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Con il cuore coperto di neve

 “Con il cuore coperto di neve” 

di Silvestro Montanaro

Prefazione del Libro:

“Quando conobbi Silvestro, molto tempo dopo aver visto tutte le sue inchieste in quel programma di Rai tre, quel fiore all’occhiello di quello che fu il servizio pubblico di questo Paese, che si intitolava “C’era una volta”, mi ricordo che gli domandai: “Come fai? Come si sopravvive a tanto orrore? Come si torna a una vita “normale” dopo aver visto tutto questo?” Vidi una nube nera nei suoi occhi onesti, che mi fissarono trapassando i miei, ci vidi tutto il dolore del mondo e mi ricordo che mi rispose, “non si torna più a una vita normale, ci sono volti, storie, persone…che non si dimenticano, te le porti dentro per sempre e di notte spesso vengono a farti visita, impari a conviverci”. So che non potevo e non potrò mai capire, per quanto mi sforzassi, non potevo entrare nei suoi occhi, ma ogni volta che lo rivedo, in questa che si è trasformata in una vera amicizia, la nostra, ne percepisco il dolore, come un vento gelido e per quanto lui si sforzi di non farlo trapelare io lo sento, anche se non glielo dico. Se avete paura di guardare nell’abisso non leggete questo Libro, se preferite non sapere e vivere la vostra vita, nella superficialità quotidiana di questi tempi, non aprite queste pagine, voltate pure la testa dall’altra parte: Ma se scegliete la “pillola rossa” della conoscenza, se il vostro cuore è pronto per sopportare la verità su che cosa vuol dire nascere donna nella parte povera e dimenticata del mondo, e qual’è il prezzo che queste nostre povere sorelle sfortunate devono pagare, il prezzo di un orrore che pesa come un macigno sulla coscienza di ognuno di noi, e di ogni uomo che vorrà leggere quanto riportato in questi racconti, vi commuoverete come è successo a me, e ogni volta che guarderete i vostri figli, e sopratutto le vostre figlie, crescere felici, ringrazierete gli Dei per avervi dato la fortuna di nascere in questa piccola privilegiata parte del pianeta. Nessuno è in salvo. I lupi e le iene che spesso, sempre più spesso, sbranano vite innocenti in terre apparentemente lontane vivono tra noi. Alle volte, addirittura, a casa nostra.”

Fiorella Mannoia

 

Anch’io ho conosciuto il giornalista Silvestro Montanaro, anch’io ho letto il Libro….e senza parole, condivido i sentimenti di Fiorella!

(Nives)

 

 

Lei, che sono io

ELLA, QUE SOY YO

di Clementina Sandra Ammendola

Seimila lingue nel mondo

Prefazione di Tullio De Mauro

“Una lingua, voglio dire una lingua materna in cui siamo nati e abbiamo imparato a orientarci nel mondo, non è un guanto, uno strumento usa e getta. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. Essa apre le vie al con-sentire con gli altri e le altre che la parlano ed è dunque la trama della nostra vita sociale e di relazione, la trama, invisibile e forte, dell’identità di gruppo. E fa parte del suo essere e funzionare quella che un gran linguista di questo secolo, Ferdinand de Saussure, chiamò la force de l’intercourse, la forza di interscambio: essa cioè è la condizione che ci permette come singoli di apprendere altre e nuove lingue e permette alla comunità di cui siamo parte di apririrsi alla conoscenza e al contatto di altre e diverse e nuove genti.

Come si sa, sono oltre seimila le lingue oggi vive nel mondo. E sono decine e decine quelle parlate da consistenti nuclei demografici. Contro vecchie immagini stereotipate, sappiamo oggi che, indipendentemente da recenti flussi migratori, non c’è Paese del mondo di qualche estensione e consistenza demografica che non ospiti cittadini nativi di lingua diversa. L’Italia, con le sue tredici minoranze linguistiche autoctone o insediate fra noi da secoli e con la sua folla di diversi e ancor vivaci dialetti, è solo uno degli innumerevoli casi tra i duecento paesi del mondo.

Già in epoche del passato si erano avuti movimenti migratori di consistenti parti di popolazione. L’intera storia naturale e culturale dell’Homo sapiens fin dalle origini più remote è segnata dal migrare. Lo stabilizzarsi degli stati nazionali ha reso da un lato più evidente dell’altro più difficile, drammatico il fenomeno a partire almeno dal secolo scorso. E tuttavia, fino ad anni recenti, il fenomeno coinvolgeva masse anche estese caraterizzate però da una relativa omogeneità culturale, cioè religiosa, linguistica, di costume con i paesi d’arrivo.

