Dignità della materia

 

“Quella bellezza che non sanno creare né la natura né l’arte,

e che si dà soltanto quando queste due s’uniscono;

quando all’abborracciato e spesso ottuso lavoro dell’uomo

viene a dar l’ultimo colpo di cesello la natura,

e allegerisce le masse pesanti, toglie la cruda regolarità

…conferisce un meraviglioso tepore a ciò

che fu concepito nel gelo della spoglia, rigida esattezza.”

(Nikolaj Gogol’)

Lamentazioni

“E’ stata abbandonata da tutti la città

prima tanto popolata…

I suoi bambini sono fatti prigionieri,

camminano spinti da nemici…

I sacerdoti sono morti nelle città

mentre cercavano un po’ di cibo per

sopravvivere…

I tuoi profeti ti hanno annunciato soltanto

 messaggi inutili e illusori.

La bontà del Signore non è finita, il

suo amore continua, la sua bontà si

rinnova ogni mattina.”

(Lamentazioni cap. 1 e 2)

Mamme, papà, figli, nonni…

famiglia

“Consentitemi una digressione: ben strano è l’essere umano, il quale è pronto a scendere in piazza, se sull’etichetta del proprio cereale da colazione c’è scritto Ogm (organismo geneticamente modificato), evidentemente perché con questa manipolazione si è contravvenuto alla naturalità con cui cresce il frumento o la quinoa (pianta erbacea, n.d.r.).

Naturalità che non ha inventato l’uomo, che riceviamo miracolosamente ogni volta che mettiamo un seme nella terra e che se ci ricordiamo di innaffiarlo, la primavera successiva si trasformerà in spiga. Ecco, l’essere umano è disposto a morire purché la spiga di frumento che darà da mangiare ai propri figli, sia solo naturale, incontaminata, e assolutamente non modificata.

…Che lodevole fermezza, che principi, che appassionata difesa di madre natura! Strano che poi per lo stesso essere umano, quando si tratta di famiglia, l’identico concetto di natura e naturalità diventi ingombrante e obsoleto; anzi, su questo argomento l’essere umano di questi tempi sta dando il meglio in termini di fantasia e immaginazione: modificazione del gene e dell’embrione.

Utilizzo, temporaneo, di seme o di ovulo di persone sconosciute per poter fecondare l’ovulo di famiglia fallato o per poter sostituire il seme, sempre di famiglia, inadempiente; affitto, temporaneo, di uteri per poter far lievitare un bel bambino (si può scegliere, non lo sapevate?) che poi verrà accolto da due papà o da due mamme, non è escluso che in un futuro le mamme possano essere anche tre: una mette l’ovulo, la seconda ci mette l’utero e la terza lo fa crescere, di solito la nonna o la tata.” (Giacomo Poretti – da “Mamme, papà, figli, nonni: viva la famiglia non Ogm”)

 

L’anelito a salpare

di Roberto Mussapi

 

“Desiderio di cose leggere”

“Giuncheto lieve biondo

come un campo di spighe

presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana

color di vela

pronte a salpare.

Desiderio di cose leggere

nel cuore che pesa

come pietra

dentro una barca.

Ma giungerà una sera

a queste rive

l’anima liberata:

senza piegare i giunchi

senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – come le case

dell’isola lontana,

per un’altra scogliera

di stelle.”

(Antonia Pozzi)

La poesia realizza pienamente quanto indicato dal titolo: la vista di un giuncheto si muta immediatamente in una visione di quiete e leggerezza spirituale assolute. Con prodigiosa semplicità il giuncheto appare biondo come un campo di spighe, evocando la sacralità dell’oro, del grano e del pane, il lago non ha tonalità pallide ma è subito celeste come un cielo grottesco e le case dell’isoletta lontana appaiono sospese, prive di fondamenta, come barche pronte a salpare. A lasciare il porto e la terra del dolore il cui peso grava sull’anima del poeta, che sente il cuore come una pietra nella barca, impedendole quindi o rallentandole il movimento scivolante e sereno. E la disperata aspirazione religiosa della lirica si manifesta, rafforzata, nella speranza dell’ultima strofa: l’avvento di una sera in cui l’anima liberata salperà, senza peso, quindi senza piegare nemmeno i giunchi, verso un cielo definitivo, un’alta scogliera di stelle.

