Pianeta Terra

“Ogni pianta che si prepara a fiorire è un fenomeno straordinario: è una nota di perfezione, una strofa d’oro nel poema della vita. Forse l’albero della magnolia fu il primo ad esprimere un fiore; uno solo e bianco con profumo di anemoni e di zagare. Poi i fiori si sono moltiplicati e i colori dal bianco, si sono variamente dipinti; quel profumo delicato apparso per la prima volta non tardò a sciogliersi in una variazione mirabile di fragranze.

Allo schiudersi dei  fiori, insieme con le infiorescenze ricche di nettare e di polline, sono comparse le farfalle dalle ampie ali colorate, e coorti di api e di insetti alati ancora oggi fanno a gara nel favorire la fecondazione volando di fiore in fiore.

La sinfonia dei colori va dal turchino al giallo, dal violetto al bianco, dal rosso purpureo all’amaranto, diversi nello stesso fiore. Se guardi nel fondo del calice del tulipano, rimani sorpreso: qui gli òrafi hanno appreso per la prima volta come il nero dia risalto all’oro. Alla sinfonia dei colori risponde una sinfonia di profumi.

Entro le erbe si annidano spesso fiorellini quasi invisibili dall’intensa anima odorosa che si rivela soltanto quando li calpestiamo. Gara di profumi e di colori in un prato e gara di piccoli esseri volanti (api, bombi, ditteri, coleotteri, farfalle) che vanno e vengono. Fiore  e insetto, sono forme viventi tanto diverse, eppure così legate tra loro. E’ la legge della vita…

Mentre tutta la creazione canta le meraviglie dell’universo, un vero “olocausto” ambientale sta avvenendo sotto gli occhi di tutti; la distruzione della natura, creatura di Dio, avviene in sfregio al Creatore e autore ne è l’uomo stesso, il quale invece dovrebbe difenderla per il bene comune. Il tempio della natura oggi appare devastato, frantumato, con l’ascia e con la scure…bruciato…distrutto; l’uomo, inebriato dall’orgoglio di sentirsi dominatore ed esaltato dal mito del progresso, aggredisce in modo irresponsabile le ricchezze della Terra. “Dove sono i placidi paesaggi della mia infanzia? Dov’è il silenzio della mia terra natìa?

Dove sono i fiori che raccoglievamo lungo il torrente quando eravamo bambini? Dov’è il bianco della neve? Vive soltanto nei dipinti? Il volto della Terra è simile a quello di un essere umano.

La Casa di Claude Monet

Non dimenticare che sei soltanto il viaggiatore su questo pianeta e che niente ti appartiene” (Ivan Lakovic, pittore jugoslavo).

Laghetto di Claude Monet

Nel corso dei secoli, la natura è stata via via considerata dall’uomo come forza sacra, come potenza minacciosa, come madre-padrona, come oggetto da usare e di cui abusare. Se l’uomo un tempo appariva minacciato dalla natura, ora è la natura stessa a essere minacciata dall’uomo, il quale plasma con le sue mani un mondo sempre più artificiale, e non sa più ascoltare il linguaggio genuino del creato.”

(Angelo Viganò – Da: “Pensieri per l’estate” – p. 42)

 

(Foto personali scattate nell’ottobre 2017, a Giverny – Francia)

Castelli in aria

“Guardate come il vento, con le sue carezze ora lievi ora affannose, consola la prigionia degli alberi, come dolcemente muove foglie e fiori e rami per far dimenticare la perpetua schiavitù che lega il tronco al suolo con le funi forti delle radici. L’aria crea nelle piante l’illusione di moto e della negata libertà.

 

 

 

 

 

 

 

L’aria non è così fievole, cedevole, sfuggevole come i semplici credono. Sopra il solido terreno dell’aria noi tutti fabbrichiamo le più ospitali abitazioni del mondo, le più umane e sovrane architetture. Sono i “castelli in aria” unica proprietà inalienabile e inalterabile dei poveri. I “castelli in aria” son fatti della stessa preziosa materia dei sogni, dunque eterni e, talvolta, divini. Non sarebbero più saldi se fossero fondati sulla roccia.

 

Le nuvole si smagliano, i cumuli si sfaldano, i cirri son mangiati dal sole ma i nostri castelli s’innalzano assai più su, nella purezza libera dell’aria superiore, con torri che toccano le stelle, con porte che si spalancano sull’infinito.”

