La Scuola…ieri e oggi

“Ieri, a scuola ogni mattina

con rispetto e disciplina.

Oggi, oltre ogni decenza,

va il maestro in penitenza.”

 

 

 

“La Scuola oggi in Italia si trascina all’insegna dello “sbadigliando s’impara”, quando non si giunge al tragicomico “alunni in cattedra e prof. alla lavagna”. Gli esperti puntano l’indice sui mali cronici della scuola italiana: sovraffollamento delle classi, vuoti di organico, mancanza di innovazione, precariato, eccessiva mobilità…

I tentativi di riformare la Scuola si sono succeduti pressoché ad ogni cambiamento di governo, ma probabilmente una riforma seria nessuno la vuole; né gli alunni, ai quali fa comodo una scuola all’acqua di rose; nè alle famiglie, che tengono più al pezzo di carta, che ad una formazione autentica ed integrale dei figli; né alle stanze del potere, dove le menti pensanti hanno fatto sempre paura. Se può consolare, anche altrove non si balla. Diceva Winston Churchill: “La mia istruzione si è interrotta solo quando andavo a scuola!”

Brano scelto dal Calendario di FRATE INDOVINO (Mese di Settembre 2019)

Stelle di cannella

Per non dimenticare:

Letteratura infantile – “Premio Elsa Morante” – 2003

Fritz e David giocano a palle di neve, come ciascun bambino ha fatto almeno una volta durante quel rigido inverno. Vivono a Wilmersdorf, un quartiere piuttosto benestante della Berlino del 1932.  Due famiglie diverse, per ceto sociale e appartenenza religiosa, con in comune però l’amore per i gatti, tanto che i loro giocheranno e diverranno adulti insieme ai figli. Poi accade qualcosa che non c’entra nulla, e cioè che il partito nazista vince le elezioni affidando le chiavi del popolo a Hitler. E da quel momento si sciogono tutti i legami, perfino quelli tra i gatti le cui code non si intrecciano più a formare avvolgenti figure mitologiche. I ragazzi tentano di osservare “l’altro” con gli occhi nuovi, secondo i dettami del regime politico, governati dagli istinti più bassi,  tanto che Fritz rinnega David, in quanto ebreo, e arriva a compiere qualcosa di imperdonabile: uccidergli nientemeno che il gatto…
La Schneider ritiene i bambini super partes nel valutare l’amicizia, ma purtroppo, quando si tratta della guerra, il grano viene mietuto strappandolo alla terra, sia esso maturo oppure no. Anche in una zona della pacifica Berlino in cui le famiglie vivono allietandosi l’un l’altra, in cui le differenze sono soltanto peculiarità, l’ingiuriosa lotta bellica trasforma invece le persone. O forse le rende sincere, come solo il dolore acuto si permette di fare. Chi è un po’ intollerante diventa fanatico, chi è ribelle sovversivo, il più timoroso un servo dello stato. Anche se nella quarta di copertina è riportata una ricetta per le “stelle di cannella” tradizionali, non viene la classica acquolina in bocca; ma restano vaporosi i pensieri, sopra lo zucchero e prima della cannella, e non si vogliono depositare.

Considerazioni

Nel complesso l’autrice scrive con un linguaggio semplice e immediato che alterna descrizioni a dialoghi che ti fanno entrare nella realtà del romanzo, coinvolgendoti.

La storia è semplice e perciò ancora più triste: racconta la vittoria della forza della propaganda, della paura e dell’egoismo.

Grazie alla semplicità del testo e alla profondità dei contenuti che ne esaltano la drammacità, questo libro è stato molto piacevole da leggere e ci ha coinvolto molto emotivamente, perchè  è riuscito a condurci a profonde riflessioni sui concetti di giustizia e ingiustizia, bene e male.

Introduzione di Mariangela Campo

Recensione e considerazioni di Jennifer Rusconi e Elyass Mouhamadi

 

 

Helga Schneider

Fonte: Wikipedia

Nasce nel 1937 in Slesia, territorio tedesco che dopo la seconda guerra mondiale sarà assegnato alla Polonia. Nel 1941 Helga e suo fratello Peter, rispettivamente di 4 anni e 19 mesi, con il padre già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre che arruolatasi come ausiliaria nelle SS diverrà guardiana al campo femminile di Ravensbrück e successivamente a quello di Auschwitz-Birkenau.