In anni a noi più vicini le condizioni createsi con la decolonizzazione e con il tipo di sviluppo che le aree forti del mondo hanno imposto al Pianeta hanno determinato fatti vistosamente nuovi. Estese aree del Nord del mondo, ma anche Australia e parte del Sud-Est asiatico e, da qualche anno, anche il Giappone, devono fare i conti con imponenti flussi di immigrazione provenienti dal Sud: Asia, Africa, America latina. Stiamo assistendo a un rimescolamento etnico-linguistico senza precedenti nella storia umana. Molti stati del mondo, dal Nord dell’Europa al Canada, dalla Francia o Gran Bretagna all’Australia, si sono attrezzati con un’adeguata legislazione e, specialmente, con un’adeguata ristrutturazione delle scuole. L’obbiettivo, in generale, è salvaguardare l’identità etnico-linguistica dei nuovi arrivati favorendo al tempo stesso (anzi: favorendo così) il loro inserimento linguistico-culturale e sociale nei paesi d’arrivo.

Ormai numerose esperienza ci dicono che, la coesistenza di più etnie e lingue diverse in una medesima area pone problemi anzitutto educativi, scolastici e che, se i paesi si attrezzano per affrontare e risolvere questi in positivo, si attenuano e persino svaniscono i problemi di natura sociale, produttiva, giuridica, politica. Se invece le scuole si chiudono a riccio verso gli alloglotti, antichi o nuovi che siano, prima o poi i problemi consecutivi, extrascolastici, esplodono con violenza.

Il diritto all’uso e prima ancora il diritto al rispetto della propria lingua è un diritto umano primario e la sua soddisfazione nei fatti è una componente decisiva nello sviluppo intellettuale e affettivo della persona. E’ un mediocre, inefficiente amor di patria quello che ancor oggi, in qualche Paese, porta taluni a credere che si debba cercare di celare e cancellare e magari calpestare l’alterità linguistica.

Ma le questioni non sono solo di ordine linguistico. Certamente, mancano in Italia buone leggi che raccolgano l’indicazione che la Costituzione dà per la tutela delle minoranze linguistiche nel suo art. 6: né la Costituzione né i fatti ci permettono di distinguere tra minoranza di antico insediamento e minoranze che si vengono formando per flussi migratori. Ma sopratutto è carente in Italia una cultura antropologica e linguistica diffusa abbastanza capillarmente per consertirci un rapporto conoscitivo e relazionale con gli altri.

L’Editrice Sinnos con le sue iniziative ha cominciato da alcuni anni a muoversi nella direzione di colmare una lacuna culturale della nostra società offrendo testi bilingui di storie, invenzioni, autobiografie in grado di favorire nelle nostre scuole la conoscenza reciproca di ragazzi che vengono da tradizioni culturali diverse.

Ci si deve augurare che Sinnos “faccia scuola” e che insegnanti sempre più numerosi ricorrano a questi preziosi strumenti di efficace promozione di una civiltà plurilinguistica e pliriculturale, che è una necessità per il nostro mondo.”

Collana I MAPPAMONDI

Ideata da Vinicio Ongini

Ecco il nemico!

“Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!

…Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè proprio come stanno facendo dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa. Un’idea simile non mi era mai venuta in mente. Ora prendevano il caffè. Curioso! E perchè non avrebbero dovuto prendere il caffè? Perchè mai mi appariva straordinario che prendessero il caffè’ e verso le 10 e le 11, avrebbero anche consumato il rancio, esattamente come noi.

Forse che il nemico può vivere senza mangiare? Certamente no. E allora, quale ragione del mio stupore? Ci erano tanto vicini e noi li potevamo contare, uno per uno. Nella trincea, tra due traversoni, v’era un piccolo spazio tondo, dove qualcuno, di tanto in tanto, si fermava. Si capiva che parlavano, ma la voce non arrivava fino a noi. Quello spazio doveva trovarsi di fronte a un ricovero più grande degli altri, perchè v’era attorno maggior movimento. Il movimento cessò all’arrivo di un ufficiale.

Dal modo con cui era vestito, si capiva che era un ufficiale. Aveva scarpe e gambali di cuoio giallo e l’uniforme appariva nuovissima. Probabilmente era un ufficiale arrivato in quei giorni, forse appena uscito dalla scuola militare. Era giovanissimo e il biondo dei capelli lo faceva apparire ancora più giovane. Sembrava non avesse neppure 18 anni.

Al suo arrivo i soldati si scartarono e, nello spazio tondo, non rimase che lui. La distribuzione del caffè doveva ricominciare in quel momento. Io non vedevo che l’ufficiale. Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Non vedevo uomini, vedevo solo il nemico.

Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riscita. macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferai il fucile del caporale…L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso tra lui e me.

Appena ne vidi il fumo anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, che era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo, ero obbligato a pensare…avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo! Un uomo! Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunciava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo…come un cinghiale!

