Le nuvole

Nuvole

 

 

HERMANN HESSE

“Mi si mostri, in tutto il mondo, un uomo che conosca e che ami le nuvole meglio di me! O mi si mostri una cosa al mondo più bella delle nuvole! Esse sono trastullo e conforto per gli occhi, sono grazia e dono divino, sono ira e potenza mortale. Sono tenere, delicate e mansuete come anime di neonati, sono belle, ricche e generose come angeli benefici.

                                                                                   

 

Nuvole

Nuvola rosa

 

 

Hanno forme di isole beate e le forme di angeli benedicenti, somigliano a mani minacciose, a vele palpitanti, a cicogne migranti. Si librano tra il cielo divino e la povera Terra come belle metafore di ogni nostalgia umana, appartenendo ad entrambi, sogni della Terra, nei quali essa stringe la sua anima contaminata al cielo puro.

 

 

 

 

Dono l’eterno simbolo di ogni peregrinazione, di ogni ricerca, esigenza e desiderio di patria. E così, come esse stanno sospese tra Terra e cielo, timide, nostalgiche e spavalde, allo stesso modo sono sospese tra tempo ed eternità, timide nostalgiche e spavalde, le anime degli uomini.”

 

 

Nuvole

 

 

Tracce:

Le Foto appartengono alla Galleria Personale.

La sposa di Raggiodoro

Raggiodoro

“Re Sole mandò per il mondo le principesse Primavera, Fiammetta, Giuniola, convenute al suo palazzo: “Sarà sposa di mio figlio Raggiodoro colei che mi recherà il dono migliore.”

Primavera

Primavera, certa di vincere la prova, appena fu sulla terra sciolse i biondissimi riccioli: e l’aria s’inazzurrò, vennero a volo tutte le rondini, le rose fiorirono, ed essa ne fece una ghirlandella, quindi spiegò le ali verso il palazzo di Re Sole.

Fiammetta

Fiammetta meditò un giorno e una notte, e decise di giocare un tiro ai nani del bosco che, da millenni, stillavano essenze misteriose in bocce e alambicchi. Entrò a sera inoltrata nella loro casina, prese un’ampolla colma di liquido vermiglio e, cammina cammina, giunse all’alba in un frutteto piantato a grandi alberi chiomati: fra la trina delle foglie si scorgevano migliaia e migliaia di pallotoline a ciocche per mezzo di piccioli. Fiammetta immerse le dita nell’ampolla, spruzzò ogni pianta con l’essenza misteriosa, e le pallotoline verdi si arrubinarono all’improvviso. Poi si nascose nella siepe di spino che cingeva il pometo e attese: ed ecco, da un cascinale giungevano voci, risatine, e poi apparivano pel sentiero uno, due, cinque bambini con i capelli arruffati, ma il volto rorido e gli occhi luminosi. – Le ciliegie! – Cominciano a maturare! – Son già mature! – Una bellezza! – Tesero le manine avide ai rami, li curvarono a sé, staccarono qua e là i frutti, con un pispiglio d’uccelli misto a voci trionfali per ogni ciocchetta più opulenta delle altre tolta all’albero; si impiastricciarono di succo le labbra, il mento, e risero a trilli con letizia piena. Fiammetta, quando i bimbi se ne furono andati, staccò un ramo carico di ciliegie e ritornò alla reggia di Re Sole.

Giuniola

Giuniola se ne andava per le vie del mondo quando, al limite di un campo, fu sorpresa da un vento d’uragano. Udì i contadini temere per il frumento ancora verde, e allora fermò con un gesto il turbine: – Re Vento, torna al tuo palazzo, te ne prego! – Che cosa mi dai se ritorno? – Un ricciolo d’oro. Re Vento si contentò e il grano dei campi fu salvo. Trascorsero i giorni e mai nel cielo appariva nuvola o cirro apportatore della pioggia ristoratrice; e Giuniola, sostando presso i casolari, sentì i lagni dei contadini: -Se continua così, senza una goccia di piova, il frumento non farà spiga e sarà miseria.

Allora Giuniola si mise a piangere per la pena di quel sospiro, e le sue lacrime si mutarono in  pioggia tepida e buona, così che il grano poté  far la spiga e imbiondire.  Al tempo della messe, la principessa si vestì da contadinella per seguire i mietitori, aiutandoli a far covoni, e gettare le spighe nella trebbiatrice. poi accompagnò i ragazzi che portavano il grano al molino, intrise con le massaie le mani nella farina e nell’acqua per impastare il pane. Che profumo quando fu sfornato, e che gioia serena nei volti! Anche Giuniola ebbe il suo pane, ma non lo mangiò, pensando di recarlo a Re Sole.