Helga e Peter vengono accolti nella lussuosa villa della sorella del padre, zia Margarete (dopo la guerra morirà per suicidio), in attesa che la nonna paterna arrivi dalla Polonia per occuparsi dei nipoti. La donna accudisce i bambini per circa un anno nell’appartamento situato a Berlin-Niederschönhausen (Pankow), dove i piccoli avevano vissuto in precedenza con i genitori.

Durante una licenza dal fronte, il padre conosce una giovane berlinese, Ursula, e nel 1942 decide di sposarla. Ma la matrigna accetta solo il piccolo Peter e fa internare Helga prima in un istituto di correzione per bambini difficili, e poi in un collegio per ragazzi indesiderati dalle famiglie, o provenienti da nuclei familiari falliti.

Dal collegio, che si trova a Oranienburg-Eden, presso Berlino, nell’autunno del 1944 la zia acquisita Hilde (sorella della matrigna), riconduce Helga in una Berlino ormai ridotta a un cumulo di rovine e macerie. Dagli ultimi mesi del 1944 fino alla fine della guerra, Helga e la sua famiglia sono costretti a vivere in una cantina a causa dei continui bombardamenti effettuati dagli inglesi e dagli americani, patendo il freddo e la fame.

Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia Hilde collaboratrice nell’ufficio di propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti, insieme a molti altri bambini berlinesi, per essere “i piccoli ospiti del Führer“, null’altro che un’operazione propagandistica escogitata da Goebbels, che li porterà nel famoso bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona, descritto dalla scrittrice come un uomo vecchio, con uno sguardo ancora magnetico ma dal passo strascicato, la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia.[2] [3] Nel 1948 Helga e famiglia rimpatriano in Austria stabilendosi in un primo momento ad Attersee am Attersee, accolti dai nonni paterni.

Dal 1963 Helga vive in Italia, a Bologna.

Nel 1971, venuta a sapere dell’esistenza ancora in vita della madre che l’aveva abbandonata sente il desiderio di andarla a visitare a Vienna dove vive la donna. Scoprirà che la madre, condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra, dopo 30 anni, non ha rinnegato nulla del suo passato, di cui conserva orgogliosamente come caro ricordo la divisa di SS che vorrebbe che Helga indossasse, e vuole regalarle gioielli di ignota provenienza.[4] Stravolta da quell’incontro tuttavia Helga vorrà, con gli stessi risultati, tornare a trovare la madre nel 1998. Da questo secondo incontro negativo e traumatico a causa della fede irriducibile della madre nell’ideologia nazista nasce il libro Lasciami andare, madre uscito in Italia nel 2001.

GIORNO DELLA MEMORIA – 27 GENNAIO 2019

 

Lei, che sono io

ELLA, QUE SOY YO

di Clementina Sandra Ammendola

Seimila lingue nel mondo

Prefazione di Tullio De Mauro

“Una lingua, voglio dire una lingua materna in cui siamo nati e abbiamo imparato a orientarci nel mondo, non è un guanto, uno strumento usa e getta. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. Essa apre le vie al con-sentire con gli altri e le altre che la parlano ed è dunque la trama della nostra vita sociale e di relazione, la trama, invisibile e forte, dell’identità di gruppo. E fa parte del suo essere e funzionare quella che un gran linguista di questo secolo, Ferdinand de Saussure, chiamò la force de l’intercourse, la forza di interscambio: essa cioè è la condizione che ci permette come singoli di apprendere altre e nuove lingue e permette alla comunità di cui siamo parte di apririrsi alla conoscenza e al contatto di altre e diverse e nuove genti.

Come si sa, sono oltre seimila le lingue oggi vive nel mondo. E sono decine e decine quelle parlate da consistenti nuclei demografici. Contro vecchie immagini stereotipate, sappiamo oggi che, indipendentemente da recenti flussi migratori, non c’è Paese del mondo di qualche estensione e consistenza demografica che non ospiti cittadini nativi di lingua diversa. L’Italia, con le sue tredici minoranze linguistiche autoctone o insediate fra noi da secoli e con la sua folla di diversi e ancor vivaci dialetti, è solo uno degli innumerevoli casi tra i duecento paesi del mondo.

