…in corsia è passato l’Amore!…

 

“Alle Infermiere d’Italia

che si prodigano al servizio dei sofferenti

Santa M. Bertilla Boscardin

umile fiore di divina e umana bellezza

soavemente insegni

come si accende, si dona, si irradia l’Amore”

 

L’AMORE SI ACCENDE

Prefazione dell’Em. Card. G. Urbani Patriarca di Venezia (Venezia 15 Giugno 1962)

“………Suor Maria Bertilla, infatti, viene presentata in questo lavoro, che volentieri presentiamo alle Infermiere d’Italia, nella sua spiritualità semplice, ma solida e persuasiva…In questa luce ecco le virtù proprie dell’infermiera nei suoi rapporti con i malati e i loro famigliari, con i medici e il personale dell’Ospedale: discrezione e delicatezza, serietà e serenità, calma e fiducia, prontezza e generosità, docilità e consapevolezza, senso dell’ordine, della disciplina, dell’esattezza, della pulizia, del decoro e sopra di tutto la Pazienza scritta a caratteri d’oro, come la virtù che meglio d’ogni altro esprime la carità dei cuori.”

 

P.S. = Questo Libro a me tanto caro, è un ricordo dell’amata sorella Anna Maria. Credo che se non si fosse ammalata a 14 anni, forse avrebbe scelto di essere Infermiera, come Annetta, alla quale tanto assomigliava.

Questo Libro mi ha seguito, durante i 9 anni vissuti presso le Suore Mantellate serve di Maria, ammalate anziane.

Prego oggi Santa M. Bertilla per tutto il Personale Infermieristico che, in Italia e nel mondo, in questo tempo della Pandemia da Covid-19, sta mettendo a rischio la propria vita con tanta dedizione, amore, entusiasmo e gratuità.

Con grande stima e gratitudine.

(Nives)

“Certe anime sono privilegiate ma mi,

vado per la via dei carri!”

(Ebbe a dire un giorno…Santa M.Bertilla)

 

Grande pazienza

IL PASTORE

(di GIOVANNI PASTORINO)

 

“Pecore e pascoli,

pascoli e pecore,

e rade volte qualcos’altro,

vede il pastore.

 

S’alza con le stelle

e con le stelle si corica.

 

Col sole e con la pioggia,

con sole compagne le pecore

e il cane, va per la montagna.

 

 

Porta del cacio e del pane,

un curvo bastone

e una pazienza grande

per la giornata.

 

Lo pungono i rovi

e le grosse mosche

del bestiame; lo sfibrano

le lunghe camminate,

e il caldo, e la nebbia,

e lo smisurato silenzio.

 

Ma egli continua, tenace,

a custodire ogni giorno

la greggia.

 

Lo aiutano il cacio

e il pane,

il suo cuore di fanciullo

e la sua pazienza.”

 

 

Sculture della Val Gardena

 

In un’importante estate di molti anni fa, ho avuto l’ occasione di visitare le nostre splendide DOLOMITI (Patrimonio dell’umanità).

Ero una turista speciale in Viaggio di Nozze…che soggiornava per qualche giorno nella magia di Valli incantate.

La ridente e bellissima Val Gardena – Alta Badia, è adagiata ai piedi dei Gruppi del Sella col suo Piz Boè; del Puez-Odle col Sassongher; del Sassolungo col Sassopiatto, e del Massiccio dello Sciliar  col Spitze Santener che affettivamente veglia sulla sua fiabesca Alpe di Siusi.

Pascoli alpini

Con occhi e cuore colmi di amore, pace e gioia mi sono lasciata rapire dal fascino delle cose, delle persone, della storia, delle tradizioni e delle leggende.

Ameni pascoli e parchi naturali dall’aria fresca e purissima m’inebriavano di profumi d’erbe e fiori appena falciati, ma anche di pane fresco e dolci, e resine e legni…

Pascoli alpini

Ricordo mandrie di cavalli selvaggi al galoppo, pacifiche mucche che si beavano al sole…carretti colmi di fieno, gente serena, sorridente, schietta. Visibilmente stanca ma fiera del grembiule blu che indossava.

