Mamma chioccia

La chioccia (Giovanni Cena)

“La chioccia empiea di gridi la radura,

ché aveva scorto la vivanda ghiotta,

e i pulcini correan, avidi, in frotta,

quand’ella vide in ciel la macchia scura.

Grifagno roteò su la pastura

il falco, e scese, l’ali chiuse, a rotta:

ella aspettò, stridendo, irta, la lotta,

sopra i pulcini muti di paura.

O ire generose! Ma ghermita

rapidamente dentro l’unghie ladre

ascende nel tranquillo azzurro e spare.

Guardano in alto le pupille ignare.

Ed io che vidi, ho l’anima smarrita,

e, ricordando, gemo: “Madre, Madre!”

TRACCE:

Video di YOU TUBE

Poesia tratta da LA PRORA – Antologia italiana (L. Bianchi – V.Mistruzzi) –

Risveglio

“C’è tanto cinguettar d’uccelli

stamattina, tutt’attorno.

E, mentre il giorno s’apre a fatica

un varco tra le nubi,

quasi par che l’incanto

della verde campagna,

sceso dalla montagna,

sia straripato giù per la città.

Dagli alberi dei parchi,

dai lecci dei viali,

dai filari di bossi e biancospini,

uno squittir di cicaleggi, si leva,

un tramestìo di piccoli piedini,

un sommesso gridìo: quasi

un allegro cianciare di comari.

A frotte,

su le piazze e le ville,

s’inseguon le rondini,

fin sopra le terrazze delle case,

e i vicoli piccini.

Rasentan le grondaie,

i tetti ed i camini.

Scendono, salgono, planano,

discendono: si posano sui nidi

e poi ripartono.

e l’aria è tutta un fremito di stridi.

Ruderi, antri semibui,

macerie e muri in pericolo,

e qua e là qualche capanno

coperto di latta e di stracci.

Volti macilenti di vecchi,

volti tesi di adulti,

volti diafani di bimbi;

e sopra, dardeggiante,

lo stesso sole

che illumina le case dei ricchi.

Un sordo rancore

matura adagio tra le macerie.

I nervi paiono rompersi

per la tensione e l’impotenza.

I colpi di tosse degli innocenti

sono sommersi

dal rombo delle macchine

che sfrecciano,

al di là dello steccato.

Gli anni passano:

lenti ma passano.

Resta, della guerra,

questa nostra vergogna:

di non trovare l’amore che occorre

per sanare le ferite dell’odio.”  (Giovanni Pastorino)

TRACCE:

Poesia tratta dalla pag. 10 del Libro “Il Seme è per sempre”

1957 – Il Seme compie sessant’anni – 2017

Video tratti da YOUTUBE

Se la Primavera

“Se la primavera non venisse che una sola volta nel corso della vita, se il sole si levasse e tramontasse una sola volta all’anno, se un arcobaleno apparisse una volta per secolo, se i fiori fossero come i rubini e i diamanti…oh! come tutto sembrerebbe meraviglioso!” (Lubbock)

“La natura, il vicario di Dio onnipotente.” (Geoffrey Chaucer)

PRIMAVERA

“Stanotte s’è messa in cammino

la Primavera.

D’intorno, sul capo, le svaria

un velo di stelle turchino.

Il suo profumo è un sospiro

diffuso sui freschi giardini.

La terra non ha più confini,

il mare non ha più respiro.

L’alba sorride cogli occhi

dalle lunghe ciglia di cielo.

Vibra negli orti ogni stelo

come se una mano lo tocchi.

Le strade hanno tenui tremori

di verde lungo i fossati.

Gli alberi si sono svegliati

con bianche ghirlande di fiori.” (Giuseppe Villaroel)

Conforto di primavera

“In questi giorni, o cuor, ti riconforta,

anche lo spino le sue rose porta.” (Giovanni Lodovico Uhland)

Stupore e inquietudine

GIOVANNI PASTORINO

“Sotto la neve ogni vita sembra scomparsa. Eppure milioni di gemme e di semi sono lì nel buio, in attesa della primavera. Ed è proprio la neve che li salva dal gelo inesorabile. Senza di esso, i nostri prati non si coprirebbero di fiori al ritorno della primavera: o, perlomeno non di quelli più belli e delicati.

