Festa della Repubblica Italiana

 

Campagna ridente

 

Il grano è quasi dorato. Le rane nei fossi gracchiano innamorate. Le tortore sui fili della luce tubano e si rincorrono. Le fontane scrosciano allegre nei giardini delle case di Preganziol. Le fronde del Gelso arrivano fino a terra e dondolano per me. L’erba brilla del suo verde…ed io, oggi 2 GIUGNO 2020, FESTA DELLA REPUBBLICA, penso al mio PAPA’ che, assieme ad altri 600000 Soldati Italiani, si è lasciato trasportare prigioniero nei Lager nazisti, in nome della LIBERTA’, della GIUSTIZIA, della DEMOCRAZIA…per TUTTI noi, uomini e donne del Futuro!

LIBERA, GIOIOSA, GRATA E FIERA…

AUGURO…

 

BUONA FESTA AGLI ITALIANI!

Festa della Repubblica - Storia, Cerimonia e Regali per Celebrarla

Resistenza e Liberazione

 

Grazie alle Coraggiose Resistenze

delle più profonde Radici

del nostro bellissimo Giardino

chiamato Italia,

da 75 Anni fioriscono e profumano

la PACE, la LIBERTA’, la DEMOCRAZIA

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RESISTENZA indomita degli Internati Militari Italiani (I.M.I)

Attilio Pizzato – Internato Militare Italiano –

(a sinistra della foto)

Grazie Papà!

(Rita Pizzato)

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RESISTENZA coraggiosa dei Partigiani d’Italia!

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ANNIVERSARIO

25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2020

VIVA  L’ITALIA!

 

MEMORIA – Il prezzo di una scelta

Tratto da – Umanità nei Lager nazisti – di Luigi Francesco Ruffato – Patrizio Zanella – (Edizioni Messaggero di Padova) –

“Il terrore esercitato su milioni di individui non è concepibile senza i Lager. A questa terribile realtà bisogna guardare considerando quali fossero i compiti assegnati ai prigionieri deportati. Facendo le cose per bene, il Terzo Reich, quando il 20 marzo 1933 istituisce il primo campo di concentramento a Dachau, lo concepisce come luogo di detenzione temporaneo per internarvi gli oppositori politici del nazismo, ebrei e religiosi. L’aumento dei prigionieri di guerra catturati dall’esercito tedesco determina anche il proliferare dei campi di concentramento. Presto vengono fatte delle distinzioni: gli ebrei verranno internati nei veri e propri campi di sterminio (Vernichtungslager); i soldati e i civili italiani catturati in Italia e Germania vengono classificati come IMI (Internati Militari Italiani) anziché come prigionieri di guerra (Kriegsgefangenen), in questo modo il Terzo Raich li sottrae al patrocinio della Croce Rossa Internazionale e allo status di prigionieri di guerra previsto dalle convenzioni di Ginevra. In seguito vengono smistati nei campi per lavoratori stranieri sottoposti a un regime di coazione (Arbeiterlager); gli ufficiali vengono rinchiusi nei cosidetti Oflager, sottoufficiali e soldati negli Stammlager (campi madre). Dei circa 900 mila italiani presenti in territorio tedesco negli ultimi 20 mesi della Seconda Guerra Mondiale, ben 800 mila erano stati trasferiti dopo l’8 settembre 1943.

Terrore di massa, arbitrio assoluto, annichilimento dell’uomo, lavoro in condizione di schiavitù, denutrizione sono questi i caratteri essenziali dei Lager. La disumanizzazione, la trasformazione di persone in non persone, in esseri animati ma non umani, non è sempre facile se di fronte ci sono individui capaci si opporre una certa resistenza interiore. Allora entrano in azione le tecniche più sottili per giungere alla depersonalizzazione: privare gli esseri umani degli abiti, spogliarli, dare loro un numero, è considerarli alla stregua delle bestie. L’obbligo di vivere tra i propri escrementi, il regime di denutrizione vigente nei Lager, costringere i detenuti a essere costantemente in cerca di cibo e pronti a ingoiare qualunque cosa sono tutti elementi che portano i guardiani a non identificarsi mai con gli internati perché questi sono visti come bestie. Parlando di loro i guardiani evitavano di usare termini come “persone”, “individui”, “uomini”, indicandoli invece come “elementi”, “pezzi”, oppure servendosi di costruzioni impersonali. Gli esseri umani da uccidere sono sempre designati come “il carico”, o non sono designati affatto”…altri hanno subito il “trattamento”.

La depersonalizzazione è portata a compimento anche attraverso un culto della durezza e una sistemica denigrazione di ogni senso di pietà. Teodoro Eiche, uno dei responsabili dell’attuazione dei Lager, insiste spesso sull’argomento: “Fare mostra di carità nei confronti dei “nemici dello stato” sarebbe una debolezza di cui loro approfitterebbero immediatamente. Un senso di pietà per questi uomini sarebbe indegno di un SS: nei ranghi delle SS non c’è posto per le “pappe molli” che farebbero meglio ritirarsi in convento.”