Cominciai a pensare che forse non avrei tirato. Pensavo che condurre all’assalto cento uomini o mille contro altri cento o mille è una cosa. Prendere un uomo staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta fermo, io ti sparo, io ti uccido” è un’altra cosa. E’ assolutamente un’altra cosa.

Uccidere un uomo così è assassinare un uomo. Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: “Eh! Non sarai tu che ucciderai un uomo così!”

Io stesso che ho vissuto quegli istanti non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensai di fare eseguire a un altro quello che io stesso non mi sentivo di compiere. Avevo il fucile poggiato per terra infilato nel cespuglio.

Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra: “Sai…così…un uomo solo…io non sparo. Tu vuoi?”. Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose: “Neppure io “.

Rietrammo carponi in trincea, il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi. La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.”

Emilio Lussu (Da “Un anno sull’altopiano” ed. Einaudi, Milano, 1966, pp. 350-351)

Tratta…OSARE LA SPERANZA

Rita Giaretta, da più di venticinque anni è suora delle Orsoline SCM. Ha fondato con altre consorelle nel 1995 a Caserta la Comunità Rut che accoglie donne, sole o con figli, in situazioni di difficoltà e vittime della tratta degli essere umani. Ha scritto Non più schiave. Casa Rut, il coraggio di una comunità, Marlin, Cava de’ Tirreni 2006.

“La sofferenza non è che un aspetto della gioia e l’una e l’altra si susseguono immancabilmente.”

M. K. GANDHI

http://www.associazionerut.it/

“Grotta di Pietro,

Chiesa dei sandali

senza bastone

né due tuniche,

Nuda fede,

la tua, Pietro,

ombra che guarisce.

Noi,

Chiesa delle due tuniche,

lucentezza senza guarigione.”

(A. CASATI, Nel silenzio delle cose, Qiqajon, Magnano 2007, 31)

Passato e Futuro

Crescere sul passato di altri

(p. Odorico)

“Abbiamo avuto un passato intenso e fecondo: avremo un avvenire ricco di realizzazioni stupende. Noi siamo nel mezzo. Siamo gli eredi di un tesoro inestimabile, siamo i preparatori di un’epoca meravigliosa. Non abbiamo il diritto di lagnarci, di chiuderci, di sciupare. La Provvidenza ci ha affidato un ruolo unico. Ha messo nelle nostre nostre mani il tesoro di domani. Siamo come il filamento luminoso di una lampada. La corrente è la ricchezza della giornata di ieri; la luce è lo splendore della giornata di domani. Noi siamo il filamento che si deve lasciar percorrere dalla corrente per diventare luce. Ed è nostro il fremito della forza che investe e che consuma, è nostro il dramma della resistenza istintiva, del tentativo di ribellione, la voglia della opacità inerte e sicura; è nostra la “sconfitta rassegnata”, è nostra l’ebbrezza di essere divenuti calore incandescente, di sentirsi bruciati, mentre la luce brilla e si diffonde. E’ in questo momento che “nostro” diventa il passato e “nostro” diventa l’avvenire.

Vedo tanta luce intorno a me. E’ la luce del domani che esplode nella misura nella quale io mi so lasciar bruciare. 

Chi dice che il domani è oscuro non ha capito o non ha accettato la ricchezza di ieri. 

Ieri abbiamo amato, abbiamo gioito, abbiamo pianto, abbiamo odiato. Siamo stati grandi, siamo stati commoventi, siamo stati miserabili. E tutto ciò è grazia. E’ la grazia di ieri. Abbiamo avuto una determinata misura dell’agire e dell’essere, un modo specifico di percepire i valori e di viverli, una nostra maniera di esprimere la giustizia e la bontà, di intendere la dignità, di interpretare la sofferenza, la gioia, la libertà, l’amore, perfino la verità. 

Adesso andare oltre non significa rinnegare nulla; significa piuttosto salvare tutto.

Il domani è la maturazione, lo sviluppo logico delle premesse di ieri.

Non aver fiducia nel domani significa squalificare, significa non credere in ciò che abbiamo fatto ieri, significa svuotare la nostra vita e la nostra esperienza, significa tradire ciò che ieri abbiamo servito e che ci ha costruito, significa tradire noi stessi. Significa RINUNCIARE AD ESSERE UOMINI. Significa accettare il ruolo di BURATTINI.

Non lo possiamo fare. Ci sono troppe lacrime, c’è troppo sangue, ci sono troppe gioie, c’è troppa VITA nel nostro passato. Per tutto questo l’avvenire è bello, è sicuro, è solido. Può darsi che a volte si delineino esuberanze incomposte; ma è soltanto segno di vitalità e di sanità. Può darsi che a volte la maturazione vada così avanti che noi non vi riconosciamo più i nostri valori. Ma, ancora una volta, dobbiamo ricordare che non accettare le conseguenze significa tradire le premesse. Noi crediamo nelle nostre premesse, CREDIAMO NEL NOSTRO PASSATO. 