La stessa cosa accadde per l’anima umana. La sofferenza i drammi, il buio tempo della prova sono condizione della nostra fecondità interiore. “Ad un selvaggio che non sapesse nulla di fotografia, parrebbe irragionevole che le negative si dovessero sviluppare al buio”. Il dolore e la sofferenza sono la camera oscura di Dio.

Il dolore, scrive il Sacchetti, fa nell’anima quello che fa nella terra l’aratro: la ferisce, la strazia, la rivolta sottosopra: ma, con ciò stesso, le dona la vita, vigore, fecondità.”

(Tratto da “Il seme è per sempre” – p. 69)

Teneramente…l’eternità

 

 

“Teneramente l’eternità

diffonde l’amore

come la luna riversa i suoi raggi

sul mandorlo in fiore.

Teneramente l’eternità

porta la speranza

quando i nostri occhi

cercano nei suoi

una rotta sicura,

quando ti parla

con parole indifese

dal silenzio incantato.

 

Teneramente l’eternità

nutre la vita,

donando la luce di un’alba intatta

ai primi occhi che la guardano.

(Luigi Verdi)

 

Marzo

Marzo

“Marzo, che mette nuvole a soqquadro

e le ammontagna in alpi di broccati,

per poi disfarle in mammole sui prati,

accende all’improvviso, come un ladro,

un’occhiata di sole,

che abbaglia acqua e viole.

Con in bocca un fil d’erba primaticcio,

Marzo è un fanciullo in ozio, a cavalcioni

sul vento che separa due stagioni;

e, zufolando, fa, per suo capriccio,

con straffotenti audacie,

il tempo che gli piace!”

(ARTURO ONOFRI)

Le margheritine

“Era d’aprile. I monti, tutto intorno, ancora coperti di neve, scintillavano come se, durante la notte, vi fossero nevicate sopra tutte le stelle. Il cielo era di un azzurro fresco e tenue; i prati, in fondo alla valle, già belli e verdi, si andavano popolando di peschi in fiore, di susini in fiore, di viole, di margheritine.

Ora avvenne che nel prato delle margheritine andò a passeggiare la Madonna con in braccio il Bambino Gesù. Essa aveva sulle spalle un manto azzurro ancor più delicato di quello del cielo. Il suo volto e le sue mani eran candidi come la neve. Il Bambino portava una veste rosea come i fiori del pesco.

Appena essa fu in mezzo alle margheritine, queste spalancarono gli occhi per la meraviglia: il prato fu in breve un solo battere di ciglia radiose. Le margheritine non avevano mai visto una così bella mammina, né un bimbo così grazioso. Avrebbero ben voluto domandarle chi mai fosse e donde venisse, ma non osavano; e rimanevano lì, con la domamda in gola. Alla fine, una si fece coraggio e disse timidamente.

“Chi siete voi, o signora?”

I cento occhietti intorno brillarono di curiosità e di gioia. Una farfalla intanto venne a volare intorno a Gesù. Un ruscello nascosto rideva, da lungi, nel silenzio luminoso. Tutta la campagna invece taceva, sospesa.

E la bella signora rispose, con la sua voce soave:

“Io sono la Madonna, la madre di Gesù.

Allora le margheritine, piene di meraviglia, furono felici come non erano state mai. Ma già la Madonna si allontanava lenta lenta, senza piegare l’erba sotto i suoi piedi.

Essa giunse, così andando, su una collinetta ove fioriva un altro popolo di margheritine. Qui fu lei a domandare a voce bassa, quasi in segreto, in modo che nessuno intorno udisse:

“E voi lo sapete chi sono io?”

“Ma certo lo sappiamo: tu sei la Madonna, e questo è il tuo figliuolo Gesù – risposero esse in coro, come uno stormo di bambine contente.

Allora le prime margheritine, quelle che non avevano riconosciuta la Madonna, si fecero tristi tristi, e diventarono rosse dalla vergogna. Da quel giorno in poi vi sono al mondo margheritine bianche e margheritine rosse, le une più belle delle altre, tutte fatte per la gioia di noi, poveri uomini.”

(GIUSEPPE ZOPPI)

Dall’Antologia italiana LA PRORA – volume primo – Edizione 1961