Già in epoche del passato si erano avuti movimenti migratori di consistenti parti di popolazione. L’intera storia naturale e culturale dell’Homo sapiens fin dalle origini più remote è segnata dal migrare. Lo stabilizzarsi degli stati nazionali ha reso da un lato più evidente dell’altro più difficile, drammatico il fenomeno a partire almeno dal secolo scorso. E tuttavia, fino ad anni recenti, il fenomeno coinvolgeva masse anche estese caraterizzate però da una relativa omogeneità culturale, cioè religiosa, linguistica, di costume con i paesi d’arrivo.

In anni a noi più vicini le condizioni createsi con la decolonizzazione e con il tipo di sviluppo che le aree forti del mondo hanno imposto al Pianeta hanno determinato fatti vistosamente nuovi. Estese aree del Nord del mondo, ma anche Australia e parte del Sud-Est asiatico e, da qualche anno, anche il Giappone, devono fare i conti con imponenti flussi di immigrazione provenienti dal Sud: Asia, Africa, America latina. Stiamo assistendo a un rimescolamento etnico-linguistico senza precedenti nella storia umana. Molti stati del mondo, dal Nord dell’Europa al Canada, dalla Francia o Gran Bretagna all’Australia, si sono attrezzati con un’adeguata legislazione e, specialmente, con un’adeguata ristrutturazione delle scuole. L’obbiettivo, in generale, è salvaguardare l’identità etnico-linguistica dei nuovi arrivati favorendo al tempo stesso (anzi: favorendo così) il loro inserimento linguistico-culturale e sociale nei paesi d’arrivo.

Ormai numerose esperienza ci dicono che, la coesistenza di più etnie e lingue diverse in una medesima area pone problemi anzitutto educativi, scolastici e che, se i paesi si attrezzano per affrontare e risolvere questi in positivo, si attenuano e persino svaniscono i problemi di natura sociale, produttiva, giuridica, politica. Se invece le scuole si chiudono a riccio verso gli alloglotti, antichi o nuovi che siano, prima o poi i problemi consecutivi, extrascolastici, esplodono con violenza.

Il diritto all’uso e prima ancora il diritto al rispetto della propria lingua è un diritto umano primario e la sua soddisfazione nei fatti è una componente decisiva nello sviluppo intellettuale e affettivo della persona. E’ un mediocre, inefficiente amor di patria quello che ancor oggi, in qualche Paese, porta taluni a credere che si debba cercare di celare e cancellare e magari calpestare l’alterità linguistica.

Ma le questioni non sono solo di ordine linguistico. Certamente, mancano in Italia buone leggi che raccolgano l’indicazione che la Costituzione dà per la tutela delle minoranze linguistiche nel suo art. 6: né la Costituzione né i fatti ci permettono di distinguere tra minoranza di antico insediamento e minoranze che si vengono formando per flussi migratori. Ma sopratutto è carente in Italia una cultura antropologica e linguistica diffusa abbastanza capillarmente per consertirci un rapporto conoscitivo e relazionale con gli altri.

L’Editrice Sinnos con le sue iniziative ha cominciato da alcuni anni a muoversi nella direzione di colmare una lacuna culturale della nostra società offrendo testi bilingui di storie, invenzioni, autobiografie in grado di favorire nelle nostre scuole la conoscenza reciproca di ragazzi che vengono da tradizioni culturali diverse.

Ci si deve augurare che Sinnos “faccia scuola” e che insegnanti sempre più numerosi ricorrano a questi preziosi strumenti di efficace promozione di una civiltà plurilinguistica e pliriculturale, che è una necessità per il nostro mondo.”

Collana I MAPPAMONDI

Ideata da Vinicio Ongini

Obbedire e Studiare

Torna il piccino dalla sua scuola; sono i primi giorno che la frequenta. E’ una scoletta di un bellissimo paese di alta montagna. Tutt’intorno sono piante e cime maestose già coperte di candida neve. La mamma aspetta il suo piccolo scolaro che arriva a passo lento, sicuro, da montanaro che non corre mai in salita. “Ebbene?” chiede la mamma. “Tutto bene, siamo nella stessa aula dell’anno scorso, con la stessa maestra. Presto si accenderà la stufa…”E che cosa ti ha detto la maestra?”. “Che devo obbedire e studiare.”

