ideali, ha saputo scegliere coraggiosamente…con la consapevolezza  di fare solamente il suo dovere di uomo soldato, responsabile e innamorato!

Oggi il mio Papà mestamente sorriderà, ma non alla medaglia d’onore al valor militare, bensì al “risveglio dall’oblio” di una parte importante della STORIA, che ha contribuito alla nascita della nostra meravigliosa COSTITUZIONE ITALIANA!

VIVA GLI  I.M.I!

(Nives)

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