Internati Militari Italiani

http://www.lager.it/imi_italiani.html

GRAZIE PAPA’

Grazie per il tuo “no”.

Grazie per la coraggiosa Resistenza non violenta.

Grazie per la tua Fede, Lealtà e Amor patrio.

Grazie per il Lavoro compiuto 

fino allo stremo delle forze…

in favore della Libertà della nostra ITALIA!

Non ti sei mai sentito un’eroe

Ma fiero sì!

Per aver compiuto fino in fondo

il tuo Dovere!

Grazie…a nome mio e dei miei Figli!

(8 Settembre 1943 – 25 Aprile 1945)

rosa rossa

Resistenza esistenziale

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ETTY HILLESUM

Il padre, Louis Hillesum, professore di lingue classiche, era direttore del ginnasio municipale di Deventer. La madre, Rebecca Bernstein,un’ebrea di origine russa, era emigrata dal suo paese natale in Olanda nel 1907 in seguito a un pogrom. Etty era la maggiore di tre fratelli. Micsha, il più giovane, dotato di un grande talento musicale che lo fece conoscere come uno dei maggiori pianisti olandesi dell’epoca e Jaap, di due anni più giovane di Etty, anch’egli molto dotato: a diciassette anni scoprì l’esistenza di una vitamina che gli consentì di frequentare i laboratori medici ancora studente, molto prima di diventare medico. Saranno tutti deportati ad Auschwitc il 7 settembre 1943.

Nella storia eccezionale di questa giovane donna ciò che colpisce e attrae innanzitutto è l’essere umano che scrive. Etty Hillesum (ha ventisette anni all’epoca dell’occupazione e muore due anni dopo) offre il raro esempio di una persona che incarna la virtù morale proprio nel momento in cui il mondo le sta crollando intorno. Nella disperazione più buia, la sua vita risplende come una gemma. Etty fa il possibile per ricreare l’armonia nell’ambiente che la circonda, dapprima occupandosi degli esseri che le sono vicini, poi andando a lavorare a Westrbork. Nonostante tutto non se la sente mai di predicare, perché prima che con gli altri è esigente con se stessa. Ha fatto suo il precetto di Marco Aurelio e scrive nel suo diario: 

“Per il momento farei meglio a tacere, e a essere”

(da “Umanità nei Lager nazisti” – L.F.Ruffato/P.Zanella)

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“Anche nelle situazioni estreme, persino in un Lager, è possibile sperimentare la felicità di essere vivi” (Imre Kertész, Nobel per la letteratura, deportato ad Auschwitc a Buchenwald)

Ospedale all’Angelo

Da alcuni giorni, mio cugino Graziano, 59 anni, è ricoverato presso il nuovissimo e famoso Ospedale all’Angelo di Mestre-Venezia

Dalle immense vetrate….guardavamo insieme il cielo stellato….e la luna d’argento;… la città imbiancata di gelo e….e lo stagno ghiacciato.

Una grave patologia cardiaca, ha compromesso tutti gli organi vitali. Ma il suo tenace cuore, ormai sfinito, ha cessato di battere..

in una notte boreale, mentre un velo meraviglioso e iridiscente, ricopriva la terra di Norvegia.

Oggi a Mestre nevica! Mentre un vento tormentoso (él visinéo)…ci parla di una lotta, tra la vita e la morte!

Graziano è in sala di rianimazione…perchè il suo cervello vive!!!!

Ogni suo organo vitale..ora viene “purificato”da macchine efficacissime che “pompano vita” e assorbono intossicazioni accumulate!

Graziano è in attesa d’un TRAPIANTO DI CUORE!

E’ in coma farmacologico….ma sa…che tutti fanno il tifo per LUI…( Sì! Anche l’ANGELO…guardiano dell’Ospedale!)

MIO PADRE E’ STATO UN “IMI” (internato militare italiano)

“I militari italiani nei lager” – Agli internati militari italiani (IMI) in Germania fu offerta l’opportunità di un’immediata liberazione, se avessero accettato di collaborare con i tedeschi e con la Repubblica sociale di Mussolini. Non sappiamo con precisione quanti IMI fecero la scelta di mettersi al servizio del Reich o del nuovo Stato fascista; in un caso – il campo di Bjala Podlaska, nella Polonia orientale, che ospitava circa 2500 ufficiali e un centinaio di soldati – quasi tutti scelsero di aderire alla RSI. AL CONTRARIO, nel lager di Luckenwalde (Germania), dei 16000 IMI presenti, accolsero l’appello solo 15 soldati e un ufficiale. A Sandbostel 70 su 8000.  A Wietzendorf 50 su 5000.  Nel complesso è legittimo affermare che l’adesione alla RSI e l’ingresso nelle SS, fu un fenomeno relativamente ristretto : 50-65000 internati, cioè un 10% al massimo, dei prigionieri. Una delle situazioni più difficili da sopportare fu quella in cui si trovarono coloro che furono condotti a Mittelbau-Dora, un gigantesco impianto industriale sotterraneo, costruito all’interno delle montagne dello Harz, a circa 70 chilometri da Buchenwald e Weimar. Dei 60000 detenuti che vi lavoravano tra il novembre 1943 e l’aprile 1945, circa un terzo morì. La stessa percentuale di morti si ebbe tra i 1300-1500 deportati italiani (politici e militari).

“Non muoio neanche se mi ammazzano!” (Giovannino Guareschi). In un lager nazista, nell’autunno del 1943…lo stato d’animo, la forza di volontà, la disperata speranza di un uomo che, come tanti militari del Regio Esercito, in un momento tragico della storia del paese, fece una scelta di coscienza e non di convenienza, e pagò un prezzo molto alto….ma non perì. La disumanizzazione, la trasformazione di persone in non persone, in esseri animati ma non umani, non è sempre facile se di fronte ci sono individui capaci di opporre una certa resistenza interiore. Giovannino scriveva articoli, considerazioni, riflessioni e li andava a leggere di baracca in baracca, facendo ora sorridere, ora commuovere i compagni di Lager. Si resisteva, si andava avanti nonostante tutto e tutti. I soldati chiamati IMI, erano qualcosa di indefinito, non erano tutelati dalle convenzioni internazionali, erano ignorati, abbandonati, soli con i loro ideali, con la loro sofferenza derivante dalla scelta di coscienza che avevano fatto. Pativano fame, freddo, pidocchi, tifo, dissenteria, nostalgia, lavoravano gratuitamente nelle miniere, eppure cercavano di vivere, non di sopravvivere, e si aiutavano, si difendevano. Per resistere nacquero i giornali parlati, le lezioni, le conferenze, il teatro,, la musica.