Le manifestazioni di solidarietà fra internati si ebbero in forme diverse (atti quotidiani di cameratismo, amicizia, aiuto reciproco, distribuzione di cibo), ed erano sia individuali e spontanee sia collettive ed organizzate. Se le prime scaturivano da un moto interiore al soggetto, le seconde erano opera di gruppi di soccorso e organizzazioni clandestine formatesi fra prigionieri.

Nelle deposizioni e nei ricordi di quanti sopravvissero al Lager di Auschwitz si possono leggere molte informazioni sulle modalità messe in atto per aiutare i soggetti più deboli. La sociologa polacca Anna Pawelczynska (n. 44764) in un suo libro elenca le seguenti forme di aiuto: “…nascondere all’interno della colonna i più deboli (i lati della colonna erano i più esposti alle percosse) sostituendoli nei lavori più faticosi, dando loro vestiti più caldi, dividendo con loro il cibo. A questa categoria di aiuto appartiene anche tutta una serie di forme di incoraggiamento di quei prigionieri che hanno perso quel minimo di resistenza psichica necessaria per andare avanti: sdrammatizzare il pericolo, ricorrendo all’humour e al riso, raccontando favole e ricordi, parlando del futuro fuori dal Lager, ricercando gli argomenti e gli scherzi più disparati per distogliere l’attenzione dal presente. Ogni manifestazione di solidarietà e di compassione, ogni ora di vita vissuta (….), ogni sorriso, ogni scherzo, facevano parte dell’insieme di autodifesa collettiva”.

Non mancarono le azioni e i gesti di umanità fatti dai singoli internati. Più di qualcuno rinunciava alla già modestissima razione di cibo a vantaggio dei compagni più giovani. In molte relazioni gli ex detenuti ricordano come Massimiliano Kolbe dividesse la sua porzione di cibo con altri, a volte ignoti, compagni di sventura.

“Non muoio neanche se mi ammazzano!” è un (evidente) paradosso. Eppure, se pensiamo che a pronunciare questa frase fu il “papà” di Don Camillo e Peppone, Giovannino Guareschi, in un Lager nazista nell’autunno del 1943, ci rendiamo perfettamente conto dello stato d’animo, della forza di volontà e della disperata speranza di un uomo che, come tanti altri militari del Regio Esercito, in un momento tragico della storia del suo paese, fece una scelta di coscienza e non di convenienza, e si sa che per questo tipo di scelte si paga un prezzo molto, molto alto.

8 Settembre 1943: l’armistizio dell’Italia con gli Alleati, la “fuga” del re e dei maggiori responsabili militari, l’esercito allo sbando, per tanti la “Morte della Patria”, con la nuova parola d’ordine: “Tutti a casa!”, per altri ancora la cattura da parte dei tedeschi e una scelta da fare – hic et nunc – una scelta improrogabile e fondamentale: collaborare coi tedeschi o, rifiutando, prendere la via dei Lager.

Chi decise di non collaborare (e in seguito di non aderire alla Repubblica Sociale di Mussolini) lo fece per fedeltà al giuramento al re, o per dignità personale, o per antifascismo.

Furono oltre 650 mila i militari che rifiutarono la collaborazione con l’ex alleato. L’ufficiale (uno dei 40 mila che dissero no) Giovannino Guareschi volle restare fedele al giuramento fatto a suo tempo al re: costasse quel che sarebbe potuto costare.

Ma la via del Lager e la condizione di prigioniero, se lo colpirono duramente, al limite, a volte, della disperazione, non lo videro soccombere. Anzi.

Non muoio neanche se mi ammazzano!”, appunto. Ma quella resistenza personale, quella determinazione di sopravvivere, Guareschi la estese, per così dire, agli altri compagni di prigionia, nel senso che egli non si isolò, non badò al suo “particulare”, ma cercò di aiutare gli altri. Ci sono delle situazioni, delle circostanze della (e nella) vita nelle quali ciascuno di noi si rivela per quello che realmente è. Guareschi si rivelò coraggioso, generoso, uomo di grande fede. Quella fede che gli era stata infusa da una madre, maestra, molto religiosa e quindi da alcuni sacerdoti che aveva incontrato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella giovinezza.

Ignorati, abbandonati, soli con i loro ideali, con la loro sofferenza derivante da quella scelta di coscienza che avevano fatto, non di meno resistettero, come Guareschi (“Non muoio neanche se mi ammazzano!”. Ma per resistere bisognava cercare di vivere – di sopravvivere – come nella vita normale, da civili. Fu così che sotto lo spirito di iniziativa e lo stimolo di Guareschi, nel Lager Wietzendorf nacquero i giornali parlati, le lezioni, le conferenze, il teatro, la musica.

