Posts Tagged ‘stagioni’

Solstizio d’inverno

“Non so come, non so dove, ma tutto perdurerà: di vita in vita, e

ancora da morte a vita come onde sulle balze di un fiume senza fine.”

(David Maria Turoldo)

L’inverno torna

“Guarda, passan le gru, l’inverno torna.

Non fa più allegri i campi l’aratore,

la rossa vite pende disadorna

e s’ode solo il flauto del pastore.

Nere e veloci migran, con le nubi

livide sotto questo cielo sordo,

mentre lungo le siepi, tra i carrubi

spaurita vaga la voce del tordo.

 

Il giorno cala. Un altr’anno è passato

su questa terra ferrigna e rugosa;

dove fresca un mattin s’aprì la rosa

un nudo rovo rossigno è restato.

Muto, le mani in ozio, dalla soglia

il nonno guarda la campagna spoglia.”

(G. TITTA ROSA)

Elogio della campagna

campagna

“Usciamo o cuore, dalle fredde mura

della città di candido cemento;

moviamo, o cuore, verso la natura,

andiamo incontro al cielo, al sole, al vento.

campagna 7

Lasciamo questa via per il sentiero

dove non s’ode rombo di motore

né si sente l’odor d’asfalto nero.

Cerchiam la terra che abbia in bocca un fiore.

stagno

Camminiamo, che i colli son vicini

e si sentono gli uomini ed i bovi

condur l’aratro e fare i solchi novi

che odorano di là dai biancospini…

lavandaia

In riva al fosso c’è una lavandaia 

che lava e stende. Fischia lungi un treno…

E c’è nell’aria il buon odor di fieno

raccolto in un gran cumulo sull’aia.

sunset-at-eragny-camille-pissarro

Grugnisce un maialetto e la gallina

racconta a tutti come ha fatto l’ovo.

Ogni cosa festeggia il tempo nuovo

con voce fresca ed anima bambina.

cortile

Dove il sentiero in due sentier si sparte

c’è una Madonna con Gesù Bambino.

Se fosse sopra un muro cittadino

la gente riderebbe di quell’arte.

capitello 3

Qui pieghiamo i ginocchi. E l’orazione

che dondolò la nostra culla, nasce

per quella Donna e per quel Bimbo in fasce,

povero e santo dono di espiazione.”

(R. PEZZANI)

affidamento

Cespo di rose

boccioli di rosa

“Simile ad un cespo di rose è la vita;

mentre una qui si sfoglia e avvizzisce,

là un’altra sboccia e bella vi fiorisce,

ripiena di fragranze che ci invita.

cespo di rose

Così prosegue il mondo: in rifiorire

di vite sempre nuove….E inver beato

chi potrà dir morendo: “Anch’io ho lasciato

un bocciol forte, pronto a rinverdire”.

pianta di rose

(Mario Augusto Comazzi)

La sposa di Raggiodoro

Raggiodoro

“Re Sole mandò per il mondo le principesse Primavera, Fiammetta, Giuniola, convenute al suo palazzo: “Sarà sposa di mio figlio Raggiodoro colei che mi recherà il dono migliore.”

Primavera

Primavera, certa di vincere la prova, appena fu sulla terra sciolse i biondissimi riccioli: e l’aria s’inazzurrò, vennero a volo tutte le rondini, le rose fiorirono, ed essa ne fece una ghirlandella, quindi spiegò le ali verso il palazzo di Re Sole.