Abbiamo vissuto consapevoli di non essere i primi arrivati, di non creare nulla da soli, DI CRESCERE SUL PASSATO DI ALTRI.

La vita è il domani, e il domani avrà luce se il nostro bruciare avrà saputo ACCENDERSI.

Le Visioni dei Bambini

 

Storia vera di Trudi Birger

Fonte: Wikipedia

Nata da una famiglia ebrea agiata, l’infanzia di Trudi Birger a Francoforte fu interrotta bruscamente nel 1934 dall’avvento del nazismo. Con l’avvio delle persecuzioni contro gli ebrei, la sua famiglia visse nascosta per diversi anni prima di essere catturata e inviata a un campo di sterminio. Trudi riuscì a sopravvivere in modo miracoloso, come racconta ella stessa nella sua autobiografia .

Alla fine della guerra si sposò e si trasferì con il marito e la madre nel neonato stato di Israele, dove lavorò come microbiologa. Durante la sua attività, iniziò anche a occuparsi dei problemi fisici e psicologici indotti nei bambini dai problemi dentali che lei stessa aveva sofferto in campo di concentramento in seguito alle percosse di uno dei guardiani che le ruppe tutti i denti.

Nel 1980 fondò la clinica no-profit Dentisti volontari per Israele e l’anno successivo ricevette il Premio Presidenziale per il Volontariato.

Nel 1991 venne dichiarata cittadina emerita di Gerusalemme, dove proseguì nella sua attività di volontariato a favore dei bambini poveri, senza discriminare tra ebrei e palestinesi.

Nel 1992 pubblicò il libro autobiografico Ho sognato la cioccolata per anni, in cui raccontò la sua terribile esperienza nel campo di sterminio, in particolare della rinuncia a salvarsi per stare a fianco della madre, di come riuscì a evitare la morte e di come fu in quell’occasione che promise a sé stessa di occuparsi dell’infanzia sofferente se fosse sopravvissuta (lei stessa, infatti, ne parla nel suo libro “Da bambina ho fatto una promessa”, continuazione del suo primo libro).

 

Da “Gli ebrei di Vilna – Una cronaca dal ghetto: 1941 – 1944” , ed. Giustina, Firenze, 2002, tr. Paola Buscaglione Candela, p. 84)

“5 luglio 1942. Non c’è nel ghetto una sola famiglia cui il terribile uragano non abbia strappato dalle radici un albero o più di uno. Qua hanno portato via il padre, il marito o i figli, spesso con addosso la sola biancheria, senza cappello, così come sono stati acciuffati; là spesso hanno trascinato a Ponary, per fucilarle, la moglie, la madre, la figlia, la sorella, catturate durante la”provocazione” o portate via dal ghetto in assenza del marito, del padre, del fratello.

Quanti cuori dilaniati, quante lacrime sparse, che dolore infinito. Ma più terribile di tutto era il destino dei bambini ormai senza padre né madre, completamente soli, rimasti miracolosamente vivi in quel mare di morte.

Ecco uno di loro, un bambino di sei anni. Lo hanno nascosto nella soffitta di una famiglia che lo ospita; sdraiato su un tavolaccio si addormenta raccontandosi ad alta voce una tenera fiaba, borbottando parole come casetta, lettino, mammina; mani assassine gli hanno ucciso papà e mamma, due fratelli e una sorella. Il bimbo, con voce bassa e monotona continua a parlottare finché non si addormenta. Che cuore dovrebbe avere uno per non piangere?…Scesi dalla soffitta dove dormiva il bimbo e arrivato in strada non potei trattenere le lacrime.”

 

 

Annaleise Frank

 

Da “Obbedire solo alla felicità” di Roberto Mancini

“Ricordo infine il coraggio di non credere nella morte e nell’assurdità, non perché sappiamo prevedere e descrivere il mondo che verrà, ma perché vediamo già ora con certezza che il valore di ogni vivente è eterno e che la salvezza è per tutti. Dove c’è autentica visione, vengono meno lo scoramento, l’indifferenza, la rassegnazione. Dove c’è visione, lì c’è anche l’azione che non rinuncia a cambiare quello che va cambiato.”

 

HUMAN AWARD

(HUMAN AWARD di Rebecca Antolini da condividere)

 

Grazie Pif, in questa Giornata della Memoria 2018, condivido molto volentieri il tuo  bellissimo AWARD, che considero vero e delicato Omaggio al Rispetto e alla Pace. (Nives)

  SHOAH (da Fonte Wikipedia)

Il termine Olocausto indica, a partire dalla seconda metà del XX secolo, il Genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli Ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio nazista verso tutte le categorie ritenute “indesiderabili”, che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni, tra cui 5-6 milioni di ebrei, di entrambi i sessi e di tutte le età.

 

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