 

 

(Da”La Badia”, a cura di Nicola Lisi, Pietro Parigi, Giorgio La Pira. Ed. Fiorentina, Firenze, 1992, p. 176)

leggende delle Dolomiti

dolomiti
Lastòj del Formìn
pascoli e boschi
profonde gole, ombreggiate d’abeti

Le nozze di Merisana”

“Nella Val Costeàna, che scende da Falzàrego verso Cortina, si alternano pascoli e boschi; e sopra le vette immobili delle foreste di làrici l’imponente Tofàna innalza le sue grandi pareti piatte. Dalla parte della valle le svelte torri della Croda de Lago guardano dall’alto profonde gole, ombreggiate d’abeti. E’ questo uno dei più bei luoghi delle Dolomiti: libero si spinge lo sguardo fino al muraglione dei Lastòj del Formìn, l’altipiano incantato dal quale in tempi lontanissimi scescero i Lastojères; le cime dei làrici, lievemente mosse dal vento, sembrano sussurrare misteriose storie di meraviglie da lungo tempo scomparse.

La più bella vista si gode da una collinetta erbosa, sulla quale si trova una capanna rovinata, il Casòn dai Caài; un tempo la collina si chiamava Col de la Merisana. poco lontano scorre il Ru de ra Vèrgines, il Torrente delle vergini: i vecchi Ampezzani raccontavano che al torrente era stato dato quel nome perchè era abitato dalle Ondine. D’estate, sul mezzogiorno, esse uscivano volentieri dall’acqua e venivano a passeggiare sul Col de la Merisana. tutte vestivano di colori chiari; ed era un piacere vederle passare, lievi e graziose nella luce del meriggio. Ma dopo la costruzione del Casòn dai Caài nessuno le ha più vedute.

Quelle gentili abitatrici delle acque e dei boschi ebbero una volta una regina, che si chiamava Merisana. Ella possedeva tutto quel che poteva desiderare: erbe e fiori, cespugli e alberi s’inchinavano a lei e ubbidivano al suo cenno, le onde si abbassavano quando ella si avvicinava alla riva; e la sua sovranità si estendeva dal monte Cristallo fino alle montagne azzurre dei Duranni. Eppure, Merisana non era felice: il pensiero che vi fossero sulla terra infinite creature sofferenti, l’impossibilità di aiutarle e di alleviare le loro pene rattristavano il suo cuore pietoso, e la rendevano incapace di godere tranquillamente della sua fortunata esistenza.

Ora accadde che il Rèi de Ràjes (il Re dei Raggi), sovrano di un grande e splendido regno che si estendeva dietro l’Antelao, trovandosi a passare per la val Costeàna, si fermò a riposare sulla sponda del Ru de ra Vèrgines; e guardando nell’acqua chiara del torrente, scorse per un momento la bella Merisana. Credette d’aver sognato a occhi aperti, perchè non conosceva l’esistenza delle Ondine, che vivono nell’acqua; e tuttavia fu profondamente colpito dalla soave bellezza di quell’apparizione. Proseguì il suo cammino e tornò a casa, portando sempre fitto nella mente il ricordo della deliziosa visione.

V’erano nel suo regno molte fanciulle squisitamente belle, ma nessuna piaceva al re: alla bellezza dei loro volti mancava quell’espressione di bontà e d’infinita dolcezza che egli aveva letto sul viso gentile di Merisana e che aveva, più d’ogni altra cosa, toccato il suo cuore. Un anno intero passò, senza che egli potesse dimenticarla.

Un giorno il Rèj de Ràjes parlò della fanciulla veduta in sogno – così egli credeva – con il re dei Lastojères, presso il quale si trovava in visita. Il re dei Lastojères gli disse: “Tu capiti nel nostro paese sempre di mattina o di sera: Vieni una volta sul mezzogiorno e vedrai la bella Merisana, in carne e ossa, passeggiare sui prati.”

La dolce apparizione era dunque una persona viva e vera e non una creazione della sua fantasia. Il Rèj de Ràjes fu felice di questa scoperta. Il giorno seguente, a mezzogiorno, andò a cercare Merisana, la trovò e le parlò. E il settimo giorno, a mezzodì, le chiese la sua mano. Merisana rispose che sarebbe stata contenta di sposarlo, ma che non poteva celebrare le sue nozze finchè ci fossero nel mondo tanti infelici.

“Prima di sposarmi, disse, devo trovar modo di rendere liete tutte le creature viventi: nessun uomo deve più bestemmiare, nessuna donna lamentaersi; i bambini non devono piangere, gli animali non devono soffrire; voglio che tutti si sentano felici. Se tu riesci a esaudire questo mio desiderio, io sarò tua.”