 

Un bambino dalla pelle molto scura, vestito di bianco, va alla piccola scuola della Missione, in un paese semi-selvaggio. E’ una scoletta aperta da buoni frati, accanto ad una chiesetta. Lo scolaretto va a piedi nudi; passa sotto palme altissime sulle quali saltano le scimmie e gridano i pappagalli. A scuola siede su una stuoia. Quando ritorna, lo aspetta suo padre: “Ebbene, come è questa scuola?””Bella! Ci sono tanti bambini. I padri sono buoni; mi hanno dato da mangiare”. “E che cosa ti hanno detto?”“Che devo obbedire e studiare”.

 

L’ascensore arriva al quinto piano e si ferma. La porta si apre e ne esce un bambino. Insieme si apre l’uscio di un alloggio elegante, l’alloggio di una grande casa, in una grande città di questo mondo. Si affaccia una mamma. “Ebbene?” chiede. “Eccomi” dice il piccolo che si sente atteso. “Com’è la nuova scuola?”. “Bella! Molto bella! Stanze grandi, calde, con finestroni e tante piante sui davanzali. Abbiamo la radio in classe, la sala per le proiezioni e il teatrino, una bella palestra per la ginnastica…”. “E che cosa ti ha detto il maestro?”. “Che devo obbedire e studiare”.

(Brano tratto da “Bosco fiorito” – Corso di Letture per gli alunni di 5* Classe Elementare – anno1965/66?)

(Immagini tratte dal web)

Le margheritine

“Era d’aprile. I monti, tutto intorno, ancora coperti di neve, scintillavano come se, durante la notte, vi fossero nevicate sopra tutte le stelle. Il cielo era di un azzurro fresco e tenue; i prati, in fondo alla valle, già belli e verdi, si andavano popolando di peschi in fiore, di susini in fiore, di viole, di margheritine.

Ora avvenne che nel prato delle margheritine andò a passeggiare la Madonna con in braccio il Bambino Gesù. Essa aveva sulle spalle un manto azzurro ancor più delicato di quello del cielo. Il suo volto e le sue mani eran candidi come la neve. Il Bambino portava una veste rosea come i fiori del pesco.

Appena essa fu in mezzo alle margheritine, queste spalancarono gli occhi per la meraviglia: il prato fu in breve un solo battere di ciglia radiose. Le margheritine non avevano mai visto una così bella mammina, né un bimbo così grazioso. Avrebbero ben voluto domandarle chi mai fosse e donde venisse, ma non osavano; e rimanevano lì, con la domamda in gola. Alla fine, una si fece coraggio e disse timidamente.

“Chi siete voi, o signora?”

I cento occhietti intorno brillarono di curiosità e di gioia. Una farfalla intanto venne a volare intorno a Gesù. Un ruscello nascosto rideva, da lungi, nel silenzio luminoso. Tutta la campagna invece taceva, sospesa.

E la bella signora rispose, con la sua voce soave:

“Io sono la Madonna, la madre di Gesù.

Allora le margheritine, piene di meraviglia, furono felici come non erano state mai. Ma già la Madonna si allontanava lenta lenta, senza piegare l’erba sotto i suoi piedi.

Essa giunse, così andando, su una collinetta ove fioriva un altro popolo di margheritine. Qui fu lei a domandare a voce bassa, quasi in segreto, in modo che nessuno intorno udisse:

“E voi lo sapete chi sono io?”

“Ma certo lo sappiamo: tu sei la Madonna, e questo è il tuo figliuolo Gesù – risposero esse in coro, come uno stormo di bambine contente.

Allora le prime margheritine, quelle che non avevano riconosciuta la Madonna, si fecero tristi tristi, e diventarono rosse dalla vergogna. Da quel giorno in poi vi sono al mondo margheritine bianche e margheritine rosse, le une più belle delle altre, tutte fatte per la gioia di noi, poveri uomini.”

