Le ali dei doni

La generosità

Pasto-per-i-poveri

“Dai poco se doni le tue ricchezze

ma se dai te stesso tu doni veramente.

Vi sono quelli che danno con gioia

e la gioia è la loro ricompensa.

Nelle loro mani Dio parla

e dietro i loro occhi egli sorride alla terra.

poveri

E’ bene dare se ci chiedono,

ma è meglio capire quando non ci

chiedono nulla.  E per chi è generoso,

cercar il povero è una gioia più grande

che donare poichè, chi è degno di bere

al mare della vita – può riempire

la coppa alla tua breve corrente.

grande-pesca

E voi che ricevete – e tutti ricevete –

non lasciate che la gratitudine

vi opprima

per non lasciar un giogo in voi

e in chi vi ha dato.

Piuttosto, i suoi doni

siano LE  ALI

su cui volerete insieme “.

(Gibran)

Il Volto ritrovato

Ai piedi del Crocifisso di Punta Corvo

Volto Santo

“Rimasi letteralmente affascinata – alcuni anni fa, nella semioscurità della piccola cappella esagonale ricavata nel XVII secolo dai resti della primitiva chiesa, a Bocca di Magra – da quello sguardo troppo umano, da quegli occhi traslucidi, come cornee vere, che guardano a noi pieni di paterna comprensione, di autorevole consolazione e misericordia.

Solo uno sguardo così magnetico, inquietante, vivo, inarrivabile per un artista abile solo di scalpello, può ingenerare la leggenda di uno scultore speciale, Nicodemo, non sua sed divina arte, testimone diretto, e di una provenienza misteriosa, dal mare, da Jaffa.

Il Cristo ha un volto bellissimo, sereno dai tratti semitici per il naso aquilino, la fronte ampia, i capelli lungi divisi a metà, i mustacchi divergenti sulle labbra socchiuse, una strana barba a due boccoli a spirale che lascia libera la curva del mento.

Non è l’iconografia gotica del Cristus patiens e neppure quella più antica del Cristus Triumphans sulla morte, inchiodato alla croce, a occhi aperti: è la figura di un uomo intatto, in posizione di crocefisso.

Appare solenne, miracolosamente sospeso nell’aria, risorto. Non ha stimmate nelle mani perfette, aperte ma staccate dalla croce, né tanto meno nei piedi separati, che pendono dall’abito talare verticali, un po’ asimmetrici, sciolti, calzando straordinarie babbucce crociate d’oro. Le stesse che per i secoli poi indossarono i papi (nel Museo di Asolo sono conservate quelle di Pio X) e che, d’argento, calzarono nel ‘600 (ora sono al Museo del Duomo) i piedi nudi del Volto Santo di Lucca, inchiodati e separati.

Babbucce del Cristo tunicato

L’abito talare ha maniche e busto torniti in pieghe corpose e semplici: non è l’abito che ci deve colpire, ma l’umanità-divinità del Cristo.

Purtroppo, in mostra, l’inadeguata illuminazione laterale “spegne” il volto di Cristo, che sembra avere gli occhi chiusi, non consentendo di cogliere quella mutevole, intensa espressione che gli è propria.

…A proposito  del Volto Santo di Lucca: nella Relatio di Leobino si legge come nel 782 il leggendario Cristo di Nicodemo sia approdato a Luni, trasportato dalla Palestina alla costa tirrenica dalle correnti marine; ivi giunto, avrebbe opposto tenace e miracolosa resistenza a sbarcarvi, accettando infine il trasferimento a Lucca.

E se la scultura di Nicodemo fosse invece identificabile con quella di Bocca di Magra?

Clario Di Fabio scrive: “Il Crocifisso del Corvo, che di sicuro rientra nella tipologia del Volto Santo lucchese, con altrettanta certezza non può essere creduto copia di quello, almeno nel senso odierno del termine. Intanto perché ha buone probabilità di essere anteriore, poi perché nelle sue forme non si ravvisa affatto la volontà di imitarne lo stile e nemmeno alcuni importanti dettagli iconografici”.

Coincidenze? Una miniatura del Codice Rapondi (1410) effigia Nicodemo ai piedi del suo Crocifisso “calzato”! La prima dedica della chiesa di Punta Corvo “In onorem Dei et vivifice Sancte Crucis et beatissimi Nichodemi confessoris) era fatta proprio a Nicodemo, il fariseo che conobbe Cristo, lo difese e seppellì. Divenuto leggendario scultore, ne tramandò l’immagine più vera e ispirata.

Cristo e Nicodemo

Tanti grandi crocifissi da centro navata vennero addobbati di vesti in periodo barocco, e coronati come Cristo Re, ma nessuna “vestizione”  è riuscita a ledere l’opera o a smorzare la forza magnetica di questo Volto umanissimo di Cristo che si stacca dalla croce, levigata, guardandoci solenne e compassionevole.

Mai si è reso più serenamente credibile l’evento più misterioso e centrale del messaggio cristiano, quello della morte e Resurrezione di Gesù.”