Il re se ne andò molto rattristato; perchè, pur essendo sovrano potente di un vastissimo dominio, gli pareva molto difficile riuscire a rendere felici tutte le creature viventi. Interrogò i suoi savi consiglieri, ma essi gli dissero che la condizione era impossibile a soddisfarsi.

Dopo aver molto pensato, il re torno da Merisana e la scongiurò di rinunciare al suo desiderio, o almeno di limitarlo. Merisana ne fu addolorata: però finì col rassegnarsi, e disse che le sarebbe bastato che tutti fossero lieti il giorno delle sue nozze.

Il re tornò a casa non troppo rassicurato, perchè temeva che anche questa condizione fosse irrealizzabile. I suoi consiglieri la pensavano come lui: “Un giorno intero! esclamarono! E’ assolutamente impossibile.”

Il re tornò da Merisana e le fece comprendere che, anche così ridotto, il suo desiderio non poteva essere esaudito. Merisana divenne molto triste. “Neppure un giorno! sospirò. E io pensavo che fosse tanto poco.” Ma alla fine si rassegnò e disse che si sarebbe contentata del mezzogiorno. “Il mezzogiorno, disse, è l’ora che mi piace più di ogni altra ora. A mezzogiorno ci sposeremo, e tutti per un’ora saranno felici: uomini e animali, alberi e fiori.”

Il re se ne andò per la terza volta, ma non più triste, perchè sperava che questa condizione non fosse impossibile. Infatti i consiglieri, interrogati, diedero parere favorevole. E poco dopo, uomini e animali, alberi e fiori ricevettero la notizia che nel prossimo giorno delle nozze del Rèj de Ràjes con Merisana, a mezzogiorno, ogni loro sofferenza, dal più grande dolore al più piccolo fastidio, sarebbe stata alleviata.

Tutti si rallegrarono e innalzarono inni di lode alla buona Merisana.

E per esprimerle la lorogratitudine, decisero che le piante avrebbero fatto sbocciare i loro fiori più belli e gli uomini e gli animali li avrebbero raccolti per portarli a lei.

Nel giorno delle nozze v’era una quantità così smisurata di mazzi di fiori, che Merisana e le sue donne non sapevano più dove metterli. Allora due nani, venuti dal bosco Amarida, dissero che con tante fronde e tanti fiori si poteva fare un albero: e fece il làrice.

Apparve subito però che la nuova pianta non aveva vigore vitale, poichè rapidamente appassiva. Allora Merisana disse che avrebbe volentieri sacrificato il suo velo di sposa per far vivere l’albero nato nel giorno delle sue nozze e a lei dedicato; e lo avvolse con il lungo velo, che era trasparente. Subito il làrice cominciò a germogliare e inverdire; e il velo, fatto verzura, visse e crebbe con la pianta.

E’ un albero strano, il làrice. E’ una conifera, e ne ha tutto l’aspetto; ma i suoi aghi non sono sempre verdi come quelli delle altre conifere, e in autunno ingialliscono e cadono come le foglie degli alberi latifogli: questo accade appunto perchè è un albero fatto con piante d’ogni specie. E quando, in primavera, il làrice comincia a destarsi dal sonno invernale, è facile distinguere intorno ai sui rami, rivestiti di teneri sottilissimi aghi, il tessuto lieve del velo da sposa.

Nella parte della val Costèana esposta al sole, sulla collinetta erbosa di faccia alla Croda de Lago, furono piantati i primi làrici; e alla loroombra dolce e odorosa, in cui sembrano spirare tutte le delizie del bosco, nella quiete solenne del mezzogiorno, si compirono le nozze del Rèj de Ràjes con la soave Merisana. V’era nell’aria un insolito splendore di festa; sulle valli e sui monti si stendeva una pace infinita e le ardue vette delle Dolomiti brillavano di gioia nella luce dell’estate. Tutte le creature si sentivano felici, perchè in tutti palpitava un comune sentimento di riconoscenza e d’amore.”

(Carlo Felice Wolff)

I MONTI PALLIDI

(quindicesima edizione)

Ieri ho trascorso l’intera giornata in questo reale e fantastico luogo!

L’aria, il sole, la luce, il silenzio, la pace, le rondini, le pecore…

i fiori, il cielo, l’acqua, le nuvole….

Non mancava nulla…sopratutto a mezzogiorno!

Mi sembrava d’esser….alle nozze di Merisana!!!