Difficoltà superate

Il mostriciattolo con la corona": la favola per spiegare il ...

 

(Da FAVOLE – Supplemento quindicinale del settimanale L’INCONTRO – Anno 4 n° 7 – 28 Giugno 2020)

…per gli adulti che vogliono sognare come i loro bambini e per i bambini che vogliono scoprire il mondo degli adulti…

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“Un marito gentile ma esigente, due figli adorabili ma vivaci, due gatti, due cani e una tartaruga non lasciavano molto spazio a Serena per una vita sociale e a peggiorare il suo tran tran quotidiano arrivò inaspettatamente un invisibile virus che dichiarò guerra all’intera umanità scatenando una spaventosa pandemia.

L’obbligo di indossare mascherine e guanti, il distanziamento sociale, la chiusura di uffici, negozi e scuole imprigionarono tutti in casa aumentando le molteplici difficoltà di Serena accrescendone il disagio. Nelle consuete telefonate quotidiane con la madre le diceva: “Ma di cosa ti lamenti? Al tuo posto sarei felicissima di averli tutti vicini, credi sia divertente trovarsi soli durante la quarantena?”

“Non sarà divertente ma è sicuramente più rilassante” pensava “mia madre non ha idea di quanti problemi nascano in un appartamento con quattro persone che vagano per casa sospirando, lamentandosi ed innervosendosi per un nonnulla; due cani che pretendono una totale attenzione e due gatti che vogliono riappropriarsi dei loro spazi, fortunatamente Lisetta, la tartaruga, non si lamenta perché adora mordicchiare gli alluci e in questi giorni a disposizione ne ha tanti.”

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L’inizio della quarantena era stato surreale ma divertente, era insolito trovarsi tutti insieme dalla mattina alla sera, o-gnuno proponeva allegri passatempi per superare quel periodo sospeso nell’irrealtà ma più i giorni passavano più diminuiva l’allegria mentre battibecchi, porte sbattute e proteste per la libertà perduta aumentavano.

Nei primi giorni marito e figli dichiararono che ci avrebbero pensato loro a scacciare la triste quarantena preparando manicaretti gustosi. Il portatile era fieramente in cucina e i prodi chef iniziarono a preparare pane, torte, biscotti, gelati e…nient’altro, a Serena venne lasciato il compito, oltre che di ripulire la cucina dai loro disastri anche di cucinare perché si sa che non si vive di soli dolci.

Passato qualche giorno, così proprio com’era iniziato, l’entusiasmo scemò e i famigliari ritirarono la collaborazione e si rintanarono nelle loro postazioni: il marito a quella dello smart working, i figli a quella dello school working e lei? Lei, poiché non esisteva una postazione di house working e non possedeva neppure gli intelligentissimi robottini che spazzano e lavano pavimenti impugnò la vetusta aspirapolvere e tentò di mantenere pulita e in ordine la casa molto affollata.

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Un altro compito gravoso riservato a Serena era quello di recarsi al supermercato ma il suo supermercato preferito era diventato off limits a causa della normativa Covid 19 ed era stata perciò costretta a recarsi in quello più vicino che non solo era poco fornito ma era anche lontano, lontano per le borse pesanti da portare a casa e troppo vicino per spostare la macchina dal parcheggio, parcheggio trovato fortunosamente due giorni prima del blocco.

Nel primo giorno di prigionia si mise in coda, le sembrava di essere una bambina nel suo primo giorno di scuola, si sentiva spaesata e impaurita dal nemico invisibile, nessuno tentò di fare il furbo saltando la coda con la solita frase: “Scusi non mi ero accorto che c’era prima lei” ma nei giorni seguenti iniziarono le difficoltà dovute al nervosismo che serpeggiava ovunque. La difficoltà più ardua da superare per Serena era appiccicare il ticket al sacchetto della frutta indossando guanti troppo larghi che si rompevano facilmente. Ticket, sacchetto e guanti litigavano sempre ferocemente, il ticket si rifiutava di appiccicarsi al sacchetto preferendo di gran lunga i guanti che, infastiditi, si rompevano.

“Si attaccano dappertutto tranne che sul sacchetto” raccontò ai famigliari che l’ascoltarono un po’ infastiditi per essere stati distolti dalle loro importanti attività come leggere il giornale o giocare con i video giochi.