Fiammetta

Fiammetta meditò un giorno e una notte, e decise di giocare un tiro ai nani del bosco che, da millenni, stillavano essenze misteriose in bocce e alambicchi. Entrò a sera inoltrata nella loro casina, prese un’ampolla colma di liquido vermiglio e, cammina cammina, giunse all’alba in un frutteto piantato a grandi alberi chiomati: fra la trina delle foglie si scorgevano migliaia e migliaia di pallotoline a ciocche per mezzo di piccioli. Fiammetta immerse le dita nell’ampolla, spruzzò ogni pianta con l’essenza misteriosa, e le pallotoline verdi si arrubinarono all’improvviso. Poi si nascose nella siepe di spino che cingeva il pometo e attese: ed ecco, da un cascinale giungevano voci, risatine, e poi apparivano pel sentiero uno, due, cinque bambini con i capelli arruffati, ma il volto rorido e gli occhi luminosi. – Le ciliegie! – Cominciano a maturare! – Son già mature! – Una bellezza! – Tesero le manine avide ai rami, li curvarono a sé, staccarono qua e là i frutti, con un pispiglio d’uccelli misto a voci trionfali per ogni ciocchetta più opulenta delle altre tolta all’albero; si impiastricciarono di succo le labbra, il mento, e risero a trilli con letizia piena. Fiammetta, quando i bimbi se ne furono andati, staccò un ramo carico di ciliegie e ritornò alla reggia di Re Sole.

Giuniola

Giuniola se ne andava per le vie del mondo quando, al limite di un campo, fu sorpresa da un vento d’uragano. Udì i contadini temere per il frumento ancora verde, e allora fermò con un gesto il turbine: – Re Vento, torna al tuo palazzo, te ne prego! – Che cosa mi dai se ritorno? – Un ricciolo d’oro. Re Vento si contentò e il grano dei campi fu salvo. Trascorsero i giorni e mai nel cielo appariva nuvola o cirro apportatore della pioggia ristoratrice; e Giuniola, sostando presso i casolari, sentì i lagni dei contadini: -Se continua così, senza una goccia di piova, il frumento non farà spiga e sarà miseria.

Allora Giuniola si mise a piangere per la pena di quel sospiro, e le sue lacrime si mutarono in  pioggia tepida e buona, così che il grano poté  far la spiga e imbiondire.  Al tempo della messe, la principessa si vestì da contadinella per seguire i mietitori, aiutandoli a far covoni, e gettare le spighe nella trebbiatrice. poi accompagnò i ragazzi che portavano il grano al molino, intrise con le massaie le mani nella farina e nell’acqua per impastare il pane. Che profumo quando fu sfornato, e che gioia serena nei volti! Anche Giuniola ebbe il suo pane, ma non lo mangiò, pensando di recarlo a Re Sole.

Re Sole

Il sovrano della luce accolse le tre reginette e ammirò il serto di rose: avvicinò una corolla all’orecchio e vi sentì un gorgheggio d’usignolo. – Il tuo dono è veramente meraviglioso, o Primavera!.       Tese la mano al ramo picchiettato di ciliegie mature che gli porgeva Fiammetta, se l’accostò all’orecchio e udì un trillo di bimbo, gioia eterna del mondo. – E’ cosa veramente deliziosa! .         Prese il pane bruno che Giuniola gli porgeva in umiltà, se l’appoggiò alla guancia, ascoltando a lungo, quasi assorto; poi disse sfolgorando: – Scelgo te, Giuniola: sarai sposa a mio figlio; e tu, Raggiodoro, non potresti avere compagna migliore.

simbolo

Il principe s’inchinò alla reginetta che, sorpresa, sgranava gli occhi glauchi; poi chiese al padre: – Che hai udito nel piccolo pane?.     Re Sole rispose: – Una preghiera.”     (Olga Visentini)

preghiera

Chimera

triplice creatura degli inferi

(Sorella di Cerbero, le sue tre teste di leone, capra e serpente rievocano la ripartizione dell’anno secondo gli antichi calendari.)

Testo di FRANCO CARDINI

(V-IV secolo a.C.) Museo archeologico di Firenze

Capolavoro in bronzo della scultura etrusca

“Nelle lingue moderne la parola chimera è ordinariamente usata come simbolo di sogno e illusione.