(GIUSEPPE ZOPPI)

Dall’Antologia italiana LA PRORA – volume primo – Edizione 1961

 

Il babbo di Duranti

(Brano …di  RENZO PEZZANI)

Risultati immagini per renzo pezzani poesie per bambini

“Una sera, dopo cena, la signora maestra s’era messa a correggere i compiti. Era quella l’ora più dolce della sua giornata. Se chiudeva gli occhi, le pareva di aver intorno tutti i suoi scolari, diventati a un tratto silenziosi.

Talvolta parlava a voce alta, come se qualcuno stesse per ascoltarla. – Bruno, non hai ancora capito l’uso dell’apostrofo…Maddalena, Maddalena, santa pazienza, non vuoi fare il più piccolo sforzo per trovare un’idea piccina così…

Ad un tratto, sentì bussare alla porta. Chi poteva essere a quell’ora?

– Avanti, avanti! – aveva risposto, senza voltarsi a guardare chi sarebbe apparso alla porta.

Era entrato un uomo dai capelli rossastri e arruffati, mal messo, torvo di sguardo e pieno di sospetto.

La signora s’era voltata a guardarlo e, non ricooscendolo per uno del paese, era rimasta un attimo turbata. Ma poi, con semplicità, disse:

– Avete bisogno di me? Mi sembrate in grandi angustie, ed io vorrei davvero fare qualcosa per voi. Sedete, vi prego. Stavo correggendo i compiti dei miei ragazzi. Ne ho trentasei, e a tenerli, vi dico io, ci vuole una bella pazienza! Della fatica che faccio sono tuttavia ripagata dal bene che tutti mi vogliono.

Il forestiero si era messo a sedere nel cantuccio più oscuro della stanza, disarmato dalla coraggiosa semplicità della maestra.

Questa soggiuse:

 – Accostatevi! Non abbiate soggezione. Io intanto finisco di correggere i componimenti. Poi mi direte che cosa posso fare per voi…

Vediamo Borghetti. Oh, sentite cosa scrive:

“La più bella cosa è l’arcobaleno: il nonno dice che è un fazzoletto di colore che il cielo tira fuori per asciugarsi gli occhi dopo il temporale”.

C’è grazia, sentite? C’è grazia davvero! Gli do nove perché lo merita. Vediamo Duranti…

L’uomo aveva di colpo alzato il capo ed era rimasto a bocca aperta a guardare quel foglio che ora la maestra sollevava dal mucchio. – Lo conoscete questo piccolo orso? E’ forte come una quercia, scontroso come un riccio, ma che cuore! Neppure so dove stia di casa. Viene di lontano, ogni mattina, col suo tozzo di pane e il libro. Piova, nevichi, faccia bello, non manca un giorno. Dicono che sia figlio di un uomo che cerca di vivere come può. Ma che ingegno quel ragazzo! Sentite cosa scive:

“Mio padre ama la terra e la lavora cantando. E’ bello e generoso mio padre: non l’ho mai udito dire una cattiva parola. Io spesso l’aiuto, porgendogli gli strumenti da lavoro, portandogli il secchio dell’acqua fresca, perché si ristori dal gran caldo che fa. Se mi domandassero: – Vorresti essere figlio di un re? – io risponderei: – Sì, se fosse mio padre il re.”

Il forestiero guardava la signora, incantato.

La maestra aveva voltato il foglio ed era uscita in una esclamazione quasi accorata:

– No, Duranti, questa macchia non ci voleva! La diligenza conta anch’essa. Ti dovrei dare dieci, ma non avrai che nove…

L’uomo che fino allora aveva taciuto s’era fatto animo per dire: – Dategli dieci, signora. Ve ne prego.

La signora lo guardava sorpresa.

– Quella macchia l’ha fatta per colpa mia.

– Per colpa vostra?

– E’ mio figlio. Egli ha detto di me ciò che vorrebbe ch’io fossi, ma non quel che sono. Non ho terra da coltivare, né finora l’ho amata da lavorarla con gioia. Nulla ho mai dato a mio figlio per meritarmi il suo amore. Io non conoscevo il suo cuorec ome l’avete conosciuto voi. Lasciatemi andare. Ero entrato qui con diverso animo. Non sapevo che vi avrei incontrato l’amore di mio figlio.