DISEGNI - Il Messaggero

“Ci riescono tutti tesoro perché tu no?” rispose il marito con un sorriso bonario quanto indifferente. “Tutti chi?” si domanda Serena “Tutti devono lottare contro quelle maledette etichette appiccicose, no non proprio tutti, solo quelli che non rimangono a casa a trastullarsi”, ma non espresse ad alta voce il suo pensiero per non eccitare ulteriormente l’aria già satura di tensione.

Un consiglio prezioso per superare il delicato problema eti-chette che si attaccano a tutto glielo diede un amico: “Avvi-cina il sacchetto alla dispensatrice e vedrai che il ticket non si appiccicherà più ai guanti”. Quel trucchetto funzionò e lei fu immensamente grata all’amico: “Ho sempre sostenuto che i problemi nascono per essere risolti soprattutto quando si hanno amici validi” si disse con orgoglio.

Anche quella mattina Serena si recò al supermercato per a-dempiere al travagliato compito di rifornire la dispensa ma proprio mentre stava per etichettare il sacchetto delle ciliegie il cellulare si esibì nella marcia trionfale, suoneria scelta dal figlio maggiore, e l’ansia crebbe a dismisura: “Come faccio a rispondere? Possibile che nessuno della mia famiglia riesca a capire la difficoltà di rispondere al cellulare proprio mentre sto incollando l’etichetta al sacchetto?”

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Il telefono continuò a suonare come un forsennato chiedendo attenzione a Serena, tentando di zittirlo, si ritrovò a dover combattere una battaglia persa: l’etichetta si appiccicò su tutte e due i guanti, una signora le diede una spinta urlando che aveva altro da fare che non restare delle ore ad aspettare i suoi comodi e per peggiorare la disfatta, il sacchetto cadde, si ruppe e tutte le ciliegie rotolarono sul pavimento. Avrebbe voluto piangere ma una donna adulta, sposata con figli, cani, gatti e una tartaruga a carico non può lasciarsi prendere dallo sconforto, deve reagire e lei reagì, mollò tutto e uscì: “Vengano loro a fare la spesa se vogliono mangiare!” gridò a se stessa ma loro si rifiutarono e preferirono digiunare piluccando biscotti e altri dolciumi.

Il suo amico le venne nuovamente in aiuto e le consigliò di rispondere con…il naso, sì proprio con il naso: “Speriamo che non capiti ma seguirò anche questo consiglio perché il mio amico è uno che sa come aggirare le difficoltà del lock down “.

Quella mattina si recò al supermercato come al solito, stava lottando con successo con l’etichetta appiccicosa e con il fragile sacchetto colmo di ciliegie quando, improvvisamente, il suo cellulare vibrò e una voce agghiacciante urlò: AL FUOCO, AL FUOCO.

“Chi è quel dannato che ha cambiato nuovamente la suoneria del mio cellulare, chi?” urlò disperata dentro di sé. A quel grido iniziò una parapiglia da incubo, tutti si lanciarono verso l’uscita urtandosi e dimenticandosi del Covid che si mise in coda anche lui per lo spavento, lei afferrò il cellulare e tentò di rispondere ma quel maledetto le si chiuse sul naso quasi volesse dire: “Via da me, chi mi dice che non sei positiva?”

Riuscì ad uscire senza essere arrestata con l’accusa di terrorismo, tornò a casa nascose il cellulare nella cassaforte di cui solo lei conosceva la combinazione e sperò che la sua famiglia e il Covid 19 si prendessero una lunghissima vacanza in una lontana galassia.

Essere bambini al tempo del Coronavirus - Vatican News

La comparsa di quel microscopico virus ha gettato il mondo intero nel caos ma Serena è riuscita a superare le mille difficoltà avvalendosi del suo spirito di adattamento, del suo buonsenso e ascoltando i consigli di un amico perché ascoltare i consigli di una persona fidata è indice di intelligenza e non sminuisce l’autostima bensì la rafforza ma soprattutto superò quell’increscioso periodo trasferendosi dalla madre per farle compagnia e abbandonando i famigliari all’ingrato compito di appiccicare le etichette ai sacchetti.

Qualcuno potrebbe pensare che Serena abbia abbandonato la sua famiglia ma non è vero, lei si è solo allontanata per educarli a sopravvivere senza la presenza della chioccia.