(Tutta questa forza e umanità ha aiutato anche il mio papà e i miei zii (Soldati IMI), a resistere e a tornare a casa.

Pure un cugino del papà è tornato ma purtroppo, è tornato morto…di fame, malattie e stenti.)

 

MEMORIA

 

 PIZZATO EUGENIO

Riposa nella Tomba Famiglia a Mogliano Veneto Treviso.

E’ ricordato presso il Monumento cittadino dedicato ai CADUTI NEI LAGER – 1943/1945

Caduti per la PATRIA in nome della LIBERTA’.

(Pizzato Rita- Nives)

 

A proposito dei Lager…

…nella  S T O R I A  D’ E U R O P A!

lager in Europa

– MILITARI ITALIANI NEI LAGER –

1943 – 1945

(SEICENTOMILA NO…a Mussolini e Hitler)

abbigliamento IMI

Dopo l’oblio, è stato riconosciuto a mio papà:

Anno 1964 – Accolta e Archiviata 

La domanda di Indennizzo a favore degli ex Internati Militari in Germania (obbligati ai lavori forzati).

                       Anno 1966 – n° 2 CROCI AL MERITO DI GUERRA

Meritodiguerra

Anno 1984 – DIPLOMA DI ONORE AL COMBATTENTE PER LA LIBERTA’ 1943 – 1945 

(firmato dal Presidente della Repubblica SANDRO PERTINI)

diploma di onore Sandro Pertini

Edoardo Pittalis, nel suo Libro: “IL SANGUE DI TUTTI” scrive:

Tre erano le scelte:

 – imboscarsi

– restare con Mussolini

– scegliere la Resistenza

onestà 1

MIO PADRE E’ STATO UN “IMI” (internato militare italiano)

“I militari italiani nei lager” – Agli internati militari italiani (IMI) in Germania fu offerta l’opportunità di un’immediata liberazione, se avessero accettato di collaborare con i tedeschi e con la Repubblica sociale di Mussolini. Non sappiamo con precisione quanti IMI fecero la scelta di mettersi al servizio del Reich o del nuovo Stato fascista; in un caso – il campo di Bjala Podlaska, nella Polonia orientale, che ospitava circa 2500 ufficiali e un centinaio di soldati – quasi tutti scelsero di aderire alla RSI. AL CONTRARIO, nel lager di Luckenwalde (Germania), dei 16000 IMI presenti, accolsero l’appello solo 15 soldati e un ufficiale. A Sandbostel 70 su 8000.  A Wietzendorf 50 su 5000.  Nel complesso è legittimo affermare che l’adesione alla RSI e l’ingresso nelle SS, fu un fenomeno relativamente ristretto : 50-65000 internati, cioè un 10% al massimo, dei prigionieri. Una delle situazioni più difficili da sopportare fu quella in cui si trovarono coloro che furono condotti a Mittelbau-Dora, un gigantesco impianto industriale sotterraneo, costruito all’interno delle montagne dello Harz, a circa 70 chilometri da Buchenwald e Weimar. Dei 60000 detenuti che vi lavoravano tra il novembre 1943 e l’aprile 1945, circa un terzo morì. La stessa percentuale di morti si ebbe tra i 1300-1500 deportati italiani (politici e militari).

“Non muoio neanche se mi ammazzano!” (Giovannino Guareschi). In un lager nazista, nell’autunno del 1943…lo stato d’animo, la forza di volontà, la disperata speranza di un uomo che, come tanti militari del Regio Esercito, in un momento tragico della storia del paese, fece una scelta di coscienza e non di convenienza, e pagò un prezzo molto alto….ma non perì. La disumanizzazione, la trasformazione di persone in non persone, in esseri animati ma non umani, non è sempre facile se di fronte ci sono individui capaci di opporre una certa resistenza interiore. Giovannino scriveva articoli, considerazioni, riflessioni e li andava a leggere di baracca in baracca, facendo ora sorridere, ora commuovere i compagni di Lager. Si resisteva, si andava avanti nonostante tutto e tutti. I soldati chiamati IMI, erano qualcosa di indefinito, non erano tutelati dalle convenzioni internazionali, erano ignorati, abbandonati, soli con i loro ideali, con la loro sofferenza derivante dalla scelta di coscienza che avevano fatto. Pativano fame, freddo, pidocchi, tifo, dissenteria, nostalgia, lavoravano gratuitamente nelle miniere, eppure cercavano di vivere, non di sopravvivere, e si aiutavano, si difendevano. Per resistere nacquero i giornali parlati, le lezioni, le conferenze, il teatro,, la musica.