La vecchia signora aveva scritto un bel “10” rosso sul compito dello scolaro Duranti.

– Prendete. Portate questo foglio al vostro ragazzo.

La maestra sollevò la lucerna per far lume all’uomo che usciva; poi riprese la correzione dei compiti, ma dovette asciugarsi gli occhi per certe lacrime che la indispettivano, ma che le facevano bene.”

amore

 

Educare significa ferirsi

ERALDO AFFINATI   (Insegnante – Scrittore)

– TESTIMONIANZA –

Educare

“Dietro ogni adolescente, dietro ogni ragazzo diffcile c’è sempre una bellezza, un tesoro, una motivazione che noi dobbiamo scoprire. Dobbiamo accendere un fuoco dentro questi studenti per farlo divampare. Però è un lavoro che richiede impegno, forza, consapevolezza anche degli ostacoli che si trovano, perché non tutte sono storie belle.

Ci sono anche fallimenti, ci sono amarezze, ci sono momenti di sconforto e l’insegnante deve sapere che educare significa ferirsi. Ferirsi perché quando insegni ti devi mettere in gioco. Non puoi essere solo il depositario di un regolamento da applicare.

Educare vuol dire condurre mano per la mano il ragazzo lungo un’esperienza conoscitiva. E’ un percorso a ostacoli, lui si può rifiutare, ti può anche combattere. E tu devi essere amico, nel momento in cui condividi i suoi entusiasmi e le sue malinconie, ma devi essere anche maestro, cioè portarlo a capire che la libertà, per ogni persona, non consiste nel superamento, ma nell’accettazione del limite.

I ragazzi e la scuola

I ragazzi di oggi sono cresciuti in un vuoto dialettico, per questo non hanno ancora preso coscienza della loro identità e spesso non hanno senso del limite. Il loro smarrimento denuncia una crisi antropologica. Questi ragazzi hanno avuto una deflagrazione del desiderio. Tutto è possibile, tutto è accessibile. L’informazione? Vai su google e trovi tutto. Ma poi chi ti mette in squadra questo mare magnum, chi ti ristabilisce le gerarchie di valori?

La scuola ha questa responsabilità. Dobbiamo far amare di nuovo ai nostri ragazzi il processo conoscitivo. La scuola deve recuperare quello che un tempo si chiamava lo spirito critico.

La responsabilità della parola

Quando chiesero ad Albert Camus nei “Discorsi in Svezia” perché scrivi? Lui rispose: “Io scrivo in nome di chi non può farlo”. Quando lessi questa frase a 17 anni capii che la letteratura deve essere questo, deve parlare a nome di chi non può farlo.

Scrittore e insegnante sono custodi della parola. La responsabilità della parola è fondamentale sia per chi scrive che per chi insegna. Quello che dici e che fai in aula può incidersi in maniera indelebile nella percezione dell’adolescente. Le parole sono importanti. Se tu non hai un sistema verbale, come fai ad esprimere un’emozione? Quell’emozione resta un grumo emotivo, non si traduce in niente, in nessuna forma espressiva. Insegnare le parole è importante per condurre alla maggior età i ragazzi che hai di fronte.

Il futuro

La scuola italiana corrisponde soltanto in minima parte alla sua immagine mediatica. Vedo professori che non si limitano a svolgere il mansionario.

Esistono ragazzi e ragazze che sono spugne, pronte ad assorbire l’acqua che tu riesci a versare. La nostra provincia è vitale. Le metropoli sono piene di giovani attivi.

Per questo non dobbiamo mai soccombere alla brutalità e alla volgarità del nostro tempo, ma provocare un contagio, dando luce a quest’Italia più bella e più vera. Un’Italia che spesso non compare, che non viene rappresentata in Tv. Ma che esiste.

Ed è questa l’Italia in cui credo. Se non avessi fiducia in quest’Italia non entrerei in classe ogni mattina.”

 

(Sintesi dell’incontro “Osare passi nuovi”)

(Giornalino Fraternità di Romena – n° 3 – 2014)

Pieve di Romena - Arezzo