Re Sole

Il sovrano della luce accolse le tre reginette e ammirò il serto di rose: avvicinò una corolla all’orecchio e vi sentì un gorgheggio d’usignolo. – Il tuo dono è veramente meraviglioso, o Primavera!.       Tese la mano al ramo picchiettato di ciliegie mature che gli porgeva Fiammetta, se l’accostò all’orecchio e udì un trillo di bimbo, gioia eterna del mondo. – E’ cosa veramente deliziosa! .         Prese il pane bruno che Giuniola gli porgeva in umiltà, se l’appoggiò alla guancia, ascoltando a lungo, quasi assorto; poi disse sfolgorando: – Scelgo te, Giuniola: sarai sposa a mio figlio; e tu, Raggiodoro, non potresti avere compagna migliore.

simbolo

Il principe s’inchinò alla reginetta che, sorpresa, sgranava gli occhi glauchi; poi chiese al padre: – Che hai udito nel piccolo pane?.     Re Sole rispose: – Una preghiera.”     (Olga Visentini)

preghiera

La purezza dell’unicorno

di Franco Cardini

Unicorno o Liocorno

“Questo fiabesco simbolo di potenza e di gentilezza, il più bello e il più puro tra i segni araldico-mitologici, ha una preistoria complessa. Il Talmud lo presenta come un animale colossale, dai tratti che rinviano alle immagini draghesco-equine della cultura babilonese, e dice che scampò al diluvio solo perchè legato all’esterno della barca. Nella cultura persiana antica è il Bundahish, un onagro alto come una montagna, a tre zampe, sei occhi e nove bocche, dal terribile grido, e il suo corno può purificare qualunque cosa.

simbolo di potenza e gentilezza

Nella cultura grecal’immagine dell’unicorno fu introdotta dal viaggiatore Ctesia, tra il V e IV secolo a.C. Una tradizione razionalizzante, accolta nel Duecento anche da Marco Polo, vuole che il favoloso animale, sia, semplicemente, un rinoceronte. Ma quelli conosciuti come “corni d’unicorno”, nei nostri musei, sono piuttosto denti di narvalo. In effetti, il formidabile ed elegantissimo dente sinistro del cetaceo Monodon monoceros, spiraliforme, può raggiungere fino a due metri e mezzo di lunghezza. Nel Medioevo fu molto ricercato: se ne fecero lance da parata per i tornei e i potenti lo utilizzarono per purificare cibi e bevande, convinti che il suo contatto eliminasse qualunque veleno.

potenza e purezza

L’associazione della potenza con la purezza fu probabilmente all’origine delle leggende riportate nei bestiari medievali: l’unicorno è un grande animale candido dal corpo di cerco o di cavallo (testa e criniera sono comunque equini), che al centro della fronte reca un lungo corno eburneo spiraliforme. Delicato, ma ferocissimo, può essere ammansito e catturato solo da una vergine. Difficile non riconoscervi la metafora di un’unione sessuale misticamente sublimata.

Nel Medioevo l’unicorno divenne il simbolo dell’indomita castità e fu associato alla Madonna. Sono noti gli arazzi medievali della Chasse à la Licorne conservati nel Cloister Museum di New York, che hanno un trasparente valore cristologico (il casto unicorno incatenato a un melograno è simbolo del Cristo crocifisso), e quelli della Damà la Licorne del Musée de Cluny di Parigi, enigmatica allegoria della cattura dell’unicorno attraverso l’allettamento dei cinque sensi, forse raffinata e ardita raffigurazione della seduzione. Nell’araldica regale britannica l’unicorno rappresenta la Scozia.

simbolo della castità

Molto prossimo all’unicorno è, nella zoologia fantastica e nellemblematica cinese, il ky-lin, associato alla dea Kuan-yin e simbolo della castità che peraltro è augurio di numerosa discendenza. L’unicorno, la fenice, il dragone e la tartaruga sono i quattro “animali benefici” della tradizione cinese, collegati all’impero. L’unicorno vive mille anni e appare sulla terra tutte le volte che nasce un imperatore.