 

Ogni luogo, cosa, persona, lasciava trasparire il cuore…e al cuore arrivava…

Anche le curatissime cittadine di Ortisei, Castelrotto, Selva, Corvara…ecc…pur essendo cittadine essenzialmente turistiche, mi avevano colmata di stupore per l’ordine e l’arte, l’anima e il decoro.

Anche oggi, come allora i negozi espongono prevalentemente sculture in legno, in cere, in metallo…e tessuti e manufatti pregiati.

Vere e preziose Opere d’arte, amorevolmente create con paziente lavoro, durante le fredde giornate invernali dai lunghissimi silenzi.

Ogni Opera esprime l’essenziale del sè e si dona con poesia e amore.

Nives

P.S – Le foto sono personali

La poesia dell’ago

Da “Palestra dei piccoli scrittori – Poesia dell’ago”

In “La Domenica dei Fanciulli”

Torino, 3 aprile 1905, p.282

 

 

 

 

“Parlare dell’ago a certe signorine è come parlar loro della cosa più spregevole; esse che hanno in mente la poesia dei cieli azzurri, dei boschi neri, dei giardini dove gli uccelli gorgheggiano, del mare placido, delle barchette che si cullano in esso, mentre il bianco splendore della luna vi si riflette, esse non tovano la poesia in quell’arnese così comune, così minuto, destinato al lavoro; eppure la sua poesia ce l’ha anch’esso. Mi ricordo che da piccina mi piacevano tanto quei piccoli aghi lucenti; pure la mamma mi aveva proibito perfino di toccarli, giacché diceva che avrei potuto farmi del male; ma quale gioia fu per me quando ebbi la prima volta in mano un ago e un brandello di tela logora sul quale sbizzarrire quella mia gran voglia di lavorare, descrivendo col filo tanti geroglifici inqualificabili o attaccando bottoni in modo buffo, sì, ma così saldi che poi ci voleva tutta la pazienza della mamma per poterli staccare! Una volta l’ago mi lasciò il suo ricordo sul ditino: voleva esso avvertirmi che nella vita anche in ciò che ci dà o ci promette una gioia, vi è molto spesso nascosta la punta acuta e penetrante del dolore? Mi sembra ancora di vedere la mamma e il babbo che, spauriti dalle mie strida, avevano temuto mi fossi ferita gravemente: così talvolta quell’umile arnese mi ricorda la poesia degli anni innocenti e gai della mia fanciullezza trascorsi tra gli affetti della mia famiglia, o la poesia amara degli affetti perduti, che mi allietavano da bimba e che ora mi tornano al cuore con la tristezza del rimpianto.

Mi ricordo che la mamma, quando apriva il tavolino da lavoro, o mi mostrava la scattolina piena di aghi, mi diceva che con quelli aveva cucite e ricamate le mie camicine, accanto alla culla. Se quei piccoli aghi potessero parlare! Forse mi narrerebbero tutta la soave poesia dei pensieri della mamma ancor giovane, mi direbbero che mentre essi correvano veloci e lisci per la fine della tela e per le trine, la mia mamma li accompagnava nel loro lavorio con i sogni, con le speranze più dolci del mio avvenire e con le ansie del suo cuore amante quando le sembrava ch’io non stessi bene così come avrebbe voluto…Chi sa con quanta stanchezza, ma pure con quanta riconoscenza guarderanno il piccolo e tanto benefico strumento, il quale non potrà rispondere loro che con il suo modesto lucicchio!  Chi sa quali parole direbbe d’incoraggiamento, di conforto, se potesse parlare, e quanto magnificherebbe la nobiltà del  lavoro! Se noi lo lasciamo inoperoso l’ago arruginisce, e quindi facilmente si spezza; ed esso  allora ci insegna, con la triste poesia delle cose morte, che se noi per inerzia non facciamo lavorare il nostro spirito, esso non si mantiene sveglio e lucido, ma poco a poco intorpidisce e in lui vengono meno quelle sue nobili potenze che ci conducono al buono e al bello.”