E’ questa una delle molte poesie di ardente desiderio d’infinito di Antonia Pozzi, nata aMilano nel 1912, morta suicida ventisei anni dopo: Una vita che ha lasciato, pur nella sua tragica brevità, uno dei canzonieri più alti del Novecento italiano.

Qui, in queste case-barche, pronte a salpare, si configura quell’aspirazione a un mondo ulteriore e felice che è una delle grandi forze animanti e ispiratrici della poesia di ogni tempo e luogo.

Edouard Manet “Sulla spiaggia” 1873

Amenità letterarie

la famosa Diga del Vajont

“La diminuzione della pressione atmosferica ha una diretta e perniciosa influenza sull’estro poetico. L’alpinista è sempre tanto commosso da sentire il bisogno di raccontare le sue emozioni. Se non vi fossero i registri ai rifugi, certo imbratterebbe le pareti col proprio nome e con qualche frase ammirativa: i registri sono dunque una specie di acchiappamosche delle idee. Riconosciuta questa particolare diffusissima manifestazione del mal di montagna, si è provveduto a rimediarvi collocando in ogni luogo di sosta i vespasiani dello spirito. Così i libri sono ormai dappertutto, in ogni rifugio e su ogni cima. Gli alpinisti che vi appongono la firma, sono persuasi, in perfetta buona fede, di compiere un rito di cui non sanno spiegarsi la ragione, ma a cui non saprebbero rinunciare, come a un dovere piacevole. Appena soddisfatto questo bisogno, si sentono liberati da una preoccupazione e se ne vanno contenti. Nessuno s’è mai chiesto dove quei libri vanno a finire: è bello nutrirsi di illusioni.

Questa è la forma più comune, e quasi inavvertita, della malattia nota col nome “furor scribendi”; malattia che purtroppo ammette temibili complicazioni che vengono ospitate e diffuse da pubblicazioni periodiche.

Si tratta di racconti faceti, o terribilmente sentimentali, dove si parla di cengie, di camini, di placche, di appigli, di paretine, di due metri a destra, e su dritti a sinistra, ma sopratutto di strapiombi.

E’ generalmente ammesso che per scrivere d’alpinismo non occorra saper scrivere: basta essere stati su quella vetta. L’alpinista ha gli stessi difetti dell’esploratore. Si spiega l’interesse destato dalla letteratura alpina.

C’è chi fa dello spirito parlando di certe “pillole” che piovono sulla testa, e chi sogna guardando i “rutilanti tramonti de l’occiduo sole”: chi scrive con bella disinvoltura di una “elegante” arrampicata sulla via Preuss del Campanile Basso di Brenta, e chi trova modo di svitarsi le gambe per salire la Cima Grande di Lavaredo.

Esiste un gruppo di “scrittori di montagna” mentre non esistono ancora analoghe associazioni di scrittori di città, di pianura, di palude. La letteratura alpina, sdegnosa, vuol far parte a sè; resta nella solitudine dell’alta montagna, e nessuno ne parla. Quantité négligeable? No: anzi si può dire che soffre di elefantismi; il guaio è che risente troppo della piccozza. Forse perchè la montagna è faticosa, e chi potrebbe scriverne per benino preferisce qualche favola stando a casa.

L’argomento è tale da tentare l’innata arguzia della nostra penna. Ma siamo costretti a non aggiunger parola, perchè ci riteniamo troppo diretti interessati: taluno potrebbe farci presente che questa malattia produce altre conseguenze deplorevoli. Per esempio questo libro.”

“La montagna presa in giro”    di GIUSEPPE MAZZOTTI