 (Maria Antonietta Zancan)

(Gigantesco, sovrumano – 270 per 260 cm. – di Cristo scuro,

il Crocifisso tunicato dell’antica chiesa di Santa Croce e Nicodemo)

Piccole mani

Chiesa di Torcegno-Tn

L’episodio è ancora vivo dopo tanti anni. Ha superato la guerra. Il paese dove è avvenuto è stato letteralmente distrutto e i suoi poveri abitanti sono andati profughi per la Penisola. Non erano rimasti in piedi che la chiesa ferita e il campanile  a custodir, malinconico e muto, la sua vecchia malata.

Prima guerra mondiale

Eppure, rifatto il paese, tornati quelli che potevan tornare, il ricordo si ricompose e brillò semplice e grande. Rientrò nelle case risorte, l’appresero i fanciulli che allora erano bimbi, gli uomini che erano alla guerra. Battezzò la rinascita del piccolo paese, confortò l’asprezza della ricostruzione, benedisse i nuovi vivi. Divenne l’aureola della seconda vita, il dono che Dio aveva aggiunto a quello della pace e della redenzione. Quell’episodio ha poi occupato le cronache perché il protagonista di esso, fatto uomo, è tornato al paese a sciogliervi un voto.

Torcegno-Valsugana

Siamo a Torcegno, piccolo villaggio sopra Borgo Valsugana, nel Novembre del 1915. Serrato fra due linee nemiche, soggetto al fuoco delle opposte artiglierie dei  forti austriaci e italiani, praticamente isolato da tutto il resto del mondo, soldati in terre lontane tutti i suoi uomini, come e dove soleva mandarli l’Austria, razziato il suo bestiame, requisito tutto il requisibile, sospeso ogni pagamento di salari, di pensioni, di sussidi militari, incendiate le cascine, vuote le botteghe di viveri e medicinali, Torcegno può dire di aver vissuto il martirio più angosciato e più ignorato. Mai agonia di villaggio fu più angosciosa e crudele. L’Austria, dopo aver portato via tutto ciò che poteva servirle, abbandonava i vecchi, le donne e i bambini alla loro sorte.

B-9804-torcegno

Gli Italiani non erano ancora arrivati a Torcegno. Il 9 novembre l’Austria internava anche il parroco, don Vito Casani  sospetto di italianità. Rimaneva don Guido Fanzelli,  cappellano, ma le notizie che arrivavano delle pattuglie di gendarmeria dicevano che presto sarebbe stato arrestato anche lui. Un mattino infatti, il 13 novembre, vengono a prenderlo, e se lo portano via. Il paese resta senza cura d’anime. Due giorni prima l’arresto, don Fanzelli, che presentiva la propria sorte, pensò chi avrebbe potuto somministrare l’Eucaristia ai devoti che, massime in quei giorni, vi s’accostavano quotidianamente, unico conforto ai loro strazi, senza contare i malati e i feriti che ogni giorno aumentavano.

V’era fra i bimbi di Torcegno  un frugolino di sette anni, vivace, ma non birichino, intelligente, ma semplice, buono, che frequentava con particolare compiacenza le funzioni religiose. Don Fanzelli lo prese e gli disse:

-Se qualcuno dovesse chiedere la Comunione, tu aprirai con queste chiavi il Tabernacolo e somministrerai la Sacra Particola, dicendo queste parole. Le tue mani sono pure, sono le uniche degne di toccare il Signore.- E gli consegnò una breve preghiera trascritta. Il fanciullo si chiamava Almiro Faccenda, ed era figlio di due umili boscaioli. Il padre era soldato in Germania. La madre,una sorellina e un fratello più grande di lui, soffrivano a casa.  Almiro accettò senza tremare il gran compito. Non ne fu scosso.

L’indomani le cose precipitarono: avanzavano gli italiani, avanzavano gli Austriaci. Il povero paese era sotto fuoco.  Il Pasubio, la Panarotta, erano due vulcani. Vi fu chi pensò alla occupazione ormai imminente. Con la fantasia accesa dal terrore qualcuno andò oltre: pensò alla chiesa profanata, alla piccola e quieta casa del Signore invasa da soldati che avrebbero devastato l’altare, disperse le Sacre Ostie.

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La popolazione supersiste si riunì in chiesa di notte e domandò la Comunione generale. All’alba il piccolo Almiro, vestendo un bianco camice, aprì il Tabernacolo e comunicò tutti, mentre intorno e sopra la casa di Dio piombava l’ira degli uomini. La funzione durò poco meno di un’ora. Verso il mezzogiorno gli Italiani occupavano il paese per avviare – prima cura – donne e bambini verso l’interno. Partivano tutti, anche il bimbo dalle mani pure, le quali, fuor di ogni liturgia, avevano toccato il Signore. Si racconta che,subito dopo la funzione, Almiro non sapesse dove tenere la sua piccola mano ruvida e scura e chiedesse alla maestra:

– Che ne farò adesso di questa mano? –

– Fa che essa non faccia mai male a nessuno – disse ella. E gliela baciò. (G. CENZATO)