Donna saggia?”

Children's Museum Verona - 313 fotografija - 1 osvrt ...

Mariuccia Pinelli

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Immagini tratte dal Web

Mamma!

LA BUONA MADRE E’ QUELLA CHE DIVENTA INUTILE

“La buona madre è quella che diventa inutile col passare del tempo.
È giunto il momento di reprimere l’impulso naturale materno di voler mettere il piccione sotto l’ala, protetto da tutti gli errori, tristezze e pericoli. È una battaglia difficile, lo confesso. Quando comincio a indebolirmi nella lotta per controllare la super-madre che tutte abbiamo dentro, mi ricordo la frase del titolo. ” La buona madre è quella che diventa inutile…”
Se ho fatto il mio dovere di madre correttamente, devo diventare inutile. E prima che una madre mi accusi di disamore, spiego cosa significa. Essere “inutile” è non lasciare che l’amore incondizionato di madre, che esisterà sempre, provochi vizio e dipendenza nei figli, come se fosse una droga, a tal punto, che loro non siano in grado di poter essere autonomi, fiduciosi e Indipendenti. Devono essere pronti a tracciare la loro rotta, a fare le loro scelte, a superare le loro frustrazioni e a commettere i propri errori anche con ogni fase della vita, una nuova perdita è un nuovo traguardo; per entrambe le parti: madre e figlio.
L’amore è un processo di liberazione permanente, e quel legame continua a trasformarsi nel corso della vita. Fino al giorno in cui i figli diventano adulti, costituiscono la loro famiglia e ricominciano il ciclo. Quello che hanno bisogno è di avere la certezza che saremo con loro, fermi, nell’accordo o nella divergenza, nel trionfo o nel fallimento, pronte e presenti, l’abbraccio stretto, e il conforto nei momenti difficili. I genitori e le madri, in sostanza, allevano i loro figli affinché siano liberi e non schiavi delle nostre paure. Questa è la più grande sfida e la missione principale.
Quando impariamo ad essere “inutili”, ci trasformiamo in un porto sicuro dove possono attraccare.

A Chi Ami Dai:
– Ali per volare.
– Radici per tornare.
– Motivi per restare.

Facciamo figli indipendenti e sicuri di se stessi per vivere una vita piena e onesta. “Quando una madre ama davvero educa i suoi figli per imparare a volare”.

Annalisa Pintus

(tratto dal web)

AUGURI MAMMA!

Mamma chioccia

La chioccia (Giovanni Cena)

“La chioccia empiea di gridi la radura,

ché aveva scorto la vivanda ghiotta,

e i pulcini correan, avidi, in frotta,

quand’ella vide in ciel la macchia scura.

Grifagno roteò su la pastura

il falco, e scese, l’ali chiuse, a rotta:

ella aspettò, stridendo, irta, la lotta,

sopra i pulcini muti di paura.

O ire generose! Ma ghermita

rapidamente dentro l’unghie ladre

ascende nel tranquillo azzurro e spare.

Guardano in alto le pupille ignare.

Ed io che vidi, ho l’anima smarrita,

e, ricordando, gemo: “Madre, Madre!”

TRACCE:

Video di YOU TUBE

Poesia tratta da LA PRORA – Antologia italiana (L. Bianchi – V.Mistruzzi) –

Romanza

Luca aveva 6 anni e mezzo.

Studiava chitarra.

Piccole veloci dita

suoni profondi

nostalgici segreti

del tempo di

Natale.

Il secondo vuoto Natale.

 

Suonava Luca

una dolce melodia.

Fragili dita

di piccolo cuore

per un sorriso,

una carezza

alla triste mamma.

 

 

Soave coro di cuori

per il Cielo.

Un  dolce Assolo.

Un bacio

alla zia fanciulla.

Dono caldo d’amore

per il gelo

sulle anime

che aspettavano Natale.