Bisogna tener presente che la parola monstrum non ha originariamente il significato allusivo ad animale o creatura mitica di aspetto terrificante, quanto piuttosto quello di qualcosa che, per le sue straordinarie caratteristiche, è degno appunto di essere “mostrato”, cioè indicato a dito e fatto oggetto di meditazione. Il monstrum è quindi, per definizione dei saggi greci e latini le cui conoscenza sono state ereditate dai padri della Chiesa, anzitutto un insegnamento: Dio crea i mostri per invitarci a riflettere su qualcosa. Il mostro è pertanto l’essere simbolico per eccelenza. Di dolce e di leggiadro la chimera aveva ben poco. Poteva essere esteticamente, a modo suo, persino bella: e la statuetta etrusca detta “Chimera d’Arezzo” ci presenta in effetti un complesso di grande bellezza artistica. Ma l’oggetto in sé lascia interdetti. Si tratta di un leone dalla coda che termina in un serpente e dal dorso del quale emerge una testa di capra. Secondo la mitologia greca, Chimera era figlia di due mostri sotterranei, Tifone ed Echidna; ed era sorella di Cerbero, il famoso cane dalle triplice testa guardiano degli inferi.

cerberoI genitori di Chimera sono due mostri sotterranei che si raffigurano ordinariamente in forme in qualche modo collegabili al serpente. La figura mitica sotterranea e il simbolo del serpente richiamano entrambi alle forze oscure delle viscere della terra. D’altra parte, Chimera richiama nella sua forma tre animali: il numero tre ritorna anche nella figura di suo fratello Cerbero, raffigurato sotto forma canina ma provvisto di tre teste.Gli studiosi di mitologia sono abbastanza d’accordo sul fatto che il numero tre chiama in causa al tempo stesso le forze infere e l’originaria ripartizione in tre parti dell’anno. In effetti, gli antichi calendari mediterranei presentavano un anno distinto in nove-dieci mesi e, ripartito in tre stagioni: nel simbolo della Chimera la testa di leone rappresentava quindi la forza vitale della primavera, la capra le caratteristiche connesse con la terra inaridita dell’estate e del primissimo autunno e il serpente, animale d’acqua, l’umido e buio inverno.

stagioni

Sempre secondo la leggenda, la Chimera fu uccisa dall’eroe Bellerofonte, il quale cavalcava il cavallo alato Pegaso, a sua volta nato dalle acque sotterranee, ma le ali del quale sono un preciso riferimento al cielo e alle forze astrali.

bellerefonteSiamo quindi, con il mito di Bellerofonte e della Chimera, nell’ambito dello scontro tra le potenze del cielo, dell’aria e della luce,

tornado

e quelle delle acque sotterranee e della terra da cui scaturiscono terremoti

eplosione di un vulcano

e nella quale vivono le forze demoniache connesse con il mistero della morte ma anche con quello della rinascita delle forze vegetali che tornano a vita nuova in primavera dopo il lungo letargo invernale.

stagioni dell'anno

Abbiamo quindi, in uno stesso simbolo, il convergere della tematica connessa con la lotta eterna tra potenze positive e negative dell’universo

bellerefonte

e di quella legata invece all’avvicendarsi delle stagioni. Nell’antichità la Chimera era considerata come l’incarnazione dei pericoli che assediano l’uomo per terra e per mare: forse per questo era l’animale protettore della città di Corinto, che per la sua posizione su una sottile lingua di terra si sentiva continuamente minacciata da maremoti e terremoti.

Il Medioevo cristiano, che non ebbe mai particolare dimestichezza con questo mostro simbolico, lo collega tuttavia con decisione alle forze demoniache: in questo senso vanno interpretate le abbastanza rare raffigurazioni di chimere tre troviamo sopratutto nella scultura romanica.”

(ordinario di storia medioevale Università di Firenze)

Differenza

ciliegio in fiore

“Non fa nessuna differenza – fuori –

le stagioni – si corrispondono – uguali –

le mattine sbocciano in mezzogiorno –

e spaccano i loro fiammeggianti baccelli –

lamponi di bosco

Fiori selvatici – ardono nei boschi –

i ruscelli sbattono – tutto il giorno –

Nessun merlo modera il banjo –

per il Calvario che passa –

calvario che passa

Autodafé – e Giudizio –

non sono nulla per l’ape –

la sua separazione dalla rosa –

per lei è la somma tragedia –

ape sulle rose

(Emily Dickinson)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: