A proposito dei Lager…

…nella  S T O R I A  D’ E U R O P A!

lager in Europa

– MILITARI ITALIANI NEI LAGER –

1943 – 1945

(SEICENTOMILA NO…a Mussolini e Hitler)

abbigliamento IMI

Dopo l’oblio, è stato riconosciuto a mio papà:

Anno 1964 – Accolta e Archiviata 

La domanda di Indennizzo a favore degli ex Internati Militari in Germania (obbligati ai lavori forzati).

                       Anno 1966 – n° 2 CROCI AL MERITO DI GUERRA

Meritodiguerra

Anno 1984 – DIPLOMA DI ONORE AL COMBATTENTE PER LA LIBERTA’ 1943 – 1945 

(firmato dal Presidente della Repubblica SANDRO PERTINI)

diploma di onore Sandro Pertini

Edoardo Pittalis, nel suo Libro: “IL SANGUE DI TUTTI” scrive:

Tre erano le scelte:

 – imboscarsi

– restare con Mussolini

– scegliere la Resistenza

onestà 1

MIO PADRE E’ STATO UN “IMI” (internato militare italiano)

“I militari italiani nei lager” – Agli internati militari italiani (IMI) in Germania fu offerta l’opportunità di un’immediata liberazione, se avessero accettato di collaborare con i tedeschi e con la Repubblica sociale di Mussolini. Non sappiamo con precisione quanti IMI fecero la scelta di mettersi al servizio del Reich o del nuovo Stato fascista; in un caso – il campo di Bjala Podlaska, nella Polonia orientale, che ospitava circa 2500 ufficiali e un centinaio di soldati – quasi tutti scelsero di aderire alla RSI. AL CONTRARIO, nel lager di Luckenwalde (Germania), dei 16000 IMI presenti, accolsero l’appello solo 15 soldati e un ufficiale. A Sandbostel 70 su 8000.  A Wietzendorf 50 su 5000.  Nel complesso è legittimo affermare che l’adesione alla RSI e l’ingresso nelle SS, fu un fenomeno relativamente ristretto : 50-65000 internati, cioè un 10% al massimo, dei prigionieri. Una delle situazioni più difficili da sopportare fu quella in cui si trovarono coloro che furono condotti a Mittelbau-Dora, un gigantesco impianto industriale sotterraneo, costruito all’interno delle montagne dello Harz, a circa 70 chilometri da Buchenwald e Weimar. Dei 60000 detenuti che vi lavoravano tra il novembre 1943 e l’aprile 1945, circa un terzo morì. La stessa percentuale di morti si ebbe tra i 1300-1500 deportati italiani (politici e militari).

“Non muoio neanche se mi ammazzano!” (Giovannino Guareschi). In un lager nazista, nell’autunno del 1943…lo stato d’animo, la forza di volontà, la disperata speranza di un uomo che, come tanti militari del Regio Esercito, in un momento tragico della storia del paese, fece una scelta di coscienza e non di convenienza, e pagò un prezzo molto alto….ma non perì. La disumanizzazione, la trasformazione di persone in non persone, in esseri animati ma non umani, non è sempre facile se di fronte ci sono individui capaci di opporre una certa resistenza interiore. Giovannino scriveva articoli, considerazioni, riflessioni e li andava a leggere di baracca in baracca, facendo ora sorridere, ora commuovere i compagni di Lager. Si resisteva, si andava avanti nonostante tutto e tutti. I soldati chiamati IMI, erano qualcosa di indefinito, non erano tutelati dalle convenzioni internazionali, erano ignorati, abbandonati, soli con i loro ideali, con la loro sofferenza derivante dalla scelta di coscienza che avevano fatto. Pativano fame, freddo, pidocchi, tifo, dissenteria, nostalgia, lavoravano gratuitamente nelle miniere, eppure cercavano di vivere, non di sopravvivere, e si aiutavano, si difendevano. Per resistere nacquero i giornali parlati, le lezioni, le conferenze, il teatro,, la musica.