Nives

La poesia dell’ago

Da “Palestra dei piccoli scrittori – Poesia dell’ago”

In “La Domenica dei Fanciulli”

Torino, 3 aprile 1905, p.282

 

 

 

 

“Parlare dell’ago a certe signorine è come parlar loro della cosa più spregevole; esse che hanno in mente la poesia dei cieli azzurri, dei boschi neri, dei giardini dove gli uccelli gorgheggiano, del mare placido, delle barchette che si cullano in esso, mentre il bianco splendore della luna vi si riflette, esse non tovano la poesia in quell’arnese così comune, così minuto, destinato al lavoro; eppure la sua poesia ce l’ha anch’esso. Mi ricordo che da piccina mi piacevano tanto quei piccoli aghi lucenti; pure la mamma mi aveva proibito perfino di toccarli, giacché diceva che avrei potuto farmi del male; ma quale gioia fu per me quando ebbi la prima volta in mano un ago e un brandello di tela logora sul quale sbizzarrire quella mia gran voglia di lavorare, descrivendo col filo tanti geroglifici inqualificabili o attaccando bottoni in modo buffo, sì, ma così saldi che poi ci voleva tutta la pazienza della mamma per poterli staccare! Una volta l’ago mi lasciò il suo ricordo sul ditino: voleva esso avvertirmi che nella vita anche in ciò che ci dà o ci promette una gioia, vi è molto spesso nascosta la punta acuta e penetrante del dolore? Mi sembra ancora di vedere la mamma e il babbo che, spauriti dalle mie strida, avevano temuto mi fossi ferita gravemente: così talvolta quell’umile arnese mi ricorda la poesia degli anni innocenti e gai della mia fanciullezza trascorsi tra gli affetti della mia famiglia, o la poesia amara degli affetti perduti, che mi allietavano da bimba e che ora mi tornano al cuore con la tristezza del rimpianto.

Mi ricordo che la mamma, quando apriva il tavolino da lavoro, o mi mostrava la scattolina piena di aghi, mi diceva che con quelli aveva cucite e ricamate le mie camicine, accanto alla culla. Se quei piccoli aghi potessero parlare! Forse mi narrerebbero tutta la soave poesia dei pensieri della mamma ancor giovane, mi direbbero che mentre essi correvano veloci e lisci per la fine della tela e per le trine, la mia mamma li accompagnava nel loro lavorio con i sogni, con le speranze più dolci del mio avvenire e con le ansie del suo cuore amante quando le sembrava ch’io non stessi bene così come avrebbe voluto…Chi sa con quanta stanchezza, ma pure con quanta riconoscenza guarderanno il piccolo e tanto benefico strumento, il quale non potrà rispondere loro che con il suo modesto lucicchio!  Chi sa quali parole direbbe d’incoraggiamento, di conforto, se potesse parlare, e quanto magnificherebbe la nobiltà del  lavoro! Se noi lo lasciamo inoperoso l’ago arruginisce, e quindi facilmente si spezza; ed esso  allora ci insegna, con la triste poesia delle cose morte, che se noi per inerzia non facciamo lavorare il nostro spirito, esso non si mantiene sveglio e lucido, ma poco a poco intorpidisce e in lui vengono meno quelle sue nobili potenze che ci conducono al buono e al bello.”

“Calling for Mommy”

“Mamma”, piange mia figlia quando è arrabbiata o dispiaciuta “mamma, mamma, mamma”. John Hart, blogger e scrittore gay di Toronto, proprio non riesce a capire perché sua figlia adottiva possa implorare l’aiuto della madre quando ha bisogno di “conforto e rassicurazione””. Hart, qualche giorno fa, ha affidato il suo sfogo alle pagine di uno dei più noti siti per genitori omosessuali maschi, dove spiega che la bambina sa benissimo che lui è il “daddy”, mentre il suo partner è il “papà”, e allora, si chiede “Da dove salta fuori la questione della mamma?”.

Nell’articolo dal titolo “Calling for Mommy”, il blogger riferisce che la bimba ha tre anni e ha vissuto con loro da quando aveva nove mesi e mezzo. “Immagino che non ricordi niente prima della padronanza del linguaggio, che la rende consapevole di quello che dice”.

Il papà omosessuale non riesce a darsi pace e ricorda così che anche lui da ragazzo ha potuto contare su una madre che ha incoraggiato i suoi interessi e ha provveduto a rassicurarlo quando ne aveva bisogno. “La cena può essere comprata” si legge nel pezzo, “ma queste qualità no”. Eppure, scrive convinto il blogger gay “conforto e rassicurazione non sono un monopolio delle madri, allora perché sembra chiamarne una?”

…Quello dei figli cresciuti all’interno delle coppie omosessuali è un fenomeno abbastanza recente, ma non mancano i primi studi che evidenziano tutta una serie di problematiche.

(Da “Deriva etica”; in “La Verità”, Milano,13 aprile 2017 p. 13)

 

LA MAMMA

UNA VOCE LEGGERA

(P.Bargellini)

“La mamma, stanca, dopo una giornata di lavoro, dormiva nella sua camera.

La finestra era aperta sulla strada, e dalla strada passavano veicoli di ogni specie.

Passavano motociclette scoppiettanti, ma la mamma non si svegliava.

Passavano automobili rombanti, ma la mamma non si svegliava.

Passavano autocarri rumorosissimi, ma la mamma non si svegliava.

Dalla casa vicina, usciva il rumore di una radio con l’altoparlante, ma la mamma non si svegliava.

Gl’inquilini di sopra avevano una festa in famiglia e il soffitto rintronava di tonfi,

ma la mamma non si svegliava.

Ad un tratto, in fondo al corridoio, si udì una voce leggerissima,

che diceva, come un sospiro:

– Mammina!

La donna si destò di colpo e corse al lettino del figlio, che l’aveva chiamata.”

GRAZIE MAMMA!

CIAO MAMMA, CIAO PAPA’, CIAO TUTTI

Brani del Libro di  “Willy Breinholst”

ECCOMI QUI’!

COME SONO BEATO!

“Come sto bene. Potrei vivere qui per sempre. Ho la mia propria circolazione del sangue, e tutto sommato mi sento al settimo cielo. Anche la mamma sta molto meglio. E’ molto calma, ora. E quando la mamma sta calma, anch’io sto calmo; e se mamma ed io stiamo calmi, anche papà sta calmo, e quando tutti e tre stiamo calmi, tutti stanno calmi.

Perciò, noi stiamo calmi. Che paradiso. Tutte le sere, quando la mamma va a letto, papà mi dà delle piccole pacche. Non direttamente. Batte piano sulla pancia della mamma, e mamma dice che è meraviglioso portare un piccolo essere vivente lì sotto il cuore, e papà dice che tutto questo è semplicemente fantastico. Poi le dice di star ben ferma senza parlare, e appoggia l’orecchio sul suo ventre per sentirmi…. Boh!” 

SONO SPAVENTATO

“Sono spaventato. Tutto era così calmo e piacevole, ecco che oggi è successo qualcosa che mi ha reso estremamente ansioso per il futuro. La mamma mi ha portato da una donna chiamata levatrice. State sicuri che mi ricorderò questo nome, e se mai dovesse ricomparire di nuovo farò in modo di non aver niente da spartire con lei. Le girerò la schiena se proverà a impicciarsi ancora una volta di me. Non so perché non mi piaccia, ma non mi piace, ecco tutto. Tremo ancora. Anche se non mi ha fatto niente di male. Ha preso un po’ di sangue alla mamma, poi mi ha ascoltato. Stavo quieto, quieto, osavo appena respirare. Ma quel mio stupido cuore batteva talmente forte che naturalmente lei l’ha sentito subito. Ha detto alla mamma che se avesse potuto sentirne due, di cuori che battevano, io sarei stato gemellare. Io? Gemellare? No, non mi piace proprio.”

ABBASSATE IL VOLUME DELLA RADIO!

“La mamma non ha molti riguardi, e il mio appartamento non è così ben isolato come credevo. Sono diventato molto sensibile ai rumori esterni, se una porta sbatte sussulto, e mi sveglio quando accendono la radio, o quando un cane abbaia. Ma la grande paura è quando la mamma, nel cuore della notte, si alza e comincia a sparare! Lo fa quasi ogni notte, e papà dice che è una pessima abitudine: le è venuta una gran voglia di mangiare una roba che si chiama pop-corn, e alle due si alza e versa una cucchiaiata di granoturco in una padella e si fa il pop-corn, perché dice che non potrebbe dormire senza pop-corn. Quando il mais esplode nella padella fa bang.bang.bang! e io mi sveglio di soprassalto. Ci vogliono dei nervi solidi, a far questa vita!”

SO PIANGERE CON VERE LACRIME

“Ecco, siamo di nuovo nei guai! La mamma piange, è depressa e fuor di sé. Papà cerca di consolarla dicendole che non deve dar retta a quelle favole da vecchie comari. Tutto è cominciato quando la mamma invitò alcune signore a prendere il tè. Parlarono quasi soltanto di me; e una delle signore disse che conosceva una signora che conosceva una signora che aveva avuto la pre-eclampsia. La mamma chiese che cos’era, e la signora disse che era la tossicosi gravidica. Allora un’altra signora disse che aveva un’amica che aveva una sorella che aveva preso la rosolia durante la gravidanza; dopo di questo ci fu un lungo silenzio nella stanza, finché un’altra signora disse che conosceva una signora che aveva sentito di una signora il cui bambino era nato col forcipe. Allora la mamma cominciò a piangere; e non ha ancora smesso.  Quando la mamma piange, ho voglia di piangere anch’io. Smettila, mamma, per favore! Anche papà dice che devi smetterla!

SIAMO PREOCCUPATI PER IL PAPA’!

“Papà è preoccupato del fatto che io e la mamma potremmo non arrivare in tempo alla maternità. La levatrice ha detto che è una faccenda di intuito: non appena i dolori compariranno a intervalli regolari di 5-10 minuti, sarà bene muoversi. La mamma ha detto e ripetuto che non manca molto, ormai; e papà è in uno stato da far pena. Mamma dice che dovrebbe stare calmo, e che lui è l’unica persona di sua conoscenza capace di fumare due sigarette contemporaneamente, mentre la terza si consuma sul portacenere. “Hai un bel dire, ” ribatte lui  “non sei mica tu che diventi padre per la prima volta.”

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CIAO MAMMA, CIAO PAPA’, CIAO TUTTI

P.S = Auguri a tutti i Bambini che cercano inutilmente, per tutta la vita, di ricongiungersi al cuore e alle emozioni della loro mamma e del loro papà! (Nives)

Mamme, papà, figli, nonni…

famiglia

“Consentitemi una digressione: ben strano è l’essere umano, il quale è pronto a scendere in piazza, se sull’etichetta del proprio cereale da colazione c’è scritto Ogm (organismo geneticamente modificato), evidentemente perché con questa manipolazione si è contravvenuto alla naturalità con cui cresce il frumento o la quinoa (pianta erbacea, n.d.r.).

Naturalità che non ha inventato l’uomo, che riceviamo miracolosamente ogni volta che mettiamo un seme nella terra e che se ci ricordiamo di innaffiarlo, la primavera successiva si trasformerà in spiga. Ecco, l’essere umano è disposto a morire purché la spiga di frumento che darà da mangiare ai propri figli, sia solo naturale, incontaminata, e assolutamente non modificata.

…Che lodevole fermezza, che principi, che appassionata difesa di madre natura! Strano che poi per lo stesso essere umano, quando si tratta di famiglia, l’identico concetto di natura e naturalità diventi ingombrante e obsoleto; anzi, su questo argomento l’essere umano di questi tempi sta dando il meglio in termini di fantasia e immaginazione: modificazione del gene e dell’embrione.

Utilizzo, temporaneo, di seme o di ovulo di persone sconosciute per poter fecondare l’ovulo di famiglia fallato o per poter sostituire il seme, sempre di famiglia, inadempiente; affitto, temporaneo, di uteri per poter far lievitare un bel bambino (si può scegliere, non lo sapevate?) che poi verrà accolto da due papà o da due mamme, non è escluso che in un futuro le mamme possano essere anche tre: una mette l’ovulo, la seconda ci mette l’utero e la terza lo fa crescere, di solito la nonna o la tata.” (Giacomo Poretti – da “Mamme, papà, figli, nonni: viva la famiglia non Ogm”)

 

Ritorno a scuola

striscione-viva-la-scuola-colorato-1

“Ritorno alla scuola. M’invita

din…dan…la campana un po’ roca.

Mi sembra d’averla tradita…

Su su, la cartella è già a posto.

scuolabus

Scordato è l’incanto del mare,

scordati gli svaghi d’agosto.

La mamma mi dice: – Su, ometto!

E se anche non parlo, ben sa

che cosa, nel bacio, prometto.

Scuola

Non voglio che accenni, che dica.

Mi sento felice, e la scuola

mi sembra una tenera amica.”

ZIETTA LIU’

insegnanti